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Il blog di Clelia Mazzini


perí tinos


24 aprile 2005


Il monocero e l'orso dal Bestiario di AberdeenIn una delle sue lettere, precisamente quella catalogata con il numero 55 (integralmente leggibile aprendo il collegamento precedente e sfogliando l'elenco), Agostino di Ippona ricorda che i simboli contengono un insegnamento; senza temere l'esagerazione egli sostiene che essi hanno lo scopo di risvegliare e nutrire il fuoco dell'amore affinché l'uomo riesca ad elevarsi verso ciò che è al di sopra di lui e che da solo non saprebbe raggiungere. Nel De doctrina christiana il "dottore" studia i segni, i simboli racchiusi nelle sacre scritture. Confessa che taluni passaggi sono ardui, quasi impossibili da spiegare, altri gli appaiono ambigui (signa ambigua, scrive proprio così).
Dall'universo evocato di piante, animali, minerali, dal mondo criptico che ha attraversato egli esce a testa alta, e l'opera che ho appena citato è senz'altro alla base delle scienze naturali, geografiche, mineralogiche, botaniche e zoologiche del Medio Evo. Da essa nasceranno i bestiari e i lapidari dei secoli di mezzo.
Non deve stupire quest'apparente aporìa che potrebbe manifestarsi tra sacro e profano; per convincersene basta saper cogliere la complessa simbologia delle cattedrali, dove tutto era organizzato secondo un preciso calcolo. Anzi, una definizione di cattedrale potrebbe essere: luogo ove si incontrano i simboli adatti ad avvicinarsi alla conoscenza del supremo. Le bestie, le pietre, le forme mostruose e angeliche si incontravano qui con la proporzione (il regno del numero) e con la musica, la quale (come ho
avuto modo di scrivere altre volte) altro non era considerata che sviluppo del numero. Ed è anche vero che la cattedrale rappresenta l'ultima grande interpretazione del Timeo platonico e l'estremo abbraccio alle dottrine pitagoriche.
Non a caso, quando i musici evocano con le note il cielo visibile e quello invisibile, essi si rivelano in tal luogo attraverso il "concerto". Ma il discorso si farebbe estremamente complicato, perché infiniti sarebbero i concetti matematici e musicali da approfondire. Chi volesse affrontare questa danza di simboli e di sensazioni può allora recarsi al
Museo Nazionale del Medioevo a Cluny. Qui troverà due capitelli che presentano i diversi toni musicali. Non ci sono le note ma le otto formule musicali che servivano da base al canto dei Salmi e ai diversi canti della liturgia. Vedrà i simboli. Si incontrerà con i numeri. Sentirà una musica diversa. E rimarrà incantato guardando la danzatrice che tiene in mano un cembalo costituito da due forme circolari riunite da un anello che indica le labbra.
Parola? Canto? (Ri)nascita? Forse l'insieme delle tre cose, nell'infinito ed imperscrutabile disegno della conoscenza.
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...giustizia o perdono?...Un racconto di 'Abdallāh al-Yāfi'ī (Rawd, 238, riportato da
Elémire Zolla ne I mistici dell'Occidente, vol. I) mi ha fatto riflettere sul concetto di giustizia e su quello di perdono (o "indifferenza alle offese" che dir si voglia). Temi che non mi pare abbiano perso di attualità (e che, soprattutto, dovrebbero essere cari a chi, a qualsiasi titolo, si professa "religioso" - ma, a pensarci bene, utili anche agli agnostici come me).
Vi si narra di un fachiro che chiede ad uno sceicco di svelargli il nome segreto di dio, conoscendo il quale si è onnipotenti. Lo sceicco domanda all'uomo se egli se ne sente degno e questi risponde di sì. Lo sceicco gli chiede allora di andare alla porta della città e di riferirgli quanto vi avrà visto. Il fachiro si reca dove ordinato e vi vede passare un vecchio che guida un asino carico di legna. Un soldato aggredisce il vecchio, lo deruba e lo scaccia. Quando il fachiro fa ritorno al cospetto dello sceicco riferendo quanto ha visto, l'altro gli domanda che cosa avrebbe fatto se avesse posseduto il nome segreto di dio. "Avrei fatto giustizia del soldato", risponde il fachiro senza esitazioni. E lo sceicco: "Bene. Allora sappi che quel vecchio è colui che anni fa mi svelò il nome segreto di dio".
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23 aprile 2005


Edward Hopper - New York Movie, 1939Abituàti ad inseguire l'armonia prodotta da una grande orchestra, da uno strumento o da una semplice voce (e mi fermo ai suoni senza parlare dei "rumori"), abbiamo forse finito per smarrire il significato del silenzio; pensiamo ad esso come ad un mezzo religioso, magari per ottenere quello che impetriamo con la preghiera, non come ad una delle dimensioni certe dell'universo.
Ricordo qui, con grande piacere, il tentativo dei
Pitagorici di spiegare il silenzio universale con la Musica delle Sfere: ogni corpo celeste nel proprio moto emette un suono che solo pochi mortali possono udire. Gli altri sono condannati a non sentirlo. E tra questi pochi mortali, stando a Nicomaco di Gerasa e a quanto scrive Porfirio nella sua Vita di Pitagorica, vi era proprio Pitagora.
Filone di Alessandria ci assicura che anche Mosè lo udì sul Sinai. Boezio vi crede nel modo più spirituale possibile: la musica delle stelle si sente con un atto dell'intelletto. Solo così è possibile percepire quei rapporti armonici che sembrano regolare ogni ordine cosmico.

Ma si può ascoltare il silenzio? Abbiamo "strumenti" fisici e spirituali atti a percepirlo?
Azzarderei di sì, e dato che esso sta al rumore come la Morte sta alla Vita, oserei dire che, attraverso di esso, potremmo accedere anche a "misteri" ben più complessi.
Dove ogni "onda" si ferma o si disperde, il silenzio può invece penetrare e agire.
Senza necessità di spazio o di tempo per manifestarsi.
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Roberto Benigni ne La voce della luna di Federico Fellini


- ...Eppure io credo che se ci fosse un più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire...

Ivo Salvini (Roberto Benigni) ne
La voce della luna di Federico Fellini




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5 aprile 2005


François Millet - L'Angelus (part.)Partendo dal preambolo che sta alla base della dottrina epicurea e cioè che tutto ciò che chiamiamo reale è frutto di ciò che può essere obbiettivamente percepito dai sensi (anche se attraverso l'ausilio non indifferente della coscienza), Lucrezio spiega le ali del suo canto che, in certi momenti, ci appare davvero sublime.
Il poeta-filosofo mira dritto al cuore della filosofia del suo
maestro: è un ortodosso, non (ri-)conosce la mediazione di altri autori. Egli scrive unicamente di ciò che sembra interpretare al meglio la dottrina del "fondatore" e lo fa senza mezze misure, ma con una leggerezza ed una suasività propria di chi vive un rapporto felice con la Poesia.
L'atechnìa tēs physeōs di
Epicuro, cioè quel rapporto irrazionale che la natura pare avere soprattutto rispetto all'uomo, viene accentuata in Lucrezio fino ad assumere i toni più cupi e pessimisti. Certo, non irrilevante in questa visuale più estrema, è il ruolo della condizione sociale e politica della Roma in cui il filosofo viveva, ma senz'altro questo difetto naturale è anche frutto di una più profonda riflessione metafisica, che la declamata indifferenza o il sostanziale disprezzo per il reale non mitigano del tutto:

...Per quel che mi riguarda, preferisco ignorare quali sono i principi delle cose;
oserei tuttavia, e sul semplice studio dei fenomeni celesti,
e su ben altri fatti ancora, sostenere e dimostrare
che il mondo non è stato creato per noi da una volontà divina:
tanto si presenta contaminato da difetti...

(
De rerum natura, II, 177-181)

E' comunque in questa sostanziale "mancanza di perfezione" che Lucrezio ravvisa la causa della dolorosa condizione umana:

...Così, il genere umano lavora senza profitto, in pura perdita,
e si consuma in vane preoccupazioni:
non conosce - è evidente - il limite del possesso
e sin dove può estendersi il vero piacere.
Quest'ignoranza a poco a poco ci ha trascinati nella tempesta
e ha scatenato le burrasche e le rovine della guerra...

(id., V, 1430-1435)

Al poeta non resta che rifugiarsi nella memoria di un più fecondo passato che lo aiuti a dimenticare la difficoltà universale sua e dei suoi simili:

...Già, scuotendo il capo, il contadino carico d'anni sospira senza tregua,
al pensiero che tutta la sua grande fatica è rimasta sterile,
e, quando paragona il presente al passato,
non manca di vantare la fortuna di suo padre.
Anche chi ha piantato una vigna, oggi vecchia e rinsecchita,
incrimina, tutto triste, l'azione del tempo,
affligge il cielo con i suoi lamenti e brontola incessantemente
che gli uomini d'un tempo, pieni di devozione,
ebbero un'esistenza molto facile anche in territorio ristretto,
malgrado la parte ben minore di terra assegnata a ciascuno:
e non si avvede che tutto deperisce a poco a poco.
E si avvia verso la bara, stremato dalla lunghezza del cammino della vita.

(id., II, 1164-1174)

Sono i versi perfetti di un uomo consapevole, al quale altro non è concesso se non il dono della testimonianza.
"Redimere" l'uomo da una culpa non sua non è possibile. Possibile è solo descriverne il doloroso tragitto fra la nascita e la morte. Anche se verso quest'ultima egli ha parole decisive:

...occorre scacciare e rovesciare quel timore dell'Acheronte che,
penetrando sino al fondo dell'uomo, getta la preoccupazione nella sua vita,
la colora interamente del nero della morte e non lascia che alcun piacere
possa sussitere puro e senza ombre...


(id., III, 37-40)
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Max von Sydow e Bibi Andersson sul set de Il settimo sigillo- ...Lo ricorderò, questo momento: il silenzio del crepuscolo, il profumo delle fragole, la ciotola del latte, i vostri volti su cui discende la sera, Michael che dorme sul carro, Jof e la sua lira... Cercherò di ricordarmi quello che abbiamo detto e porterò con me questo ricordo delicatamente, come se fosse una coppa di latte appena munto che non si può versare. E sarà per me un conforto, qualcosa in cui credere...

Antonius Block (Max von Sydow) prima di incontrare la Morte ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman
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