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Il blog di Clelia Mazzini


mŷthoplásteo


17 marzo 2005


Edipo e la SfingeTiresia lancia un'accusa nei confronti di Edipo (nella tragedia di Sofocle a quest'ultimo dedicata): "E' stato il tuo successo a rovinarti". Infatti Edipo, liberando Tebe dalla Sfinge omicida, è diventato non tanto l'eroe, quanto l'uomo che, raggiunto il massimo del successo, finisce per soccomberne, divenendo così quasi un nostro contemporaneo in virtù delle sue qualità intellettive: "Fui io, Edipo, quello che non sapeva niente, che venni qui e fermai la Sfinge e indovinai con la mia intelligenza, non con i suggerimenti degli uccelli".
Egli vuole dimostrare così che l'uomo di ingegno, l'uomo di successo, non ha bisogno degli indovini per emergere e, prediligendo in questo senso toni e atteggiamenti moderni, sembra sforzarsi di evitare quegli elementi eroici che a volte rendono retorica la dimensione del tragico.
La figura di Edipo esce dunque arricchita da riferimenti al quotidiano che hanno ben presto creato attorno a questo mito di uomo teso al moderno un interesse che, in epoca più recente, ha coinvolto molti studiosi: da 
Freud a Deleuze, da Guattari a Kerényi; studiosi che si sono mossi via via sulla ricerca e l'approfondimento di un personaggio che, con la simbologia profonda che da lui scaturisce, consente di aprire scenari e paralleli di indubbio interesse.
Un altro momento "tragico" di grande spessore e di assoluta modernità è senz'altro quello che
Euripide ci ha trasmesso nell'Alcesti
, un dramma in cui il grande tragediografo sembra andare oltre il destino della necessità tipico della drammaturgia dell'epoca. Quasi a dimostrare che le cose aspettate non si compiono mentre alle inaspettate gli dèi riescono sempre ad aprire un varco. Questa voluta spoliazione dell'eroismo a vantaggio di una sua umanizzazione è, in fondo, una intuizione che fa parte a pieno titolo del mondo tragico di Euripide, l'autore senz'altro più attento a sperimentazioni scenche e ad innovazioni di tipo psicologico.
Non mancano nell'Alcesti angoscia, pathos e la presenza imperscrutabile delle divinità; ma in Euripide si sottopongono ad una mediazione psicologica che tende al naturale e non al naturalismo, a tonalità di tipo popolaresco, a tensioni di carattere familiare: per esempio nel motivo dell'amore coniugale, della gelosia di
Alcesti che, in cambio del suo sacrificio, esige che il marito non si risposi; oppure nell'attaccamento alla vita da parte di Admeto, o la profonda crisi e desolazione che prova quando capisce che dovrà perdere per sempre la donna che ama. L'Alcesti non è un "oggetto misterioso", come potrebbe apparire in un primo momento a noi moderni
, ma un testo di straordinaria fattura, di attualissima sensibilità, e con una struttura che fa pensare al dramma ottocentesco. A differenza di altri eroi della tragedia, in cui sono immediatamente riconoscibili certe costanti della loro condizione, nell'Alcesti gli eroi non esistono più (a pensarci bene non lo è neanche Eracle, la cui figura conserva quel sospetto di grottesco che rimanda all'Eracle delle Trachinie di Sofocle, in cui è già avvertibile quella contestazione alla esemplarità della forma classica che Euripide porta alle estreme conseguenze).
Solo in questo modo è possibile cogliere nella
tragedia greca non il suo momento monumentale, ma quello problematico, quello in cui la forma del tragico si fa specchio della profonda crisi e delle trasformazioni che attraversano l'uomo e la società.
Credo che una simile riduzione dell'eroe mitico, a misura umana, che coinvolge le figure classiche di Edipo e di Alcesti, costituisca il tratto d'unione più forte che si possa avere tra il teatro che ha reso immortali questi due autori e tutto l'apparato di studi moderni che da questa realtà antica ha preso vita fino a contaminare di sé i più ampi settori della cultura e della scienza.
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Per approfondire: Le voci EdipoSofocle ed Euripide dall'Enciclopedia dell'antico (Einaudi)
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William Hurt e Harvey Keitel sul set di Smoke di Wayne Wang- ...Be', Raleigh è quello che ha introdotto il tabacco in Inghilterra, e poiché era un favorito della regina - la chiamava Bess - il fumo a corte diventò subito di moda. Sono sicuro che la vecchia Bess s'è fumata qualche sigaro con lui. Una volta Raleigh scommise con la regina che era capace di pesare il fumo.
- Vuoi dire proprio pesare il fumo?
- Esatto, pesare il fumo.
- Impossibile, è come pesare l'aria.
- Ammetto che è strano, è un po' come pesare l'anima. Ma Sir Walter, che era un tipo astuto, prese un sigaro intero e lo pesò, poi lo accese e lo fumò scuotendo meticolosamente la cenere nel piatto della bilancia, infine mise il mozzicone spento insieme alla cenere e pesò il tutto. A questo punto sottrasse la cifra ottenuta dal peso del sigaro intero: la differenza era il peso del fumo...

Paul Benjamin (William Hurt) e Augustus 'Auggie' Wren (Harvey Keitel) in
Smoke di Wayne Wang
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permalink | inviato da il 17/3/2005 alle 2:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


15 marzo 2005


Piatto greco a figure rosse, V sec. a.C.C'è un momento topico nell'Iliade, e precisamente quando Achille rifiuta, complice la sua terribile ira per l'offesa subìta, di vestire la sua armatura e di correre in aiuto dei Greci. L'eroe acconsente però che sia Patroclo, il suo scudiero, a indossarla, che sia lui a portare morte e rovina ai Troiani in un momento cruciale della guerra. Questo passaggio di armatura, e di conseguenza questo scambio di ruoli nega in pieno la natura del rapporto che nell'epica omerica esiste tra il guerriero e quelli che volgarmente chiameremmo i suoi "ferri del mestiere". Armi e armatura sono infatti tutt'uno con il guerriero a cui appartengono, sono personali, inalienabili, costituiscono la forma che delimita la figura mortale dell'eroe. Privarsi della propria armatura è come perdere la propria identità, e alla stessa stregua indossare l'armatura del nemico significa appropriarsi pericolosamente di qualcosa che non ci compete.
Ecco perché Patroclo non potrà mai essere Achille pur portando il suo elmo, la sua corazza, il suo scudo e per questo soccomberà, privato da un dio dell'armatura invulnerabile del Pelide, nel duello con
Ettore
; così a quest'ultimo non gioveranno lo scudo, la corazza, l'elmo sottratti a Patroclo quando si batterà con Achille. Il travestimento di Patroclo prima, e quello di Ettore poi, risultano oltretutto inesorabilmente incompleti (perché non prevedono l'uso della micidiale lancia che solo Achille è in grado di maneggiare) e, come tali, inefficaci.
Proprio perché forme dell'eroe, strettamente legate al suo destino, le armi di Achille non possono essere alienate completamente da lui, e chi se ne appropria diventa un suo incompleto e tragico alter ego che in un modo o nell'altro non può sopravvivergli.
Le armi dell'eroe mirmidone, del resto, sono talmente "particolari" che porteranno lutti persino dopo la morte del loro legittimo proprietario.
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Per approfondire (in alètheia):
-
Per Omero in guerra cambia tutto

- Il rapporto tra Oriente e Occidente in Omero
Perché muore Ettore?
- Sul dialogo fra Odisseo ed Agamennone nell'Aiace di Sofocle
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Train de vie di Radu Mihaileanu...Dio esiste, dio non esiste: che importanza ha? Vi siete mai chiesti se l'uomo esiste? Dio creò l'uomo a sua immagine... E' bello: Schlomo a immagine di dio. Ma chi l'ha scritta questa frase nella Torah? L'uomo. Non dio, l'uomo. L'ha scritta senza modestia, paragonandosi a dio. Dio forse ha creato l'uomo, ma l'uomo, l'uomo, il figlio di dio, ha creato dio solo per inventare se stesso... L'uomo ha scritto la Bibbia per paura di essere dimenticato, infischiandosene di dio... Noi non amiamo e non preghiamo dio, ma lo supplichiamo. Lo supplichiamo perché ci aiuti a tirare avanti: cosa ci importa di dio per come è? Ci preoccupiamo solo di noi stessi. Allora la questione non è quella di sapere se dio esiste, ma sapere se noi
esistiamo...

Schlomo (Lionel Abelanski) così si rivolge a Yossi (Michel Muller) e Mordechai (Rufus) in
Train de vie-Un treno per vivere di Radu Mihaileanu
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10 marzo 2005


L'elaborazione del mito è qualcosa che, prima della ricostruzione storica, è all'opera nel mito stesso. Si tratta di un nocciolo teorico significativo, la tesi cioè che il mito non è un sapere primitivo, caratterizzato da una immediatezza poetica vicina alle origini. In realtà i miti sono già espressione di una situazione di distacco dall'immediatezza naturale della vita, sono già cultura e non più natura bruta. La mitologia greca, con la sua pletora di dèi in lotta fra loro, mostra che il senso del mito è quello di produrre una visione del mondo rassicurante attraverso la riduzione dell'assolutismo della realtà, cioè della paura che suscita la potenza inconscibile e caotica del reale fuori di noi. Il mito fa ciò distribuendo i poteri, assegnando a ciascuna divinità un nome (mediante il quale noi possiamo metterci in rapporto con essa) e una sfera di azione determinata.
La tesi che il mito non sia una forma di pensiero originario implica quindi un'importante conseguenza: le trasformazioni che esso subisce nel corso della storia, le varianti, eccetera, non devono essere commisurate a un senso originale del mito; il mito, in altre parole, si costruisce nella sua ricezione, nella sua elaborazione. In questo modo però diventa difficile distinguere l'elaborazione "razionale" del mito da quella che invece costituisce una prosecuzione di esso. Non si può configurare il progresso del pensiero come un passaggio dal mito al logós, giacché il mito non è un pensiero primitvo da demitizzare; e anche il logós, come mostra la fortuna del mito di
Prometeo, non si sviluppa nella tradizione occidentale se non in stretta parentela con il mito, che ritorna sempre anche là dove il pensiero (per esempio nell'Illuminismo o nella grande costruzione dell'idealismo tedesco) crede di averlo superato.
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Da consultare:
Hans Blumenberg - Elaborazione del mito - Ed. Il Mulino
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...Prendi un album di fotografie, uno qualsiasi di una persona qualsiasi, come me, come te, come tutti. E ti accorgi che la vita è lì nei diversi segmenti che stupidi rettangoli di carta rinchiudono senza lasciarla uscire dai loro stretti confini. E intanto la vita è gonfia, impaziente, vuole andare al di là di quel rettangolo, perché sa che quel bambino vestito di bianco con le mani giunte e la fascia della prima comunione al braccio, domani (dico "domani" tanto per dire un giorno qualsiasi) piangerà di nascosto perché si vergognerà di se stesso: una piccola turpitudine? Piccola o grande non ha importanza, perché essa prevede il rimorso, ed è di questo che stiamo parlando. Ma quella feroce fotografia, più severa di una governante, non lascia evadere la vera verità dai suoi pochi centimentri. la vita è prigioniera della sua rappresentazione: del giorno dopo ti ricordi solo tu...

Antonio Tabucchi - Si sta facendo sempre più tardi
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