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Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1966)Spinta da varie vicende che rimbalzano dal mondo fino alla mie "chete stanze", ho recuperato un testo che piaceva molto a mio padre e che qualche anno fa la benemerita casa editrice Adelphi è tornata a pubblicare. Si tratta della Filosofia dell'assurdo di Giuseppe Rensi un libro del 1924, poi ripubblicato con aggiunte nel 1937 e che, fin dal titolo, dimostrava (e dimostra) tutta la sua tragica inattualità ma anche tutta la sua imponente forza "profetica".
Giuseppe Rensi è stato un filosofo solitario, per lo più incompreso dai suoi contemporanei e quasi completamente dimenticato dopo la sua morte, avvenuta nel febbraio del 1941 in concomitanza con il furioso bombardamento che Genova subì da parte della flotta inglese. La sua vita di studioso non era stata facile e dopo varie sospensioni dall'insegnamento, per un'intrinseca intransigenza nell'aderire agli ideali totalitari del fascismo, fu definitivamente allontanato dalla docenza ed in seguito persino arrestato assieme alla moglie, per essere rilasciato solo dopo che le autorità fasciste avevano ceduto alle pressioni del mondo accademico non solo nazionale.
Il filosofo si reputava un diretto discendente "ideale" di Giacomo Leopardi e da lui senz'altro ereditò sia il suo convinto ateismo (che illustrò in un'opera intitolata Apologia dell'ateismo, del 1925) e sia il suo implacabile scetticismo (che spesso, forse a torto, mi ha spinta a considerarlo un antesignano di Emil Cioran, soprattutto in riferimento alle prime opere del pensatore rumeno). Dal grande recanatese aveva inoltre ricavato l'abilissima capacità di smascherare tutte le ingegnose ed ingenue escogitazioni che l'uomo ha posto in essere per nascondere a se stesso la totale insensatezza della Storia e della vita stessa.
Nella Filosofia dell'assurdo sembra essere sublimata e distillata tutta la teoretica rensiana, attraverso un'arringa avvincente che, curiosamente, il filosofo, per non so quale forma di "pudore", raccomanda ai soli adulti. Chi non abbia passato i quarant'anni, dice, non capirebbe niente di quanto egli scrive. E' l'unico punto, questo, sul quale mi permetto di dissentire dal Maestro (e lo faccio anche per ragioni meramente anagrafiche...); al contrario, mai come oggi dovrebbero essere proprio queste le letture che andrebbero consigliate agli adolescenti, tanto per non incorrere in troppe brutte sorprese più avanti e, soprattutto, per farsi un'idea di cosa ineluttabilmente ci attende nel corso e alla fine di questa che altri "pensatori", da tutt'altra sponda, hanno definito "valle di lacrime".
Dico subito che non è questa l'opera di Rensi che più amo, sono infatti molto più attirata dalle sue opere "morali" (ma mai "moraliste" - e, fra queste ultime, le
Lettere spirituali sono davvero la punta di diamante di un percorso laico che conduce davvero ad una sorta di "nirvana terrestre"), però ritengo comunque di doverla segnalare. In primo luogo, come dicevo all'inizio, perché essa mi lega strettamente al ricordo del mio amato genitore, e poi perché di opere così "coraggiose" mi pare vi sia oggi un gran bisogno.
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Per approfondire consiglio la lettura de
L'ateismo mistico di Giuseppe Rensi
(
I, II, III e IV parte) dal blog minimokarma
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Albrecht Dürer - Il cavaliere, la morte e il demonio (1513)...L'esattezza della visuale qui svolta non possono vedere né i vincitori né i giovani. Non ai vincitori, ma ai vinti, ai seguaci d'ogni idea vinta, non ai seguaci di un'idea nell'effimero momento del suo trionfo, ma ai seguaci d'ogni idea nel momento in cui è vinta, l'esattezza della concezione che illustro si può, soltanto, svelare. Poiché è quando l'uomo vede che la sua idea è prostrata e trionfa quella contraria alle sue più profonde convinzioni (cioè
l'assurdo), che il velo di Māyā gli si squarcia ed egli scorge che il mondo è irrazionale...
...I più giovani non possono vedere (in questo libro) che... quella foschia malata di sguardo, che per solito le storie della letteratura compatiscono nella grandezza di Leopardi come una macula che la diminuisce, e contro la quale mettono in guardia i lettori di lui (mentre per me è ciò che rende il suo pensiero più profondamente affine e mi fa quasi sentire di discendere e dipendere da lui, che in ogni sua pagina mi par che parli non un uomo, ma lo stesso "reale")...
...Che cos'è la storia? E' la contraddizione, il sistema o la serie delle contraddizioni. C'è unicamente perché ogni oggi è diverso da ogni ieri e ogni domani da ogni oggi, cioè ogni oggi contraddice ogni ieri e ogni domani ogni oggi. L'eterno diverso da quel che in ogni momento c'è, ossia l'eterno cambiare e contraddire quel che c'è, è ciò in cui consiste la storia...
...La speranza è in proporzione diretta dell'infelicità. Si spera tanto più quanto più si è sfortunati. L'uomo fortunato e felice non ha bisogno di sperare perché ha già, e se pure (poiché nessuno è contento) spera ulteriormente, spera però senza eccessivo ardore e senza cocente intensità. E' l'uomo infelice che mette nella speranza tutta la sua passione e la sua vita, che spera freneticamente, che quasi a dire
, spera disperatamente , e proprio contro speranza... La speranza è veramente, come aveva veduto Leopardi, una cosa sola col desiderio, e quindi tanto più intensa e ferma quanto maggiore il desiderio, ossia quanto maggiore la sensazione della mancanza...
Salvator Rosa - Democrito...Tutta la filosofia, dal Fedone all'idealismo "attuale", si può prospettare come uno sforzo, sempre più complicato e sottile, sempre meno ingenuo, sempre più astuto, infaticabile a cercare nuove vie, elaborate, tortuose, strane, evanescenti, man mano che ognuna delle più semplici e chiare precedenti veniva distrutta, perdentesi infine nella nebbia, ma incoercibile e sempre risorgente, per cancellare il fatto della morte...
...E', del resto, proprio soltanto dalla sensazione di vivere lanciati e abbandonati senza paracadute nello spazio vuoto d'un mondo d'assurdo esterno ed interno e di cieco caso, che sorge intimo e veramente profondo quel senso tragico della vita... il quale, inaccessibile agli ottimisti e ai razionalisti che non vedono, non sentono, non vivono il dramma e calano su di esso volontariamente il sipario, forma oramai il solo residuo possibile e l'espressione più alta delle antiche concezioni religiose.
A me piace vedere, quando sollevo gli occhi dal mio tavolo di lavoro, accanto alla stampa di Salvator Rosa, in cui, sotto alberi desolati, contorti e tronchi, presso antiche colonne infrante e marmi cadenti e tra ossami d'animali e d'uomini, "Democritum omnium derisor in omnium fine defigitur", la riproduzione del rame di Dürer, in cui il maturo cavaliere procede, severo, rassegnato, impassibile, tra la morte e il demonio.

Giuseppe Rensi
- La filosofia dell'assurdo
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Ultima recensione in Biblioteca: L'occhio di Freud
Pubblicato il 23/3/2005 alle 4.18 nella rubrica perí tinos.

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