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Cratere a calice lucano a figure rosse del Pittore di Dolone, Ulisse assistito dai compagni incontra l'ombra di Tiresia negli Inferi, fine del V sec. a.C.Perché tu che sai tutto di Roma,
lo chiamate così quel vostro cimitero
con quel nome spagnolo che significa estate?...
(così - non lo dissi - per durare
porta la sua radice nell'estate
la primavera, morendovi).
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Un documento fondamentale per la comprensione delle primitive concezioni greche dell'oltretomba, e che ebbe naturalmente parte grandissima in tutte le fasi della successiva vita religiosa e su tutte le elaborazioni letterarie e filosofiche, è il libro XI
dell'Odissea, e cioè la cosiddetta Nekyìa, dove si narra il viaggio di Odisseo sino ai confini del profondo Oceano, là dove sarebbe situato il paese dei Cimmerii, e dove (soprav)vive l'anima dell'indovino Tiresia, che il re di Itaca vuole interrogare².
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L'estate di Roma ci stava davanti
con la più svaporante
la sua più mortale calcinazione.
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Il poeta ci rappresenta le anime dei morti come tanti eìdola, immagini o simulacri che dir si voglia. Sono povere ombre che hanno poca consistenza e, soprattutto, poca luce di coscienza, ed appaiono quindi simili a larve o a sogni. Ed è appunto dalle visioni notturne che pare derivare questa concezione dell'essenza dell'anima dopo la morte. Il fuoco della pira aveva distrutto il corpo fisico ed era quindi un fantasma di esso a presentarsi nella notte, con le sembianze solo accennate del defunto.
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Ne prendo nota - sorrise - te lo dico la prossima volta.
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All'anima come puro spirito Omero non pensava affatto, ed infatti gli interlocutori di Odisseo hanno un corpo, ma povero di forze e c'è anche chi, come Elpenore, supplica il re di bruciare il suo cadavere (che è rimasto insepolto), quasi volesse recidere definitivamente quel legame con la vita vissuta. Un legame che gli impediva di assumere compiutamente il suo ruolo nell'al di là.
Povere di forze sono dunque le anime dei trapassati che si palesano ad Odisseo in attesa di poter bere il sangue che l'eroe offre loro, e che da esso trarranno quel poco di vita e coscienza che permetterà loro di interloquire con Odisseo e di replicare alle sue domande. Ma non ne sono del tutto prive. Infatti le anime dei guerrieri uccise reggono ancora le loro armi sporche di sangue e perfino Tiresia regge uno scettro d'oro.
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Risponde stasera per lui l'invisibile
cicala solista dell'ultima ora di luce
l'abitatrice delle foglie incendiate
di un troppo lungo giorno:
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Tutto il presupposto di questa rappresentazione del mondo infero è la possibilità di rapporti tra il mondo dei viventi e il mondo dei morti. E' una concezione del tutto eccezionale e che ha in sé alcuni spunti assai peculiari. In essa influiscono infatti antichi elementi di origine guerriera e popolare (il sangue bevuto dalle larve ridava loro quella coscienza che avevano perduto quando, da vive, esse si erano dissanguate lentamente, o perché trafitte da qualche arma o per il cessare della vita che aveva essiccato in loro ogni liquido). Ma ci sono anche spunti orfici laddove per esempio si indica specificatamente, in relazione ad Eracle, che quello che Odisseo vede non è il corpo dell'eroe (che si diletta nell'Olimpo) ma il suo fantasma (eìdolon), tradendo forse un'interpolazione successiva, visto che le anime descritte nell'ultima parte della Nekyìa sembrano avere una vigorìa ben diversa rispetto a quelle menzionate nella prima parte del canto (Orione caccia le belve con una grande mazza, Sisifo spinge un enorme macigno e Minosse amministra la giustizia).
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questo è el verano
e il Verano,
s'infervora l'infaticabile,
questa l'estate di Roma di Spagna di dovunque
questa è la primavera nell'estate,
rincara l'univoca la vermiglia voce abbuiandosi
in tutte le Rome di ritorno
di alcune estati prima.
¹
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¹ Vittorio Sereni, Verano e solstizio da Stella variabile (ora in Poesie)
² Una seconda Nekyìa è nel libro XXIV ed è molto diversa da questa. Le anime dei
Proci uccisi da Odisseo sono condotti da Hermes all'Ade, e lo seguono stridendo come pipistrelli. Giunti sui prati d'asfodelo incontrano le anime degli eroi troiani, anime che si presentano come simulacri (psykai eìdola kamónton), ma hanno intelligenza e memoria, e ravvisano coloro che conoscono.
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Madre mia, perché te ne vai mentre voglio abbracciarti
cosìcché anche nell'Ade, gettandoci al collo le braccia,
possiamo entrambi consolarci di questo gelido pianto?...

Ah, figlio mio, tra tutti gli uomini il più sventurato...
...questa è la sorte degli uomini, quando qualcuno muore;
i tendini più non tengono le carni e le ossa,
ma ogni cosa distrugge la forza violenta del fuoco
ardente, e appena la vita le bianche ossa abbandona
l'anima, come un sogno, fugge via volando.
Ma affrettati tu di tornare alla luce: e ricordati bene
tutto questo...

Odissea, XI, 210-223

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Pubblicato il 1/1/2005 alle 3.14 nella rubrica ...we, the memories....

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