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Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, 1917Se il mondo avesse un senso, non scriverei: così Albert Camus. In questo, l'esistenzialista, antimetafisico per antonomasia, viene a trovarsi d'accordo con chi invece ha fatto del periscopio metafisico il proprio strumento d'indagine privilegiato. Pur assestato su tutt'altre coordinate poetiche e ideologiche, Giorgio de Chirico avrebbe senz'altro sottoscritto il senso dell'operazione pittorica come correlato dell'assenza di senso del mondo: in modo più specifico e intrigante, dipingere proprio questa assenza di senso, dichiararla, reificarla.
L'operazione metafisica in pittura prende infatti le mosse da una visione radicalmente negativa dell'uomo nel cosmo, nutrendosi della semente nichilista
nietzschiana e della filosofia schopenhaueriana.
De Chirico sonda quello che
Nietzsche, con un'immagine ossimorica, chiamava l'abisso sereno e terribile del meriggio: la metafisica delle architetture, delle statue, degli stralci di portico non è altro che la tranquilla testimonianza di un non-senso. Un non-senso che però, grazie a De Chirico, si è trasformato in "sollecitazione ai sensi", arricchendo (e non di poco) il nostro sguardo (reale) sul mondo e sulla vita.
Un'arte che si nutre di filosofia e che ci restituisce immagini filosofiche è un tratto d'unione prezioso fra lo spirito e i sensi. Il colore si trasforma in pensiero ed i pensieri, prodigiosamente, ricostruiscono impalcature fantastiche.
In mezzo alla "piazza metafisica" ci siamo noi, stupefatti, sgomenti, a volte smarriti, di fronte a tanta forza e a tanta beatitudine.
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Ludwig van Beethoven (1770-1827)Odisseo piange alla corte del
re dei Feaci ascoltando l'aedo Demodoco che canta la guerra di Troia; Beethoven mi fa versare le stesse lacrime quando le parti armoniche e melodiche del suo Quartetto op. 130 si effondono.
Sulla partitura si legge che è composta sul ritmo della battuta di un cuore oppresso. Ascoltando l'opera capisco anche cosa l'artista ci ha voluto dire (e far provare).
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John Williams Waterhouse, 1889Come un lampo - rividi quel sentiero
fra le magnolie. E mi toccò il pensiero
che la nicchia nell'edera ancora
non avesse scordato la mia schiena,
che il nido di verbena
non si fosse riavuto.
Da poco era piovuto, e i grandi fiori
dissetati splendevano, che un tempo
come piccoli pugni si serravano
per resistere a un marzo di gran vento.
Passando, in un barbaglio lo rividi.
O mi parve. Talora la memoria
volta lo specchio:
non più freccia - bersaglio.


Fernanda Romagnoli,
Il tredicesimo invitato
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Ultimo libro inserito in Biblioteca: Hotel world
Pubblicato il 12/5/2005 alle 3.17 nella rubrica conferre parva magnis.

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