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Michelangelo Merisi detto il Caravaggio - La Gorgone MedusaFra tutti i dialoghi senechiani il De ira è senza dubbio quello che, oltre ad avere una maggiore articolazione, mi pare sia il più indicativo di un certo modo di concepire la vita da parte del filosofo romano.
In esso c'è tutto un rincorrersi di battute che, normalmente, potremmo definire "lecite" (per esempio "è logico restituire il male"), e, di conseguenza, grande è il piacere nel leggere come
Seneca smonti pezzo per pezzo l'idea che sta alla base dell'ira: cioè la vendetta.

La parola vendetta è disumana anche se ritenuta giusta. E la "legge del taglione" non è molto diversa dall'offesa se non per la successione dei fatti: chi restituisce un male commette anch'egli una colpa, solo che normalmente ne è scusato.

Molteplici sono gli esempi che il filosofo usa per avvalorare le proprie tesi, che ai suoi lettori  dovevano apparire  inconcepibili (e non solo a loro; sono convinta infatti che molti le trovino implausibili anche ai giorni nostri, nononstante le presunte radici "cristiane" del nostro continente...). Per far colpo sul suo uditorio allora Seneca cerca di pescare in quelli che furono i "padri nobili" dello Stato romano.

Un tale, ai bagni, colpì Catone senza riconoscerlo (chi, infatti, si sarebbe permesso di offenderlo di proposito?). Quando costui lo riconobbe, si affrettò a scusarsi, ma Catone gli rispose: "Non ricordo di essere stato colpito".

Seneca ci dice dunque che, il "Censore" preferì non riconoscere il fatto piuttosto che vendicarsi. Egli indusse l'avversario a porsi nella condizione di colui che risulta "debitore" e, per questo, implicitamente soggetto agli occhi di coloro che assistettero alla scena o che conoscevano i contendenti.

A fronte di argomentazioni "pratiche" Seneca batte anche sul tasto dell'eticità, dei valori che sono propri ontologicamente dell'uomo a prescindere da quelle che si ritengono leggi codificate solo perché "usualmente" applicate. E dunque ecco che, laddove la logica sembra lasciare il posto allo "scandalo" di un comportamento immotivato, il filosofo riesce a far sembrare nobile (e dunque "coraggioso") un comportamento mansueto (se non addirittura remissivo), con un atteggiamento che non ha alla base il "merito", ma il riconoscimento dell'altrui inferiorità. E in questo caso l'esempio della "belva" è particolarmente calzante:

...la vendetta più oltraggiosa è quella di non ritenere degno della nostra vendetta chi ci offende. Molti quando si vendicano, non fanno che rendere più gravi offese di poco conto: è grande e nobile colui che allo stesso modo di una grossa belva se ne sta indifferente mentre attorno a lui dei botoli ringhiano e abbaiano senza freno...

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Da consultare:
Lucio Anneo Seneca - L'ira - Ed. Bur
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Novita in
Biblioteca:
Salmon boy
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SegnaloPsiche, mito, letteratura da Carmilla
             
Bret Easton Ellis - Meno di Zero dal blog sbloggata

Pubblicato il 15/11/2004 alle 1.10 nella rubrica perí tinos.

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