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L'elaborazione del mito è qualcosa che, prima della ricostruzione storica, è all'opera nel mito stesso. Si tratta di un nocciolo teorico significativo, la tesi cioè che il mito non è un sapere primitivo, caratterizzato da una immediatezza poetica vicina alle origini. In realtà i miti sono già espressione di una situazione di distacco dall'immediatezza naturale della vita, sono già cultura e non più natura bruta. La mitologia greca, con la sua pletora di dèi in lotta fra loro, mostra che il senso del mito è quello di produrre una visione del mondo rassicurante attraverso la riduzione dell'assolutismo della realtà, cioè della paura che suscita la potenza inconscibile e caotica del reale fuori di noi. Il mito fa ciò distribuendo i poteri, assegnando a ciascuna divinità un nome (mediante il quale noi possiamo metterci in rapporto con essa) e una sfera di azione determinata.
La tesi che il mito non sia una forma di pensiero originario implica quindi un'importante conseguenza: le trasformazioni che esso subisce nel corso della storia, le varianti, eccetera, non devono essere commisurate a un senso originale del mito; il mito, in altre parole, si costruisce nella sua ricezione, nella sua elaborazione. In questo modo però diventa difficile distinguere l'elaborazione "razionale" del mito da quella che invece costituisce una prosecuzione di esso. Non si può configurare il progresso del pensiero come un passaggio dal mito al logós, giacché il mito non è un pensiero primitvo da demitizzare; e anche il logós, come mostra la fortuna del mito di
Prometeo, non si sviluppa nella tradizione occidentale se non in stretta parentela con il mito, che ritorna sempre anche là dove il pensiero (per esempio nell'Illuminismo o nella grande costruzione dell'idealismo tedesco) crede di averlo superato.
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Da consultare:
Hans Blumenberg - Elaborazione del mito - Ed. Il Mulino
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...Prendi un album di fotografie, uno qualsiasi di una persona qualsiasi, come me, come te, come tutti. E ti accorgi che la vita è lì nei diversi segmenti che stupidi rettangoli di carta rinchiudono senza lasciarla uscire dai loro stretti confini. E intanto la vita è gonfia, impaziente, vuole andare al di là di quel rettangolo, perché sa che quel bambino vestito di bianco con le mani giunte e la fascia della prima comunione al braccio, domani (dico "domani" tanto per dire un giorno qualsiasi) piangerà di nascosto perché si vergognerà di se stesso: una piccola turpitudine? Piccola o grande non ha importanza, perché essa prevede il rimorso, ed è di questo che stiamo parlando. Ma quella feroce fotografia, più severa di una governante, non lascia evadere la vera verità dai suoi pochi centimentri. la vita è prigioniera della sua rappresentazione: del giorno dopo ti ricordi solo tu...

Antonio Tabucchi - Si sta facendo sempre più tardi
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Pubblicato il 10/3/2005 alle 5.10 nella rubrica mŷthoplásteo.

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