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Scorcio di LésvosL'isola di Lesbo, o di Mitilene, come a volte viene chiamata oggi, si alza come una montagna scavata da due baie profonde e nonostante il mito ce la faccia immaginare quasi in una terra magica è facilissimo raggiungerla, anche per via breve (in aereo occorre circa un'ora); se invece vi si vuole arrivare per mare ci vogliono almeno quattordici ore di navigazione traversando tutto l'Egeo, lasciandosi a dritta le Cicladi e le Sporadi a mancina.
Chi ha qualche volta navigato questo supremo tra i mari, ricorderà, oltre il suo azzurro vivido e tiepido, anche il viola delle sue tempeste, e la presenza quasi allucinatoria di isole che lo scafo delle imbarcazioni sembra non poter evitare.
Lesbo invece è al di là di un gran braccio di mare deserto, quasi all'approdo con la Turchia. Qui i mitografi sostengono (e c'è forse una ragione per non credere loro?) che arrivarono portate dalle onde la testa di Orfeo mozzata dalle Menadi nella Tracia, e la sua lira, che non avevano mai smesso di cantare e di suonare. La testa fu collocata da mani riverenti nel tempio di Dioniso, la lira in quello di Apollo: ebbrezza e quiete, oscurità e luce, dismisura e misura, vino e sole, la vera poesia di Orfeo era tutto questo, e forse anche di più.
E Lesbo, dove poi non a caso ebbero dimora
Alceo e Saffo, fu consacrata alla poesia per sempre, dal mare, da quella testa e da quella lira che galleggiavano unite in una delle sue baie specchianti, che io ho visto e che non potrò mai dimenticare.

Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli,
gli uccelli di palude scendono dal cielo,
dalle cime dei monti
si libera azzurra l'acqua e la vite
fiorisce e la verde canna spunta.
Già nelle valli risuonano
canti di primavera.

Alceo
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Anna Galiena in una scena de Il marito della parrucchieraAmore mio, ti lascio prima che mi lasci tu, prima che tu cessi di desiderarmi: perché allora non ci resterebbe che la tenerezza, e so che non sarebbe sufficiente. Me ne vado prima di essere infelice. Porto con me il sapore dei nostri abbracci. Porto con me il tuo odore, il tuo sguardo, i tuoi baci. Porto con me il ricordo degli anni più belli della mia vita, quelli che tu mi hai dato. Ti bacio tanto, tanto da morire: ti ho sempre amato, non ho amato che te. Me ne vado perché tu non mi dimentichi mai più.

Parole che Mathilde (Anna Galiena) lascia su un biglietto al marito Antoine (Jean Rochefort) prima di suicidarsi.
Da 
Il marito della parrucchiera di Patrice Leconte
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Pubblicato il 28/3/2005 alle 3.59 nella rubrica voyages sentimentales.

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