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Jacques-Louise David - Leonidas at Thermopylae (part.)E' continua nell'antichità, fino dalle epoche più remote, l'idea che le anime dei grandi uomini siano sottratte alle angustie dell'Ade per essere destinate immediatamente all'eterna beatitudine dei Campi Elisi. Gli antichi reagivano al pensiero che tante opere di saggezza o di ingegno, che avevano prodotto gloria già in vita, finissero per essere dimenticate nel regno del buio e del silenzio.
La ricerca incessante, nel corso della vita, della felicità, della giustizia, di un giusto compenso per le buone azioni, si esplicita attraverso diverse credenze, le quali non convergono mai verso una dottrina unica (o che tenda almeno ad uniformarsi nei secoli), ma assumono via via forme e teorizzazioni varie, a seconda dei popoli e, ovviamente, anche delle epoche in cui sono state ideate. E, nel dir questo, non faccio riferimento solo alle cosiddette "apoteosi mitiche" come quelle di
Ercole, di Eaco, dei Tindaridi, di Dioniso e, nel mondo, romano di Enea e Romolo [eroi che sono compresi tutti, curiosamente eccetto Enea, all'interno di uno dei più famosi carmi oraziani (l'ottavo del libro quarto, quello diretto a Censorino)].
Nel suo ambizioso progetto di legislazione civile (illustrato nel
De legibus ma con dei cenni anche nelle Tuscolanae disputationes) Cicerone voleva che fossero considerati degni di onore quegli eroi (Ercole e gli altri che secondo il mito erano stati divinizzati per i loro meriti in vita) che potevano fare da punto di riferimento per i loro simili. Questo conteneva implicitamente un'idea cara al filosofo romano, quella cioè che se l'anima di ogni uomo contiene un germe di immortalità, quella degli uomini più eccellenti contiene in sé una stilla di divinità. Ed è appunto a queste anime che egli fa riferimento nel De republica quando assegna loro un posto speciale nell'Eliso, dove possono godere beatamente la meritata eternità fino ad auspicarsi infine, nel De natura deorum, che l'esempio di questi uomini illustri possa essere mostrato in varie città (attraverso are o monumenti) tanto da promuoverli come esempio di virtù civili.

Ovviamente diversa è la visuale se ci spostiamo (anche solo di poco) geograficamente.
In un celebre frammento di
Saffo, così la poetessa si esprime verso una donna che ha vissuto una vita oscura:

...Tu morta finirai lì. Né mai di te
si avrà memoria; e di te nel tempo
mai ad alcuno nascerà amore,
poiché non curi le rose della Pieria.

E sconosciuta anche nella casa dell'Ade,
andrai qua e là fra oscuri
morti, svolazzando.

E' implicito dunque che, per la ragazza di
Lesbo, colui o colei che al contrario ha vissuto una vita "cara alla Muse" non potrà mai aggirarsi nei regni tenebrosi, ergo dovrà per forza essere destinato ai Campi Elisi.
Analogo pensiero pare essere espresso da
Simonide:

...Benché morti, essi non giacciono,
poiché la virtù innalzandoli verso la gloria
li trae fuori dalle spire dell'Ade...

E potrei continuare citando
Tirteo secondo cui la gloria ed il nome di ogni eroe non potrà mai morire perché, pur essendo sotto terra, lui ormai è diventato immortale.
Simili pensieri, come dicevo, sono abbastanza frequenti anche nel mondo latino. Nei
Captivi di Plauto si legge che "chi muore generosamente in realtà non perisce", ed in Properzio:

...La fama acquistata con l'ingegno non cadrà mai,
l'onore che si tributa all'ingegno sarà per sempre...

La chiusa va a
Seneca (e come potrebbe essere altrimenti?) che nell'Hercules Oetaeus afferma:

Lo Stige non conoscerà mai l'anima di colui che ha vissuto nella virtù.
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John Wayne ne Il pistolero di Don Siegel
- ...Voglio che nessuno si occupi della mia morte; neanche chi vorrebbe salvarmi l'anima.
La morte di un uomo è la cosa più privata della sua intera vita...

John Bernard Books (John Wayne) a Bond Rogers (Lauren Bacall) ne
Il pistolero di Don Siegel


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Pubblicato il 4/4/2005 alle 2.32 nella rubrica mŷthoplásteo.

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