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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


30 aprile 2005


Attimo di lagoDi tanto in tanto qualche parola si faceva largo fra cielo e lago, per un intersizio di solitudine; vagava un attimo, si fermava e poi cadeva repentina nella sera.
Per questa vita che abbiamo conquistato (fosse solo per un istante in più, un inutile, vuoto, immenso, indefinibile istante) parlerei ancora di te a te, se ne avessi l'occasione. L'ultima volta che lo feci Koessler gioiva, altissimo, sulle zampe di dietro e poi correva veloce dietro la palla rossa che gli lanciavi ridendo.
Ridevo a mia volta, di te, di lui, di noi che sembravamo ancora ridere.

Sono ancora qui, nell'antica e (troppo) grande casa che fu dei miei; leggo la tua lettera e ripenso a un universo di colline calme, segrete, impenetrabili:

...La bonne journée le beau regard qui prend sous tes habits c'est entendu: de toutes mes forces le sang ne quittera, le souffle bref face à face, les doigts font monter plus légère avec ses suivants la force d'une blessure...

...in memoria...
Una memoria è un giorno, a volte solo un pomeriggio. Indietro non si torna, avanti è difficile andare.
Culliamoci così, nella pace dell'eterno presente che sapemmo costruirci. Nel segreto dell'infinito mattino che seppe sorriderci.

Koessler è morto da tre anni, ormai. L'ho seppellito nel giardino a Nord, con la sua/tua pallina rossa, sotto uno degli abeti più alti, dove spesso amava riposare d'estate. Non so se scrivertelo, forse sì, te lo scriverò. Quando il tempo mi darà tempo per una risposta che arrivi a te serena, come lo sono io, ora. Lontana anni-luce dallo specchio dei tuoi occhi, ma più vicina che mai alla tenda di velluto (bordeaux) che nasconde il tuo cuore.
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Giovanni GiudiciMetti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te...

Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l'essere è più del dire.

Giovanni Giudici
- La vita in versi
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29 aprile 2005


Arte del Benin - Testa di Re (XVI sec.)La città di Benin, che sorgeva a poco più di 200 chilometri da Lagos, venne cancellata da un incendio appiccato dagli Inglesi nel 1897. Nel bottino di guerra figuravano oltre 2000 opere d'arte. Quando giunsero in Europa innescarono una sorta di corsa all'accaparramento. Vienna si assicurò la parte migliore; altri pezzi vennero dispersi; l'Italia rimase a guardare e non acquistò nulla ma l'esclusione dalla "gara" non fu determinata da inique lottizzazioni dello strabiliante patrimonio, bensì da puro disinteresse.
Per il suo fascino, arte del Benin fu per decenni sinonimo di
arte africana; era la sola infatti a poter contare su una gran quantità di materiale stilisticamente omogeneo, e che perveniva da un luogo definibile per storia, tradizioni e qualche data. Le ragioni dell'interesse erano, anche di altra natura; l'arte del Benin è caratterizzata da una forte impronta naturalistica che la rende immediatamente riconoscibile, almeno per quanto concerne gli esemplari di più alta qualità, e da un potente espressionismo trattenuto entro belle forme.
Olfert Dapper, nella sua Description de l'Afrique (1668), scrive che grandi placche di bronzo ornavano i pilastri di sostegno della reggia di Benin. La narrazione non si inoltra in dettagli, ma è evidente che alluda alle lastre di lega metallica sulle quali sono rappresentati re scortati da dignitari di corte, scene di sacrificio e di caccia ad alto rilievo. Si tratta di un naturalismo del tutto particolare, piuttosto astratto. Le figure del Benin posseggono una straordinaria regalità. Niente di così altamente perfezionato e aulico è noto in tutta la produzione di arte africana, tanto che risulta immediato anche al profano domandarsi quali influenze simili sculture abbiano subìto.
S'insinua quindi il sospetto che questo straordinario capitolo dell'arte africana, per molte ragioni incomprensibilmente autonomo, sia in qualche misura debitore della sua bellezza all'Occidente conquistatore. Del resto la produzione comincia ad aumentare e a mutare connotati dopo l'arrivo dei Portoghesi, imitando se stessa fino agli ultimi giorni. Gli studi sull'argomento sono ancora in corso, ma questo ponte fra Nord e Sud del mondo sembra ormai ampiamente documentato ed
assimilato nel nostro àmbito artistico e culturale.
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Per chi volesse approfondire la conoscenza dell'arte africana (non solo del Benin) consiglio una visita (almeno virtuale) al
Museo Dapper di Parigi.
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John Leguizamo in Moulin Rouge di Baz Luhrmann


- ...No, non è vero che l'arte sia semplice.
Perché lo sarebbe?
La vita stessa non è semplice, né lo è la mente umana...
Né in quanto a questo lo è il cuore...


Henri de Toulose-Lautrec (John Leguizamo)
in
Moulin Rouge di Baz Luhrmann



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28 aprile 2005


Greta GarboLa data di nascita è sempre imprecisa. Può variare di giorni, di mesi o, addirittura, di anni. Anche il luogo è spesso fumoso. Piccole cittadine portano ricordi fotografici di una irriconoscibile infanzia, vecchie contadine giurano di averla vista in fasce. Chi può dire con certezza dove e quando è nata una diva? E' praticamente impossibile, perché una diva deve avere un passato difficile da ricostruire. Seguono poi (di solito) una famiglia sbiadita, un'infanzia senza storia e un padre il più delle volte troppo debole per essere un punto d'appoggio.
Approfondendo un po' scopriamo che, per esempio, il padre di
Greta Garbo, Karl Gustafsson, non fu un personaggio eccezionale o un pilastro della società, bensì un poveruomo alto e magro, dai lineamenti delicati e sfuggenti, discendente da cinque generazioni di contadini e sprovvisto tanto di buona salute quanto di ambizioni particolari. L'indole della bambina, paffuta e disponibile ma di aspetto non superiore alla media, si formò inequivocabilmente in un alveo di quieto anonimato, di assoluta nonchalance esistenziale. (Lo stesso fu, pare, anche per Sophia Loren che parlando del padre, in un'intervista, ebbe a dire: "C'era e non c'era. E, se c'era, era solo per darmi delle delusioni").
Per molte dive la mancanza di un padre "modello" (o, meglio, di un "modello" di padre) ha coinciso con la comparsa, più o meno in giovane età, di un pigmalione. Di un uomo da cui imparare tutto, dal modo di camminare a quello di atteggiarsi, una fonte di certezze da cui abbeverarsi. Per qualcuna è stato un fotografo, per altre un Greta Garboamante o un marito, per altre ancora un regista. Ma per tutte fu la molla che fece scatenare il meccanismo della "divinazione".
Greta Garbo (sempre per rimanere in tema di archetipi) ebbe Mauritz Stiller, un personaggio del cinema svedese, molto in vista all'epoca, che, pare, non solo le diede il nome (anzi, un "cognome", visto che Greta era proprio il suo primo nome), ma addirittura l'ammaestrò secondo il suo prototipo femminile: ipersensuale, spirituale e mistico. Alla fine lei, gelida e morbosa come abbiamo imparato a conoscerla dai (purtroppo pochi) film che ci sono rimasti, restituirà ottimamente il tempo impiegato da Stiller per "educarla".
La "
divina", infatti, una volta imparato a "volare" non scenderà più dal cielo. Un suo sguardo, una sua parola, anche solo un semplice gesto sono diventati "cinema"; pura espressione di un'arte che lei stessa, come pochi altri, ha contribuito a creare.
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Glora Swanson e William Holden in Viale del Tramonto di Billy Wilder- ...Lo dicevo che nel cinema c'è qualcosa che non va.
- E' finito, distrutto. Un tempo, col nostro mestiere, gli occhi di tutto il mondo erano stregati da noi. Ma non era sufficiente per loro, oh no!, dovevano impadronirsi anche degli orecchi. Allora aprirono le loro bocche bestiali e vomitarono parole, parole, parole...
Avete fabbricato un capestro di parole per strangolare il cinema. Ma il microfono registrerà i suoi rantoli, e il technicolor fotograferà la sua rossa lingua ciondoloni...
- Siete Norma Desmond, la famosa attrice del muto. Eravate grande...
- Io sono sempre grande. E' il cinema che è diventato piccolo...


Joe Gillis (William Holden) e Norma Desmond (Gloria Swanson) in
Viale del tramonto di Billy Wilder
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27 aprile 2005


Jean-Auguste-Dominique Ingres - Virgilio mentre recita l'Eneide all'imperatore Augusto (1812, part.)Ci dev'essere qualche ragione se Virgilio si manifesta (e si rende visibile) nei luoghi più impensati della nostra cultura. Per fare solo due esempi: Virgilio è presente alla mente di James Frazer quando inventa, con Il ramo d'oro, l'antropologia moderna. Il ramo d'oro: quel ramoscello che accompagna Enea nel suo viaggio nell'oltretomba (Eneide, Libro VI):

...Ma non si può discendere nei segreti della terra, prima
di avere staccato dall'albero il ramo dalle fronde d'oro...


[
...Sed non ante datur telluris operta subire,
auricomos quam quis decerpserit arbore fetus...
] (vv. 140-141)

Ma Enea è presente anche all'attenzione di Freud quando inventa la psicoanalisi e sceglie per epigrafe dell'
Interpretazione dei sogni un verso tratto dal VII Libro dell'Eneide:

...Se non riuscirò a piegare gli Dei, smuoverò l'Acheronte...

[...Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo...] (v. 312)

Una ragione per tutto questo ci dev'essere, non c'è che da trovarla.
Vuol dire che mi metterò all'opera.
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Christen Købke - Veduta di uno dei laghi di CopenhagenChristen Købke è giustamente famoso per il ritratto di Ida Thiele, immortalato da Hans Christian Andersen nella fiaba I fiori della piccola Ida, ma la Veduta di uno dei laghi di Copenhagen, dipinto nel 1838, riassume bene, secondo me, lo stile di questo (abbastanza dimenticato) maestro del Nord. Due donne sopra un piccolo pontile guardano verso una piccola barca con alcune persone al centro del lago; il tutto è ambientato in un calmo pomeriggio d'estate dove tutto appare come "sospeso". Unica concessione alla "storicità" (e quindi alla "realtà") del dipinto, una lacera bandiera danese che nemmeno sventola, tanto è calmo tutto ciò che la circonda. La calma, la serenità, la tranquillità sono infatti le note dominanti dell'arte pittorica di Købke. E pensare che proprio negli anni in cui dipingeva indifferentemente barche o bambine, torri di castelli o giovani signore o sentieri innevati, la Danimarca viveva tempi assai burrascosi con gravi perdite territoriali, rovesci militari, bombardamenti di città e distruzioni di monumenti. Ma pare che di tutto questo il pittore non abbia avuto il benchè minimo sentore, come se il mondo attorno a lui fosse cristalizzato. Viveva o meglio dipingeva un continuo idillio, lieve e cortese, come il sorriso stampato sul volto del collega Frederik Sødring da lui ritratto nella sua casa, fra gli oggetti più cari, con alle spalle uno specchio che ci fa intravedere appena un altro lato della sua vita. Forse quello "consapevole" che l'arte non era tutto, ma era pur sempre meglio del resto che viveva loro attorno.
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Shelley Duvall in una scena di Ritratto di Signora di Jane Campion
- ...Ci sono ottimi sentimenti che possono avere pessime ragioni, non lo sapete?...
Come ci sono pessimi sentimenti che a volte hanno ottime ragioni...


La contessa Gemini (Shelley Duvall) a Isabel Archer (Nicole Kidman) in
Ritratto di Signora di Jane Campion

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26 aprile 2005


Ignazio Pisano - Estasi (part.)Associare certi stati di trance (per esempio quelli mirabilmente studiati e descritti da Ernesto de Martino) alla musica non è poi impresa così strana. Musica e trance si versano l'una nell'altra, da secoli. I retaggi di antichi effetti si possono osservare anche ai nostri giorni, magari durante l'esecuzione di qualche canzone da parte di un gruppo rock, di fronte a ragazzi che si dimenano scompostamente urlando e portandosi le mani nei capelli. Oppure ecco il collegamento durante un assalto all'arma bianca, tra le prime linee, dove è nata tutta una serie di musiche e canzoni. Occorre infatti urlare per dimenticarsi di ragionare andando alla carica verso una mitragliatrice nemica.
Dalle danze
dionisiache dell'antica Grecia ai culti voodoo haitiani, dai tarantati dell'Italia meridionale alle sedute di guarigione sciamanica siberiane, amerindie o eschimesi, la musica aiuta spesso l'uomo a raggiungere lo stato di trance. Anzi: solo con la musica una persona può raggiungere, da sola, lo stato di trance.
L'estasi, la greca ékstasis, di cui fu maestra
Teresa d'Avila, si compie invece attraverso il silenzio e la solitudine, cioè durante l'assenza dei suoni. Ma allora c'è una differenza tra questi stati? Direi senz'altro di sì. E in questa differenza la presenza o l'assenza di musica hanno gran parte.
La storia della trance affonda le sue radici nei periodi meno conosciuti dell'uomo. Quello che
Platone chiamava mania, per fare un esempio, si potrebbe forse intendere con l'attuale significato di trance.
Le BaccantiMa mania, a seconda del contesto, si può rendere con follia o delirio. Nel Rinascimento si traduceva con furore (il
fŭrŏr ciceroniano) e Orlando è giustamente, per questo, "furioso" (oggi lo chiameremmo semplicemente, "Orlando il folle").
Non divagherò oltre: ricordo solo a me stessa che la chiave del
Parsifal di Wagner è racchiusa nella follia. Non a caso il suo nome significa "puro folle", e non a caso la musica che lo esprime non è assolutamente spiegabile usando le categorie con cui siamo soliti compiere l'esegesi di un qualsiasi altro brano.
Faremmo un torto all'autore, al "puro folle" e, forse, anche a noi stessi.

Robert Schumann, recensendo la Sonata in si bemolle minore di Fryderyk Chopin, alzò le braccia davanti al finale, un capolavoro grottesco romantico. e poi scrisse:

...Da questo brano senza melodia e senza gioia soffia su di noi uno spirito strano e orribile che annienterebbe con un pesantissimo pugno qualunque cosa volesse opporsi a lui, cosicché noi ascoltiamo rapiti e incantati, senza protestare sino alla fine, però anche senza lodare: perché questa non è più musica, è delirio...
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Comunicazione di servizio: Ho ripristinato i collegamenti del primo testo scorrevole della colonna laterale del blog che, con l'avvento dei nuovi tags di Splinder, non raggiungeva più i blog, i siti e gli articoli segnalati. Mi scuso per il disagio.
Ne approfitto per comunicare che la
Biblioteca, proprio grazie alle innovazioni di Splinder, ha ora molte nuove categorie (tutte sono già fruibili, anche se il lavoro di aggiornamento - che in molti casi va fatto articolo per articolo - è tuttora in corso).

Un caro saluto a tutti, Clelia




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25 aprile 2005


... L'Hotel Dieu...Pozioni, salassi, formule magiche, esorcismi: a questo, secondo il senso comune, si riduce l'arte medica medievale. Ma occorrerebbe essere meno schematici ed offrire un quadro più obiettivo delle pratiche mediche e delle concezioni teoriche di salute e malattia che caratterizzano quel lungo arco di tempo, dal 500 al 1500, che va sotto il nome di Età di mezzo.
Salvezza dell'anima e sanità del corpo sono infatti legate in un nesso inscindibile ed anche la medicina ("quella" medicina) finisce per configurarsi come la scienza dell'esegesi spirituale della natura, del macrocosmo come del microcosmo, incluso l'uomo un tempo sano, e ora malato e bisognoso di guarire.
Sotto questo aspetto cosmologico, la fisiologia comprende anche tutte le condizioni ecologiche di un ambiente sano, presentandosi non tanto come ortodossia quanto come l'arte di dare un regime alla propria vita. Allo stesso modo, la patologia spazia dalle catastrofi cosmiche alle crisi biologiche dell'uomo e a tutta la miseria esistenziale dell'homo patiens. La terapia si presenta, però, come servizio per i bisognosi e i miseri, e, in ultima istanza, come recupero del mondo perduto, all'interno di un creato trasfigurato¹.
E' questa una visione "olistica" della scienza medica di estrema attualità. Forse perche anche noi oggi sentiamo di vivere in un'epoca di trapasso, dove le vecchie categorie decadono, mentre le nuove stentano a venire alla luce (anche per una pressante, quanto illogica, tendenza, da parte delle cerchie più conservatrici, ad identificare le novità della scienza medica come un "vulnus" rispetto ad un presunto equilibrio con la natura; equilibrio che è del tutto teorico, e che comunque l'uomo ha perduto da un pezzo - e non per colpa della medicina - quando ha deciso di dichiarare guerra alla natura violentandola in ogni modo).
Il medico medievale, di fronte al flagello della lebbra e della peste, al proliferare del "fuoco di Sant'Antonio" e alle possessioni collettive del "ballo di San Vito", non si limita, come potremmo oggi credere, alla "compassione" per le sofferenze umane, ma mette mano a tutta una serie di misure pratiche e profilattiche che sono alla base delle istituzioni sociali di assistenza. Nascono gli ordini cavallereschi ospitalieri. L'ospedale dei
Giovanniti di Gerusalemme aveva medici in pianta stabile e un numero di dipendenti fra le 900 e le 2000 persone. L'ospizio, già nel XII secolo si stacca dai conventi per diventare organo di pubblica assistenza. Per secoli rimane l'Hotel-Dieu, l'albergo degli ospiti di Dio, malati, poveri, mendicanti, pellegrini, ciechi, orfani, perseguitati, storpi, folli in una parola della "buona gente" che più sta (o dovrebbe stare) nel cuore di Cristo (e di chi lo rappresenta sulla terra).
E non era poi tanto peggio di certi ospedali di oggi visto che a Barcellona (poco più di 700 anni fa) si cambiavano biancheria e lenzuola almeno una volta al mese...

In un'epoca dove la parabola del buon Samaritano sembra aver smarrito ogni significato tra rivalità burocratiche, "ristrutturazioni" draconiane e "privatizzazioni", varrà la pena di ricordare questa "medievale" definizione del medico: ...E' come un lume in una casa egli scaccia l'oscurità e procura gioia. Il medico è il costruttore edile della salute, paziente e perseverante, preciso ed equo. In ogni occasione egli è il misericordioso soccorritore che allontana gli stati critici. Egli consola i familiari e solleva lo spirito del malato²...

Non solo pozioni, salassi, formule magiche ed esorcismi, dunque, ma anche umanità, tanta umanità.
Dote che non dovrebbe mai difettare nel bagaglio culturale di un medico. Medievale o moderno che sia.
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¹
Sull'argomento si legga il pregevole Il giardino della salute: la medicina nel Medioevo di Heinrich Schipperges, Garzanti, 1988
²
Op. cit.
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L. Thurneysser - Quinta Essentia (1574)...Solo i sacerdoti delle Muse, solo i cacciatori del sublime e del verso sono, purtroppo, così negligenti e sfortunati, che danno l'impressione di trascurare del tutto quello strumento con cui possono misurare e, in qualche modo, catturare l'universo intero: e tale strumento è nient'altro che lo spirito, che da parte dei medici si definisce come un vapore del sangue, puro, sottile, caldo e luminescente. Creato sulla parte sottile del sangue dal calore stesso del cuore, esso vola al cervello, e nel cervello l'anima lo utilizza continuamente per tenere attivi i sensi, sia quelli interni che quelli esterni: di conseguenza, il sangue serve allo spirito, lo spirito ai sensi, i sensi infine all'attività razionale. Il sangue a sua volta è prodotto da un potere naturale particolarmente attivo nel fegato e nello stomaco. Una parte tenuissima del sangue scorre sino alla fonte del cuore, dove attiva la virtù vitale o potere di vita: da lì si generano gli spiriti che salgono sino al cervello e, per così dire, alle fortezze di Pallade, su cui impera la forza animale, cioè la facoltà del sentire e del muoversi. Sicché in definitiva, la contemplazione è tale quale è la disponibilità del senso; ma il senso è tale quale lo spirito; e lo spirito è tale quale il sangue e quali sono le tre forze che abbiamo evocate, cioè la naturale, la vitale e l'animale, dalle quali, attraverso le quali, nelle quali, gli spiriti stessi sono concepiti, nascono e si alimentano...

Marsilio Ficino - De vita coelitus comparanda
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24 aprile 2005


Il monocero e l'orso dal Bestiario di AberdeenIn una delle sue lettere, precisamente quella catalogata con il numero 55 (integralmente leggibile aprendo il collegamento precedente e sfogliando l'elenco), Agostino di Ippona ricorda che i simboli contengono un insegnamento; senza temere l'esagerazione egli sostiene che essi hanno lo scopo di risvegliare e nutrire il fuoco dell'amore affinché l'uomo riesca ad elevarsi verso ciò che è al di sopra di lui e che da solo non saprebbe raggiungere. Nel De doctrina christiana il "dottore" studia i segni, i simboli racchiusi nelle sacre scritture. Confessa che taluni passaggi sono ardui, quasi impossibili da spiegare, altri gli appaiono ambigui (signa ambigua, scrive proprio così).
Dall'universo evocato di piante, animali, minerali, dal mondo criptico che ha attraversato egli esce a testa alta, e l'opera che ho appena citato è senz'altro alla base delle scienze naturali, geografiche, mineralogiche, botaniche e zoologiche del Medio Evo. Da essa nasceranno i bestiari e i lapidari dei secoli di mezzo.
Non deve stupire quest'apparente aporìa che potrebbe manifestarsi tra sacro e profano; per convincersene basta saper cogliere la complessa simbologia delle cattedrali, dove tutto era organizzato secondo un preciso calcolo. Anzi, una definizione di cattedrale potrebbe essere: luogo ove si incontrano i simboli adatti ad avvicinarsi alla conoscenza del supremo. Le bestie, le pietre, le forme mostruose e angeliche si incontravano qui con la proporzione (il regno del numero) e con la musica, la quale (come ho
avuto modo di scrivere altre volte) altro non era considerata che sviluppo del numero. Ed è anche vero che la cattedrale rappresenta l'ultima grande interpretazione del Timeo platonico e l'estremo abbraccio alle dottrine pitagoriche.
Non a caso, quando i musici evocano con le note il cielo visibile e quello invisibile, essi si rivelano in tal luogo attraverso il "concerto". Ma il discorso si farebbe estremamente complicato, perché infiniti sarebbero i concetti matematici e musicali da approfondire. Chi volesse affrontare questa danza di simboli e di sensazioni può allora recarsi al
Museo Nazionale del Medioevo a Cluny. Qui troverà due capitelli che presentano i diversi toni musicali. Non ci sono le note ma le otto formule musicali che servivano da base al canto dei Salmi e ai diversi canti della liturgia. Vedrà i simboli. Si incontrerà con i numeri. Sentirà una musica diversa. E rimarrà incantato guardando la danzatrice che tiene in mano un cembalo costituito da due forme circolari riunite da un anello che indica le labbra.
Parola? Canto? (Ri)nascita? Forse l'insieme delle tre cose, nell'infinito ed imperscrutabile disegno della conoscenza.
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...giustizia o perdono?...Un racconto di 'Abdallāh al-Yāfi'ī (Rawd, 238, riportato da
Elémire Zolla ne I mistici dell'Occidente, vol. I) mi ha fatto riflettere sul concetto di giustizia e su quello di perdono (o "indifferenza alle offese" che dir si voglia). Temi che non mi pare abbiano perso di attualità (e che, soprattutto, dovrebbero essere cari a chi, a qualsiasi titolo, si professa "religioso" - ma, a pensarci bene, utili anche agli agnostici come me).
Vi si narra di un fachiro che chiede ad uno sceicco di svelargli il nome segreto di dio, conoscendo il quale si è onnipotenti. Lo sceicco domanda all'uomo se egli se ne sente degno e questi risponde di sì. Lo sceicco gli chiede allora di andare alla porta della città e di riferirgli quanto vi avrà visto. Il fachiro si reca dove ordinato e vi vede passare un vecchio che guida un asino carico di legna. Un soldato aggredisce il vecchio, lo deruba e lo scaccia. Quando il fachiro fa ritorno al cospetto dello sceicco riferendo quanto ha visto, l'altro gli domanda che cosa avrebbe fatto se avesse posseduto il nome segreto di dio. "Avrei fatto giustizia del soldato", risponde il fachiro senza esitazioni. E lo sceicco: "Bene. Allora sappi che quel vecchio è colui che anni fa mi svelò il nome segreto di dio".
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23 aprile 2005


Edward Hopper - New York Movie, 1939Abituàti ad inseguire l'armonia prodotta da una grande orchestra, da uno strumento o da una semplice voce (e mi fermo ai suoni senza parlare dei "rumori"), abbiamo forse finito per smarrire il significato del silenzio; pensiamo ad esso come ad un mezzo religioso, magari per ottenere quello che impetriamo con la preghiera, non come ad una delle dimensioni certe dell'universo.
Ricordo qui, con grande piacere, il tentativo dei
Pitagorici di spiegare il silenzio universale con la Musica delle Sfere: ogni corpo celeste nel proprio moto emette un suono che solo pochi mortali possono udire. Gli altri sono condannati a non sentirlo. E tra questi pochi mortali, stando a Nicomaco di Gerasa e a quanto scrive Porfirio nella sua Vita di Pitagorica, vi era proprio Pitagora.
Filone di Alessandria ci assicura che anche Mosè lo udì sul Sinai. Boezio vi crede nel modo più spirituale possibile: la musica delle stelle si sente con un atto dell'intelletto. Solo così è possibile percepire quei rapporti armonici che sembrano regolare ogni ordine cosmico.

Ma si può ascoltare il silenzio? Abbiamo "strumenti" fisici e spirituali atti a percepirlo?
Azzarderei di sì, e dato che esso sta al rumore come la Morte sta alla Vita, oserei dire che, attraverso di esso, potremmo accedere anche a "misteri" ben più complessi.
Dove ogni "onda" si ferma o si disperde, il silenzio può invece penetrare e agire.
Senza necessità di spazio o di tempo per manifestarsi.
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Roberto Benigni ne La voce della luna di Federico Fellini


- ...Eppure io credo che se ci fosse un più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire...

Ivo Salvini (Roberto Benigni) ne
La voce della luna di Federico Fellini




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22 aprile 2005


Ivan Kalcina - Il vascello fantasma (part.)...Siamo tutti degli espatriati, siamo tutti dei condannati a morte...
Un giorno bisogna partire da un porto su un mare nero, cacciati via dal destino, lasciare per sempre questo molo e sbarcare altrove, su altri moli, arrivare in città straniere, rifarsi una vita, come gli esuli russi del 1920 o come i miei genitori quando lasciarono Savannah nel 1893 e come tanti altri...
E viene il giorno dell'ultimo molo per la destinazione misteriosa. Il viaggio sulla terra volge al termine, l'ombra sul muro è cancelllata, ma sappiamo che c'è un paradiso in cui tutti i nostri vagabondaggi saranno finiti per sempre...
Gli eventi che cito di sfuggita nelle pagine di questo Diario mi colpiscono per la loro monotonia nell'orrore, rari sono quelli che permettono di sorridere o di sentirsi felici. Mi è stato chiesto spesso perché ricusavo qualunque commento sulla politica; lo faccio semplicemente perché muore di mediocrità e di noia...
Il XXI secolo esisterà veramente solo quando saranno scomparsi i parolai e i loro discorsi che tracciano confini e instaurano finte gerarchie. Il più delle volte, gli uomini di Stato suscitano unicamente quanto vi è di più basso e fazioso. Magari se il secolo a venire fosse quello dell'anima...


23 settembre 1984

Julien Green - L'Expatrié. Journal, 1984-1990
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Julien Green (1900-1998)L'Expatrié è il quattordicesimo volume (in totale ne saranno pubblicati diciassette) del diario di
Julien Green; lo scrittore (nato nel 1900 da genitori statunitensi emigrati in Francia e morto nel 1998), sin dal 1919, affidò al proprio Journal raffinati appunti spesso sospesi tra acume mondano e riflessione spirituale.
Green esordì come romanziere nel 1926 con Mont Cinère, confermando poi il suo talento di narratore con una lunga serie di opere che comprende tra l'altro Adrienne Mesurat (1927), Leviatan (1929) fino a Chaque homme dans sa nuit (1960) e Terre lontaine (1966).
Nonostante la lunghissima serie di opere narrative e saggistiche il capolavoro di
Green rimane probabilmente il Journal, scritto ininterrottamente per quasi settant'anni; un'opera travagliata che documenta limpidamente l'evoluzione personale dell'artista e che solo parzialmente è stata pubblicata in Italia (da Mondadori negli anni '40/'50 e da Mursia negli anni '90).
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21 aprile 2005


Victor Brauner - Fascino (1937)Corpi per metà umani e per metà animali (centauri, minotauri, sirene), corpi umani trasformati in bestie, in piante o in astri (le cosiddette metamorfosi tramandate dai Greci e poi da Ovidio ed Apuleio), corpi di demoni e di diavoli (Cerbero, Minosse, il Satana dantesco), corpi bizzarri di esseri fantastici e prodigiosi (chimere, ippogrifi): quelli che oggi comunemente chiamiamo mostri non sono evidentemente un'invenzione recente della moderna narrativa dell'orrore, ma affondano le loro radici molto lontano, addirittura nella classicità. Tutto un prestigioso filone della cultura occidentale è connotato della loro presenza, all'insegna di una concezione dell'artista come artifex monstrorum.
E monstrum in latino significa portento, prodigio, miracolo e sta ad indicare, appunto, che i mostri meravigliano e inquietano. Riportano alla luce alcuni "fantasmi" psichici che l'inconscio collettivo rifiuta di accettare. Turbano e, nello stesso tempo, incantano. I mostri (non solo letterari) mettono in discussione radicalmente l'identità: la nostra come quella di chiunque altro. E contestano, con la loro stessa "presenza" (che è termine concreto dai connotati fortemente "astratti" - e non stupisca l'inciso - per rendersene conto basta ricordare che, in alcuni racconti - non solo di fantasmi - molto spesso si "percepisce una presenza", segno evidente che essa può senz'altro manifestarsi, ma in modo anche diverso rispetto ad un essere "comune"), dicevo che contestano i confini convenzionali con cui siamo soliti ordinare e "perimetrare" il mondo: quelli fra maschile e femminile, sessuato e asessuato, umano e animale, grande e piccolo, reale e immaginario, io e altro. Vampiri e licantropi, revenants e fantasmi, indemoniati e reietti non indicano infatti l'altro dell'uomo, ma qualcosa che è già in noi, e che ciascuno teme e com-patisce nel fondo di sé. Per questo irresistibilmente ci attraggono; possono (idealmente) terrorizzarci ma ci incuriosiscono. Per questo li andiamo a cercare nella letteratura, al cinema, nei luoghi dove pensiamo possano "manifestarsi".
Li cerchiamo perché ci sono affini, perché ci somigliano, perché li "sentiamo nostri".
E dunque non c'è da stupirsi quando, molto spesso, il lungo cammino che ci ha portato a scoprirli finisce proprio nel luogo dov'era iniziato. Qui, accanto a noi. A volte addirittura dentro di noi...
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Heinrich Füssli - Incubo (part., 1781)...Gorgoni, Idre e Chimere, le storie terribili di Celeno e delle Arpie continuano a riproporsi nella mente superstiziosa: ma già stavano lì. Sono copie, modelli - gli archetipi stanno in noi, eterni. Come potrebbe essere, altrimenti, che continuano ad impressionarci racconti di fatti che, in piena coscienza, giudichiamo impossibili? Forse la paura che nutriamo di queste cose è naturale, perché li sentiamo capaci di fare del male al nostro corpo? No, non è questo! Questi nostri terrori hanno una più antica origine, sono più antichi del corpo ed esisterebbero anche se il nostro corpo non esistesse... Che la sorta di terrore qui indagata sia puramente spirituale, che questo terrore sia tanto più intenso in quanto senza oggetto percepibile sulla terra, che predomini nel periodo della nostra infanzia innocente - tutti questi sono dilemmi la cui soluzione ci permetterebbe di penetrare in qualche maniera nella nostra condizione antemoderna, e dunque di gettare uno sguardo nel mondo delle ombre della preesistenza...

Charles Lamb - Witches and other night-fears (1821)
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