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Giacomo Leopardi (1798-1837)Ogni volta che lo compulso, lo Zibaldone di pensieri ("i Pensieri", diceva Leopardi; e subito ripenso alle differenze abissali, che separano i suoi dai Pensées pascaliani) mi riappare in tutto il suo splendore: alto, temibile, affidabile; riconoscibile e familiare nelle sue strutture, nella sua evoluzione, nei suoi percorsi labirintici in cui ormai da anni mi perdo; nella sua pienezza filosofica "organica".
E' senz'altro il testo filosofico più grande che sia mai stato scritto (e questa è solo la mia personalissima opinione; sia chiaro a coloro che, leggendo queste note "agiografiche", proveranno sùbito la tentazione di commentare eccependo).
Se è vero che questo "testo", unico nella storia del pensiero e delle letterature europee, permette, anzi sollecita, diversi modi e diverse strategie di lettura, è anche vero che esso si impone nella sua interezza (e non solo per gli "specialisti" leopardiani ma) per ogni lettore che voglia fare "uso" (ed il termine è proprio di Leopardi) liberamente dell'immenso scartafaccio, i cui limiti sono affidati, di volta in volta, all'interesse necessario di ciascuno di noi (ed utilissimi, a questo scopo, sono le polizzine e gli indici redatti da Giacomo stesso).
Certo, questa vera e propria "opera aperta", cui la cooperazione da parte del lettore è un'esigenza primaria, è talmente sconfinata che richiede una scelta, una gerarchia di opzioni, una risolutezza (e, oserei dire, anche un "controllo") nell'accesso e nel "consumo". Anche se ogni lettore ben disposto (e benemerito) dovrebbe forse sentire in sé, dopo le prime, timide consultazioni, l'esigenza (la necessità?) di leggerlo per intero (ma qui prevale senz'altro la mia sfrenata parzialità, il mio amore sconfinato per Leopardi...).
Direi convintamente che questo "libro" andrebbe letto nelle scuole medie inferiori e superiori (se esistono ancora) come
I Promessi sposi (sui quali credo sia però già caduta la mannaia burocratica); pur di arrivare a conoscere gli esiti (che comunque immagino "luminosi") sarei disposta anche ad accettare l'inserimento di brani antologici a discrezione dell'insegnante (tanto è assai difficile pescare male nella perfezione).
In fondo sarebbe anche un modo per mettere a confronto due geni italici: uno così cristiano e l'altro così a-teo, che, nell'unica occasione in cui si incontrarono (a Firenze, artefice il Vieusseux, nell'autunno del 1827), non ebbero quasi nulla da dirsi. Non direttamente, almeno.

(continua, forse...)
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Al Pacino e Robert De Niro in una foto di scena di The Heat-La sfida di Michael Mann (1995)- ...Una volta uno mi ha detto: non fare entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi, venti, se senti puzza di sbirri dietro l'angolo. Se tu sei sempre appresso a me, e dove vado io vai anche tu, be', come pretendi di tenerti tua moglie?
- Questa è una bella domanda. Tu invece sei un monaco?
- Ce l'ho una donna.
- Mm... E che le racconti?
- Che faccio il rappresentante.
- Quindi se dovessi vedere me arrivare da quell'angolo, abbandoneresti la tua donna... senza neanche salutarla?
- Rientra nella disciplina.
- E' un po' superficiale, no?
- Si, può darsi che lo sia. O lo accettiamo, o tanto vale che cambiamo mestiere.
- Io non saprei che altro fare.
- Ah, io neanche.
- E nemmeno vorrei fare altro.
- E io neanche.

- Da un po' la notte ho un sogno ricorrente: sono seduto a una grande tavola imbandita, insieme a tutte le vittime di tutti gli omicidi su cui ho indagato, sedute a tavola anche loro, e fissano tutte me, con quelle orbite nere e vuote. Molti di loro in testa hanno un foro di proiettile da cui cola sangue. Altri sembrano palloni, per quanto si sono gonfiati, perché li ho trovati solo due settimane dopo che erano stati ammazzati. I vicini avevano sporto denuncia per la puzza... Insomma stanno tutti lì, seduti, composti.
- E che ti dicono?
- Niente.
- Non parlano?
- No. Forse perché non hanno niente da dire. Stiamo seduti e ci guardiamo. Loro guardano me, e nient'altro: è questo il sogno.
- Io invece sogno di affogare: allora devo svegliarmi e mettermi a respirare o morirei nel sonno.
- Mm... Conosci il significato?
- Sì. Avere ancora tempo.
- Ah... ancora tempo. Per poter fare quello che vuoi?
- Sì, esatto.
- E ora lo stai facendo?
- No, ancora no.

- Eccoci seduti qui: io e te, normali, come due vecchi amici. Ma tu fai quello che fai e io faccio quello che devo fare. E ora che ci siamo conosciuti, se quando sarà dovrò toglierti di mezzo potrà non piacermi, ma ti avverto: se mi troverò a scegliere fra te e un poveraccio che per colpa tua rischia di lasciare una vedova, scelgo te, senza neppure esitare.
- Trascuri l'altra faccia della medaglia. Cosa succederebbe se tu mi incastrassi e fossi io a dover scegliere? Perché per nessun motivo ti permetterei di fermarmi. E' vero, ci siamo conosciuti, sì... ma neppure io esiterei, nemmeno un istante.
- Forse è proprio così che andrà o... chi può dirlo?
- Già. Forse non ci rivedremo mai più...

Il tenente di polizia Vincent Hanna (Al Pacino) e il rapinatore Neil McCauley (Robert De Niro) in The Heat-La sfida di
Michael Mann
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Ultima recensione in Biblioteca: Fiducia e paura nella città
Pubblicato il 21/3/2005 alle 2.29 nella rubrica leopardiana.

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