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Il blog di Clelia Mazzini


leopardiana


25 marzo 2005


...un immenso scartafaccio...Per ogni libero lettore dello Zibaldone vale senz'altro il principio di attrazione tolle et lege, come per i "classici". Del resto è la bellezza della prosa di quest'opera redatta "a penna corrente" (e per questo non "scritta" come nel caso delle Operette morali) ad attirare e trattenere, meditatamente, il lettore.
Lo Zibaldone è infatti la "necessità", per
Leopardi, di "fissare" il pensiero in parole, di portare al linguaggio il pensare, in quanto il linguaggio è una riserva di cose im-pensate (e spesso persino im-pensabili) ancora da valutare: un'iniziazione mentale, a cui il coraggio di una "filosofia dolorosa, ma vera" dà una forza inesausta e l'indicazione di un cammino.
"Noi pensiamo parlando" dice Giacomo, non esiste pensare senza parola detta o scritta. E' la ragione più profonda, credo, della tanta parte dello Zibaldone dedicata al linguaggio. Ricerca etimologica, cioè dell'originario nel linguaggio, che è, insieme, scoperta di una verità più essenziale. "Documento segreto", un secretum delle sue avventure mentali ed esistenziali ("tutto è posteriore all'esistenza"), lo Zibaldone appare anche come il bisogno di "comunicarsi agli altri" di "far parte altrui di ciò che provo". La ricerca di una possibile "verità" perseguita in assoluta solitudine, "senza nessun uditore", anche prescindendo dalle intenzioni intermittenti di una destinazione esterna, convoca ciascuno di noi lettori, non solo impliciti o postumi, verso una tensione universale del pensiero. La "comunicazione" di quest'uomo di genio è legata agli "altri" in una suprema pietas di solidarietà.
Il fatto è che in Leopardi pensiero e scrittura, riflessione e invenzione, ideazione e linguaggio, sono inseparabili, perché obbediscono, "rispondono" alla "causa", alla ricerca della verità sulla condizione e sul destino dell'essere uomo, cioè dell'essere mortale: e solo da qui, diciamo "metapoliticamente", sono derivabili dignità e rispetto, doveri e diritti, libertà e accettazione dell'altro, la pietà e la solidarietà fra gli uomini. "Sentimenti" che paiono incredibili, ma che pure esistono.

(continua, forse)
>>>qui la prima parte

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Ritratto di Fanny Targioni Tozzetti...Sapete che io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo. Colpa della natura che ha fatti gli uomini all'infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa
felice composta d'individui non felici...
...I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercare gloria e di beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà, senza battere una palpebra. E trovo molto ragionevole l'usanza dei Turchi e degli altri Orientali, che si contentano di sedere sulle loro gambe tutto il giorno, e guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza...

Giacomo Leopardi - Lettera a Fanny Targioni Tozzetti, 5 Dicembre 1831
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21 marzo 2005


Giacomo Leopardi (1798-1837)Ogni volta che lo compulso, lo Zibaldone di pensieri ("i Pensieri", diceva Leopardi; e subito ripenso alle differenze abissali, che separano i suoi dai Pensées pascaliani) mi riappare in tutto il suo splendore: alto, temibile, affidabile; riconoscibile e familiare nelle sue strutture, nella sua evoluzione, nei suoi percorsi labirintici in cui ormai da anni mi perdo; nella sua pienezza filosofica "organica".
E' senz'altro il testo filosofico più grande che sia mai stato scritto (e questa è solo la mia personalissima opinione; sia chiaro a coloro che, leggendo queste note "agiografiche", proveranno sùbito la tentazione di commentare eccependo).
Se è vero che questo "testo", unico nella storia del pensiero e delle letterature europee, permette, anzi sollecita, diversi modi e diverse strategie di lettura, è anche vero che esso si impone nella sua interezza (e non solo per gli "specialisti" leopardiani ma) per ogni lettore che voglia fare "uso" (ed il termine è proprio di Leopardi) liberamente dell'immenso scartafaccio, i cui limiti sono affidati, di volta in volta, all'interesse necessario di ciascuno di noi (ed utilissimi, a questo scopo, sono le polizzine e gli indici redatti da Giacomo stesso).
Certo, questa vera e propria "opera aperta", cui la cooperazione da parte del lettore è un'esigenza primaria, è talmente sconfinata che richiede una scelta, una gerarchia di opzioni, una risolutezza (e, oserei dire, anche un "controllo") nell'accesso e nel "consumo". Anche se ogni lettore ben disposto (e benemerito) dovrebbe forse sentire in sé, dopo le prime, timide consultazioni, l'esigenza (la necessità?) di leggerlo per intero (ma qui prevale senz'altro la mia sfrenata parzialità, il mio amore sconfinato per Leopardi...).
Direi convintamente che questo "libro" andrebbe letto nelle scuole medie inferiori e superiori (se esistono ancora) come
I Promessi sposi (sui quali credo sia però già caduta la mannaia burocratica); pur di arrivare a conoscere gli esiti (che comunque immagino "luminosi") sarei disposta anche ad accettare l'inserimento di brani antologici a discrezione dell'insegnante (tanto è assai difficile pescare male nella perfezione).
In fondo sarebbe anche un modo per mettere a confronto due geni italici: uno così cristiano e l'altro così a-teo, che, nell'unica occasione in cui si incontrarono (a Firenze, artefice il Vieusseux, nell'autunno del 1827), non ebbero quasi nulla da dirsi. Non direttamente, almeno.

(continua, forse...)
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Al Pacino e Robert De Niro in una foto di scena di The Heat-La sfida di Michael Mann (1995)- ...Una volta uno mi ha detto: non fare entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi, venti, se senti puzza di sbirri dietro l'angolo. Se tu sei sempre appresso a me, e dove vado io vai anche tu, be', come pretendi di tenerti tua moglie?
- Questa è una bella domanda. Tu invece sei un monaco?
- Ce l'ho una donna.
- Mm... E che le racconti?
- Che faccio il rappresentante.
- Quindi se dovessi vedere me arrivare da quell'angolo, abbandoneresti la tua donna... senza neanche salutarla?
- Rientra nella disciplina.
- E' un po' superficiale, no?
- Si, può darsi che lo sia. O lo accettiamo, o tanto vale che cambiamo mestiere.
- Io non saprei che altro fare.
- Ah, io neanche.
- E nemmeno vorrei fare altro.
- E io neanche.

- Da un po' la notte ho un sogno ricorrente: sono seduto a una grande tavola imbandita, insieme a tutte le vittime di tutti gli omicidi su cui ho indagato, sedute a tavola anche loro, e fissano tutte me, con quelle orbite nere e vuote. Molti di loro in testa hanno un foro di proiettile da cui cola sangue. Altri sembrano palloni, per quanto si sono gonfiati, perché li ho trovati solo due settimane dopo che erano stati ammazzati. I vicini avevano sporto denuncia per la puzza... Insomma stanno tutti lì, seduti, composti.
- E che ti dicono?
- Niente.
- Non parlano?
- No. Forse perché non hanno niente da dire. Stiamo seduti e ci guardiamo. Loro guardano me, e nient'altro: è questo il sogno.
- Io invece sogno di affogare: allora devo svegliarmi e mettermi a respirare o morirei nel sonno.
- Mm... Conosci il significato?
- Sì. Avere ancora tempo.
- Ah... ancora tempo. Per poter fare quello che vuoi?
- Sì, esatto.
- E ora lo stai facendo?
- No, ancora no.

- Eccoci seduti qui: io e te, normali, come due vecchi amici. Ma tu fai quello che fai e io faccio quello che devo fare. E ora che ci siamo conosciuti, se quando sarà dovrò toglierti di mezzo potrà non piacermi, ma ti avverto: se mi troverò a scegliere fra te e un poveraccio che per colpa tua rischia di lasciare una vedova, scelgo te, senza neppure esitare.
- Trascuri l'altra faccia della medaglia. Cosa succederebbe se tu mi incastrassi e fossi io a dover scegliere? Perché per nessun motivo ti permetterei di fermarmi. E' vero, ci siamo conosciuti, sì... ma neppure io esiterei, nemmeno un istante.
- Forse è proprio così che andrà o... chi può dirlo?
- Già. Forse non ci rivedremo mai più...

Il tenente di polizia Vincent Hanna (Al Pacino) e il rapinatore Neil McCauley (Robert De Niro) in The Heat-La sfida di
Michael Mann
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