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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


9 maggio 2005


Kelly Borsheim - Untitled with Piano KeysHo saputo riconoscerti nelle occhiate furtive, nei timidi sorrisi che nulla concedevano alla malinconia. Ho valicato con te le vette più impervie, misurato duna dopo duna quasi tutti i deserti della terra, soprattutto quelli umani, il che è tutto dire... So di non averti perso, so di poterti riconoscere ovunque, anche in mezzo ad una folla di persone che, di spalle, percorre un tragitto inverso al mio; potrei farlo anche senza girarmi, anche senza esibire quel buffo gladiolo viola che pretendevi donarmi da Paskowski l'ultima volta che venni a trovarti. "Buffo ometto" e giù a scherzare e a ridere sull'accostamento intravocalico... "farò la fine di de Molay, vedrai...".
Ma tu non sei tipo che guarda alla fine, tu sei quello dei proverbiali inizi. Come la tua arte, che sa prestare attenzione anche al minimo suono d'insetto che può fare un cuore quando si ferisce. Arte sensibile, legata all'anima da un filo sottile che sa di speranza (e quel giorno a Fiesole, sui gradini del teatro, ne ebbi prova tangibile, e io non dimentico, lo sai).
Tu che sai di Primavera mi ricordavi di sorridere, ogni tanto; e lo faccio ancora, senza che tu mi veda; lo faccio ancora, anche se il mio sguardo è rivolto verso altre coordinate.
So che tu ci sei, so che tu esisti, so che tu resisti.
Angela mi scrive di te, della tua pudica illusione (che poi è anche la sua); di come, sulle orme di Forster, siate tornati ancora là dove vi siete conosciuti; di come le tue mani (lunghe mani, belle mani, bianche mani) sappiano ancora cogliere i segreti inconfessabili di certe settime maggiori.
Firenze dev'essere sublime in questi giorni d'incerta Primavera, so che anche tu tornerai a pensarlo, riaprendo la finestra del tuo studio in Santa Croce (perché lo farai ancora, vedrai) per farvi entrare un caldo raggio di sole. Tu che hai attimi d'azzurro negli occhi e nei pensieri, mi lancerai un silenzio che io accoglierò discreta. E lo conserverò, per te, per la tua musica, per il tuo bene che è stato un vento tenero che mi ha fatto essere giovane, ragazza, amica del tuo spirito.
E' con orgoglio che parlo di te, qui, dove le parole si fanno confine e dove il tempo non è più lo stesso, ora che tutto sembra rinascere, là dove la luce torna a prendere finalmente il posto del sole nero della dimenticanza.
E' giusto che altri occhi ed altri cuori (di amici che non ho visto né vedo, ma che conosco nello spirito) possano sapere di te, della tua vita, del tuo semplice esistere; tu che sei stato pietra ed ora sei sabbia di fiume, tu che sei stato vento ed ora sei sospiro, tu che sei stato Sole ed ora sei fiammella tenue di lumino.
E ora qui, nella mia notte, quella tua debole luce tiene compagnia al mio silenzio che, unito al tuo, annulla ogni distanza. E ci dona attimi di coraggio.
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Antonia Pozzi (1912-1938)Io penso che il tuo modo di sorridere
è più dolce del sole
su questo vaso di fiori
già un poco appassiti -

penso che forse è buono
che cadano da me
tutti gli alberi -

che io sia un piazzale bianco deserto
alla tua voce - che forse
disegna i viali
per il nuovo
giardino.


Antonia Pozzi, da Parole
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8 maggio 2005


Umberto Saba ritratto da Carlo Levi (part.)Al giovane Giovanni Giudici, che gli inviava in lettura un suo libretto di poesie così rispondeva Umberto Saba: "...l'unica cosa che possa augurarti è una qualche esperienza di vita: un grande dolore, un grande amore, qualcosa insomma che ti faccia fare un passo avanti dalla letteratura alla poesia...".
Ed a
Giacomo Debenedetti: "...Sto molto male ed ogni parola umana non puo' che farmi stare peggio, anche, amico mio, una tua. E' difficile spiegare...".
Mario Luzi ci ha restituito in pieno il senso di questa figura così problematica nell'àmbito dello scenario letterario italiano del Novecento: "Nella sua umiltà di cronista del valore eterno Saba ha tolto alla sua poesia l'umiliazione di dirsi moderna, perché moderna è tutto sommato una delimitazione".
Nel doloroso esistere dei versi di
Saba possiamo, senza sforzo, ritrovare i nostri pensieri, il cuore, le ore di desolazione, l'inguaribile bisogno di amare, la tristezza disillusa della vita:

Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s'allaccia
sbanda a povere mète.

Ed è il pensiero
della morte che, in fine, aiuta a vivere.

Nei suoi versi desolati fa a volte capolino, come un raggio di sole da una densa coltre di nubi, la timida e amara consapevolezza dell'ineluttabilità del destino che, in un certo qual modo, "assolve" l'uomo dal "probabile errore" che è proprio del vivere:

...da quei sogni e dal quel furore tutto
quello ch'hai guadagnato, ch'hai perduto,
il tuo male e il tuo bene, t'è venuto.

Ed infine il canto puro, che
Saba ha lasciato in dote ai poeti che l'hanno seguìto; una liaison che ha le sue radici nell'Ottocento leopardiano e nel primo Novecento pascoliano; un percorso che non cede mai alle lusinghe di una certa lirica "decadente" e, a tratti, assolutamente declamatoria e di maniera (e in questo caso il nome di D'Annunzio sorge spontaneo).
Saba si affida in pieno solo al verso e, quasi sempre, alla sua dolorosa biografia, come in questa lirica dal titolo significativo, "Ulisse":

Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d'onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d'alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l'alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo
per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Di
Umberto Saba io amo la malinconia, ma anche la risolutezza nell'affrontare il proprio destino e, infiine, una certa joie de vivre. Sentimenti, questi, in apparenza contraddittori, ma solo in superficie.
Sfogliando le pagine di quel libro della (e per la) vita che è il
Canzoniere, chiunque potrà, da solo, rendersene conto.
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7 maggio 2005


Ludovico Ariosto ritratto da TizianoGiovan Battista Nicolucci, detto il Pigna, parlando ne I Romanzi della vita e delle opere di Ludovico Ariosto, scrive che messer Ludovico era "dolcissimo e principalmente con le donne nella conversazione delle quali era pronto e svegliato e gratissimo a tutta la compagnia". L'indicazione è preziosa; che un uomo sia "dolcissimo" con le donne può in realtà rivelare assai poco del suo atteggiamento intellettuale, ma che ne gradisca la conversazione rivela una forma mentis essenzialmente contraria a quegli atteggiamenti che noi ora raccogliamo sotto la parola, forse impropria ma efficace, di "maschilismo". Un uomo che predilige la conversazione femminile si rivela assai di rado maschilista. Quanto ad Ariosto, invece, in molti punti dell'Orlando furioso si rivela addirittura quasi "femminista". Basta osservare innanzitutto che "le donne" è la parola che apre il poema e che se Ariosto avesse voluto mettere in cima all'opera "l'arme" (parola in teoria più adatta, visto il tema) non avrebbe violato alcuna regola metrica. Un ipotetico "L'arme, i cavallier, le donne, gli amori" non può sicuramente definirsi un endecasillabo eccelso, però è passabile. Si può dunque pensare che Ariosto volesse dare il primo posto alle donne non per motivi meramente metrici, ma per indicare un primato femminile nell'economia del poema. E che egli non lo abbia fatto per semplice cortesia lo rivela l'atteggiamento tenuto lungo tutto l'Orlando.
Significativamente, il poema lo narrò per la prima volta ad una donna,
Isabella Gonzaga. Particolare doppiamente significativo, perché Ariosto narrò, non lesse (né avrebbe potuto, non essendo stata l'opera ancora scritta). Narrò al modo in cui si narra la vicenda di un romanzo di cui si debba ancora completare, o iniziare, la stesura: egli stesso sentiva dunqua il peso della storia e della narrazione in qualche modo superiore al peso del verso.
Che poi Isabella abbia apprezzato la narrazione ben più di quanto il fratello
Ippolito apprezzasse il poema compiuto può lasciarci credere che la marchesa di Mantova, donna ricordata per la gran cultura ed il gran carattere, possa avervi ravvisato un'inclinazione, se non "femminista", almeno favorevole alle donne.
E' un'illusione un po' anacronistica? Può darsi, ma nulla ci vieta di farla nostra rileggendo i versi sublimi del grande emiliano.
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Duello tra paladiniLe donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

Dirò d'Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa ma né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d'uom che sì saggio era stimato prima...

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6 maggio 2005


Il castello di CombourgIn fondo alla corte, il cui terreno saliva a poco a poco, il castello appariva fra due gruppi di alberi. La sua facciata, severa e triste, presentava una cortina portante una galleria a piombatoia, dentellata e coperta, che univa due torri diseguali per età, materiali, altezza e mole. Le torri terminavano con una merlatura sormontata da un tetto aguzzo, come un berretto posato sopra una corona gotica...

Celato ora soltanto in parte dai sipari verdi dei grandi alberi, che un tempo si spandevano nelle lontananze, il
castello di Combourg apparve ai miei occhi così come lo descrive nelle Mémoires d'outre-tombe il suo inquilino senz'altro più celebre: François-René de Chateaubriand.
Aveva già nel capiente baule del suo passato i furori della Rivoluzione, i viaggi in America, l'esilio in Inghilterra, l'incarico di segretario d'ambasciata a Roma, la gloria letteraria venuta con
Atala e Le Génie du Christianisme quando, nel 1811, il visconte di Chateaubriand incomincio a scrivere quelle Memorie d'oltretomba destinate ad apparire postume tra il 1848 e il 1850 e in cui sono distillati e sublimati gli anni di malinconia e di esaltazione dell'infanzia che formarono la sua personalità. Dopo che a Saint-Malo, nella notte di tempesta del 4 settembre 1768, la madre gli "inflisse la vita", venne un tempo di ozi e di scorribande tra le vie François-René de Chateaubriand (1768-1848)strette della città considerata una "estremità della terra", lungo i suoi bastioni possenti, sulle vaste spiagge fra l'alternarsi delle maree, abbandonato alla cura dei domestici, fra studi distratti a Rennes, a Dol e a Dinan, cui preferiva la contemplazione del mare "ascoltando il ritornello delle onde".
Venne poi la stagione di
Combourg da cui (è stato scritto) "in un quadro degno di Ossian l'avventura della più alta prosa francese è partita". Un "quadro" con tutti gli impasti e le campiture per risvegliare la sensibilità di quel giovane emotivo percorso da ansie di solitudine ma anche di intensi bisogni di sensazioni alla ricerca dell'immaginario.
"E' nei boschi di Combourg", leggo nelle Memorie che ho qui davanti ai miei occhi, "Che sono diventato quello che sono".
Potenza del luogo, e della venerata solitudine.
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5 maggio 2005


Un'ultima volta e bastaDa piccola ero solita nascondermi nel cavo di un grande platano che avevamo nel giardino della casa di città. Un rifugio non troppo sicuro, se visto dalla parte della strada, ma che garantiva una buona protezione dagli sguardi di chi era in casa. Ero quasi certa che prima o poi sarei precipitata nelle profondità della terra, proprio come Alice, una volta che, maldestramente, avessi inciampato in qualche congegno che avrebbe aperto l'immaginaria botola che ero certa di avere sotto i piedi. Stavo lì, in silenzio, per lungo tempo, leggendo un libro o fantasticando, fin quando le voci della mamma o della tata mi richiamavano all'ordine.
Mi rendo conto di non essere affatto cambiata: ho girato il mondo, ho vagato per gli anfratti più sperduti della terra, navigato su mari e oceani e solcato molti cieli ma, quando posso, ritorno con la mente al mio platano che ancora mi aspetta. Adesso non riuscirei certo a stare molto comoda nella sua cavità, ma il solo pensiero di rivederlo ogni volta che, sempre più raramente, torno nella casa di città, mi eccita e quasi mi commuove.
Sono stata lontana, ho vissuto, ho amato, creduto, sperato e desistito; ho accarezzato volti, visto mirabìlie, ascoltato molte cose in un'infinità di lingue; ho letto libri, ammirato quadri, toccato sculture ed ascoltato sinfonie. Ho avuto amici, amanti, ignoti compagni di viaggio e popolate solitudini, ma nulla mi ha mai restituito la pace del sogno e della fantasia quanto il platano del mio grande giardino di città.
Bisogna che ci torni, ancora una volta. Non sarà uguale, lo so; il mio nascondimento non terminerà con le voci della mamma e della Giulia, quando mi rialzerò non vedrò il volto austero del commendatore guardarmi interrogativo. Ci saranno solo foglie e vento attorno a me, ma dovrò tornarci ancora un'ultima volta.
Poi venderò tutto, senza pensarci due volte.
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Émile Zola (1840-1902)Tra rue Pasteur e la Senna corrono, dritti come spade, i binari della ferrovia su cui sfrecciano, velocissimi, i tgv e corrono, meno rapidi, i treni merci. Ma gli uni e gli altri non si fermano certo alla piccolissima stazione di Médan, che capistazione e frenatori hanno da tempo abbandonato. Tra rue Pasteur e la stazioncina dalle scritte arrugginite visitai più di dieci anni fa la
villa-museo di Émile Zola, il cui giardino scende dolcemente sin quasi a sfiorare le rotaie lucenti. "Ho comperato una casa, una conigliera, tra Poissy e Triel, in un angolo piacevole ai bordi della Senna, 9000 franchi, vi dico il prezzo perché non abbiate troppo rispetto. La letteratura ha pagato questo modesto asilo campestre". Così scriveva a Flaubert, il 9 agosto 1878, l'autore dell'Assomoir (L'Ammazzatoio), il cui successo aveva di fatto finanziato quell'acquisto. Alla ricerca di un luogo tranquillo per lavorare con lena meticolosa al ciclo monumentale dei Rougon-Macquart (di cui aveva già scritto otto dei venti volumi che compongono l'opera), Zola amava però anche circondarsi degli amici. Così la "conigliera" incominciò a crescere: vi furono aggiunte le due torri laterali, venne acquistato terreno adiacente; il giardinetto divenne un parco; nei prati pascolavano il cavallo Bonhomme, la mucca Marguerite e vi scorrazzava, allegro, spaventando le galline, il cane Pimpim Premier du Coq Hardi.
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Elio PagliaraniSe domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m'era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d'amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s'urtano
con la gente di faccia.
Che figura
t'ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all'immagine riflessa
di te?
Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.

Elio Pagliarani, La ragazza Carla e Nuove poesie, Mondadori, 1962
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4 maggio 2005


...l'ultimo orizzonte...Sapevamo di dovercene andare. Lo sapevamo perché abitavamo altrove, perché eravamo ignoti a quella terra e alle circostanze che ci avevano casualmente condotti sin là da due nazioni diverse, senza mai esserci visti prima. - Vorrei osservare un'ultima volta l'orizzonte da qui - dicesti compìto nella tua lingua dura e, per farlo, ti alzasti sulle punte come se fossi un'étoile. - Ecco, ora sono pronto - e ti incamminasti giù per il pendìo come se qualcuno stesse lì ad attenderci fremente.
Non c'era nessuno, ovviamente, tranne io e te, due punti bianchi inutilmente riconoscibili in quel trionfo di blu e oro. Il deserto alle nostre spalle pareva avanzare, il mare davanti ai nostri occhi sembrava invece chiamarci con canti di sirena. Più tardi il vecchio che ci aveva accolti ci guardò di sbieco, interrogativamente. Decidemmo di restare ancora un poco; a sera, dicesti, la traversata sarebbe stata meno calda e impegnativa. Decisi allora di riposare, nella fresca brandina della moglie del pescatore; non so per quanto, forse un'ora, due o anche più. Quando mi svegliai il crepuscolo era avanzato. Sentivo la donna nel cucinotto lavare le stoviglie, parlare nella sua lingua d'aria all'ometto che rispondeva a monosillabi o non rispondeva affatto. Quando scostai la tenda mi fissarano entrambi, come inebetiti.
Poi il vecchio alzò la mano e mi indicò la piccola finestra. Sulle ultime strisce di luce ondulata ti vidi da solo veleggiare verso Nord. Tornai a voltarmi verso i nostri ospiti, la donna allargò le braccia e poi giunse le mani al petto. Nei suoi occhi intuii delusione e rincrescimento ma non me ne curai. Tornai sulla brandina e mi coricai di fianco, con la faccia rivolta verso il muro.

Non so dove ti sei fermato e non so se e dove hai tracciato le linee di una nuova vita. Il giorno dopo il rumore dell'aereo che mi riaccompagnò a casa cancellò ogni residua traccia di te.
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John Donne (1572-1631)Fra '500 e '600 anche in Inghilterra quell'armonia dell'uomo con il mondo che era stata celebrata dal Rinascimento si spezza in una serie di antitesi fra realtà e trascendenza, che invitavano alla riflessione sulla caducità della vita. In questo contesto nasce la poesia metafisica di
John Donne, costruita su un interrotto colloquio dell'io con se stesso, che amalgama senza dissonanze sentimenti e pensieri. Donne, che era anche predicatore, oltre ai versi pubblicati postumi nel 1633, tranne i due Anniversari, ci ha lasciato i Sermoni e quel capolavoro dell'oratoria sacra che è il Duello della morte.
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Rocco Scotellaro (1923-1953)Ora che ti ho perduta come una pietra preziosa
so che non ti ho mai avuta né spina né rosa:
non stavi al fondo della cassa che sarebbe bastato
alzare panni e coperte per rivederti a posto
con pena e occhi incerti nella massa delle cose.
Ti portavo addosso con carte e matite e monete
e sapevo di perderti ma non come pietra preziosa,
credevo che tant'acqua poteva levarmi la sete.
Ora, che voglio fare?, guardare dove non c'eri
dove non sei dove non sarai coi tuoi occhi neri.


Rocco Scotellaro, da E' fatto giorno, Mondadori, 1954
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3 maggio 2005


...Natura, partecipe esistenza...Consumato ogni tempo, recuperata ogni virtù, spento ogni fuoco, spezzato ogni vincolo, rinascerò selvaggia da uno specchio. Il vento mi gonfia la gonna e mi fa trasalire. Mi siedo sul prato e, curiosa, partecipo alla caccia che due vespe d'oro fanno alle mie rose. So che le violeranno non appena si apriranno. E' il loro tempo, sapranno approfittarne.
Non mi opporrò, ché non è bene. La natura partecipi al mio esistere così come io partecipo al suo.
Sarò pietra di fiume e grano di pianura, legame e lima per evadere. Sarò compiacente e muta, umida se c'è da bere, arsa se dovrò riscaldare. Ma non è tempo di sogni o segni, è tempo di speranza, piuttosto.
Mi stendo schiena all'erba, viso al sole e mano sinistra sulla faccia. - Ridi, bambina, ridi... - la cara voce di papà mi risolleva. Ho aspettato a lungo il suo passo all'incrocio del vecchio sentiero, là verso la chiesetta della valle, le cui campane da qualche anno non annunciano più le ore (arrivavano da noi chiare quando spirava forte il vento da mezzogiorno). Chi se ne occupava è morto e da allora è rimasta chiusa, e forse lo sarà per sempre. No, non è tempo di sogni o segni. Mi rialzo, torno in casa, pronta ad essere conquistata da un libro mezzo aperto. Tutto quello che ho toccato mi profuma nella mano.
Chiudo gli occhi, odoro, ascolto e penso che un ricordo non è mai vano, se porta con sé l'allegria di un giorno che resiste, il fuoco e il ghiaccio di un tempo che era segreto e che ora, amico, siede qui al mio fianco, mentre sorseggio grata menta inglese, fresca e smeraldina.
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...Odisseo polytropos...La
città di Troia nasce e cade per mano di uomini molto simili, così ci insegna Walter Burkert nel suo Homo Necans. Odisseo infatti, dopo la distruzione di Ilio, vagherà a lungo su una zattera dopo aver lasciato l'isola di Calipso. Identica sorte era toccata a Dardano, il fondatore di Troia ed eponimo dello stretto su cui sorgeva Troia; egli infatti, dopo un lungo e tribolato naufragare, giungerà sulle rive dello Scamandro e lì deciderà di dare vita ad una città che diventerà ben presto una delle più ricche e prospere della Grecia asiatica. Questo fino all'arrivo degli Achei ed alla determinante intuizione di Odisseo. Che idealmente chiude un cerchio aperto, come dice appunto Burkert, da un suo "simile".
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Leonardo Sinisgalli (1908-1981)Chi ama non riconosce, non ricorda,
trova oscuro ogni pensiero,
è straniero a ogni evento.
Mi sono accorto più tardi
di tutti gli anni che l'aria
sul colle è già più leggera,
l'erba è tiepida di fermenti.
Dovevo arrivare così tardi
a non sentire più spaventi,
pestare aride stoppie, raspare
secche murate, coprire la noia
come uno specchio col fiato.
Sono un uccello prigioniero
in una gabbia d'oro. La selva
variopinta è senza colore per me.
L'anima s'è trovata la sua stanza
intorno a te.


* * *

Si fatica per anni
a sciogliere i nodi,
a dare un'immagine
favolosa a una ciocca
illeggibile di segni perduti.

Leonardo Sinisgalli
da I nuovi Campi Elisi, Mondadori, 1947
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2 maggio 2005


...fra sete e illusioni...Maggio s'inoltra verso l'estate e non ha importanza che un refolo fresco di vento, del tutto indifferente al corso della stagione, venga a visitare le mie stanze di silenzio, come una voce che ricorda come di lunghi sogni sia pieno un giorno; come si possa amare, nella veloce parola del vento, tutto quello che non ha confine, tutto quello che ritorna imprevisto e immotivato come il segno di un rancore.
Il caldo porta le sete, mentre il mio sguardo si volge lento verso il cielo, che è fondo, rigoglioso, aperto alla speranza; l'azzurro mi scuote e mi sento donna, specchio luminoso della terra. Tranquillità latente che esplode improvvisa, negli odori, nelle nostalgie dell'aria che oscillano fra i rami degli ulivi, nei colori che esaltano la potestà dello spazio sul mio tempo. Volti ricreati dall'attesa tornano a visitarmi.
Quante volte ho creduto di abbracciare compagni ritrovati, ma erano solo moti d'aria e plenilunî, attimi lunghi e fiochi di un misurato esilio. Placata è l'illusione nel silenzio, la voce che mi giunge di lontano è quella di un cane che sembra dire addio. E' così remota e segreta che pare appartenermi. Non è vero, lo so, ma il bene che mi resta è pura persuasione. Dolce, misericordiosa assenza di volontà ostile.
Ed è così che le luci, i silenzi e le illusioni diventano frutti preziosi, con i quali smorzo la sete di questa prima, generosa estate.
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...segno e parola...Per
Gottlob Frege la matematica doveva essere presentata come un brano ideografico senza commenti, senza intrusioni del linguaggio naturale, perché il linguaggio ideografico, per lui, non aveva bisogno di altri "lessici" per essere ulteriormente esplicato. Giuseppe Peano arrivò addirittura ad insistere sul fatto che nel linguaggio simbolico della matematica potevano essere espresse, senza dubbio, intere teorie. In questo senso i due matematici manifestavano la certezza che il linguaggio ideografico portasse in sé il suo significato. Una sorta di "lingua delle idee", drasticamente separata da quella "comune", dove la domanda "di cosa si parla?" viene semplicemente rifiutata, così come non viene neanche accolta l'eventualità di interpretazioni diverse dal nudo segno.
Questi assunti mi hanno fatto riflettere su come alcune avanguardie scientifiche moderne abbiano finito per chiudere un cerchio ideale sviluppatosi ai primordi della nostra civiltà.
Il segno torna dunque a
farsi parola dopo che la parola era diventata segno.
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Alfonso Gatto (1909-1976)In quel grande silenzio dove arriva
l'alba dai porti delle nebbie, ai vetri
d'una casa straniera, io parlerò
della vita perduta come un sogno
e tu m'ascolterai dentro al tuo freddo
chiudendo gli occhi a poco a poco, azzurra.

Poi sopra il mondo scenderà la pace
delle tue mani, finalmente illesa
senza paura d'essere turbata.
E crederemo di portar con noi
con le prime speranze un'altra vita:
al soffio della voce ormai lontana
come la luna morta del mattino.

Alfonso Gatto, da Nuove poesie, Mondadori, 1949
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1 maggio 2005


...arco di sogno...La sera sembrava languire, poi si è ripresa. Il tempo ha accennato a fermarsi (un attimo lunghissimo è stato scandìto dalla calma di vento e da un silenzio inatteso e inaudito), poi è ripartito vorticoso e incessante.
Forse ci incontreremo, appena un poco più in là di quest'arco di sogno, in faccia a questa notte ignota, che sa di amaretto e di viole; una notte calda, che parlerà di noi negli sguardi curiosi dei tanti sconosciuti che ci osserveranno passare discreti e appena sorridenti.

Anche il picchio è tornato e il vento è aumentato lentamente, rompendo il silenzio verso il confine, verso la luce incipiente del mattino, atteso e ormai prodigo di buoni consigli.
Parole nascoste arrivano dal bagnasciuga, incrocio d'acqua e di vento, retaggi di quell'attimo spento che ha lasciato traccia di sé come la lava rappresa di un vulcano. I sussurri dicono e non dicono; mi portano lontano, alla deriva, verso quell'arco di sogno in cui, senza dubbio, noi c'incontreremo ancora.
Felici di essere stati vivi, prima della tempesta.
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Museo di Delfi, Auriga (part.)Perché
Pelope non volle pagare Mirtilo dopo che, grazie al suo mozzo di cera, Enomao rimase ucciso e lui poté sposare Ippodamia, divenendo così signore del Peloponneso (che da lui prese nome)?
Atreo e Tieste, sconteranno la maledizione del padre, che doveva essere ben consapevole di scatenare su di sé e sulla sua discendenza le ire degli dèi (oltretutto era figlio di cotanto padre...).
Una gran parte delle tragedie greche sono dunque frutto di un patto non rispettato. Sarebbero bastati i classici "trenta denari" e le rime dei tragediografi (almeno così come le conosciamo noi) magari non sarebbero nemmeno mai esistite. Per nostra somma sventura.
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Attilio Bertolucci (1911-2000)E' il bene, il bene di un giorno
questo sole lontano e leggero
e non farà più ritorno
non lo vedremo più.

Già per città azzurre
ombre scendono incontro a te
dal cielo primaverile, e non sai perché
il familiare saluto ti rattrista

all'angolo di una strada delle viole
stinte d'un vagabondo fiorista.

Attilio Bertolucci, da Lettera da casa ora in Opere
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