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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


31 marzo 2005


...Le mille e una notte...Siamo abituati a pensare ad Aladino con la sua lampada magica o a Sindbad il marinaio come ai più noti personaggi delle Mille e una notte, mentre invece le loro antichissime storie, in origine, non facevano affatto parte della celebre raccolta. Esse furono aggiunte più tardi, da ignoti trascrittori che cercarono, in questo modo, di arricchire un "piatto" per altro già ricco di suo. E dunque prima ancora che le peripezie dell'Ulisse d'Oriente e alle magie del ragazzo che diventò sultano, i lettori dell'antichità leggevano le avventure di Hasan di Basra, un viandante più nostalgico che temerario, che si muoveva fino alla Cina e al Giappone.
I filologi hanno da tempo acclarato che queste storie, che prolungano all'infinito i piaceri delle notti, non sono sgorgate dalle labbra rosate di Shahrazàd come vuole la tradizione, ma sono il frutto di stratificazioni successive anche se, ogni volta che rileggo (con sempre nuovo trasporto) l'antica "collana", mi sovvengono alla mente le parole che Pietro Citati ha scritto in proposito nella prefazione di questo volume:

Come nessun altro libro del Mondo Le Mille e una notte
sono inesauribili... Narrare è - all'origine - un dono femminile, una parola che una donna rivolge a un'altra donna, e che l'uomo ascolta. Shahrazàd comincia le sue storie quando l'oscurità annuncia, da lontano, il giorno: legato all'eros, ai demoni, ai fantasmi e alle lingue segrete, il racconto nasce dalla notte, vive della notte, ma vince le tenebre e fa nascere ogni volta il giorno per tutti noi che parliamo e ascoltiamo...

Ed a proposito di trascrizioni, stratificazioni ed "Ulisse d'Oriente" ho ripensato alla domanda che Calvino si pone in apertura di un saggio contenuto nel volume
Perché leggere i classici di cui ho recentemente parlato:

Quante Odissee contiene l'Odissea?

L'interrogativo è legittimato non soltanto dalle versioni alternative o integrative del viaggio fornite nell'
Odissea dagli aedi, ma anche dallo stesso Ulisse. Ad esempio, l'incontro con gli esseri fantastici rivelato al re dei Feaci Alcinoo (Polifemo, i venti rinchiusi nell'otre donatagli da Eolo, Circe, le Sirene, ecc.) non ricorre nelle storie, molto più verosimili, di naufragi e di pirati che egli narra al suo arrivo ad Itaca. Così alcuni studiosi hanno ipotizzato che nell'Odissea siano confluite tradizioni diverse del nostos. Ma, contrariamente a ciò che potremmo sospettare, è proprio il mondo magico e favoloso a costituire la novità del poema, a staccarlo dalla misura dell'epica, dal suo "realismo". E non è il caso di concludere su una presunta "simulazione" di Ulisse perché, dice Calvino:

Forse per Ulisse-Omero la distinzione menzogna-verità non esisteva, egli raccontava la stessa esperienza ora nel linguaggio del vissuto, ora nel linguaggio del mito, così come ancora per noi ogni nostro viaggio, piccolo o grande è sempre Odissea
.

[Vago nella terra del mito, non importa "quale" terra e quale "mito"; mi basta percorrere strade che mi allontanano da quelle consuete. Vie antiche ma "nuove" che mi fanno sentire davvero (e finalmente) cittadina di questo mondo, di "tutto" il Mondo; lontana dalla "provincia" in cui sembrano muoversi (a loro agio?) molti uomini e molte donne di oggi.
Apparentemente incapaci di riconoscere l'altro e, a volte, persino di riconoscersi nella nebbia del troppo detto e visto e del poco ascoltato e compreso].

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Jeff Bridges in una scena di Tucker- ...Io sono arrivato in ritardo di una generazione. Perché nel sistema di adesso il solitario, il sognatore, l'eccentrico, che se ne esce con un'idea bizzarra di cui tutti ridono, ma che poi si dimostra valida e rivoluzionaria, viene schiacciato dall'alto prima ancora di tirare fuori la testa dall'acqua. Perché i burocrati preferiscono uccidere un'idea nuova piuttosto che vederla esplodere.
Se Franklin fosse vivo oggi, finirebbe in galera per aver fatto volare un aquilone senza permesso...


Preston Thomas Tucker (Jeff Bridges) in
Tucker-Un uomo e il suo sogno di Francis Ford Coppola
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30 marzo 2005


Joseph Roth (1894-1939)La Cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofaghi di pietra...

Tramontata l'era absburgica, al suo culmine il nazismo, Carl Joseph Trotta, alter ego romanzesco di Joseph Roth, scende nel sepolcro viennese in cerca di una luce: "Dove devo andare, ora?"
Sono centoquarantasei gli
Asburgo, accolti nella Cripta. Nel 1989 l'ultimo, solenne funerale. Toccò a Zita, moglie di Carlo I, che abdicò nel 1918, raggiungere il Pantheon. Per due volte, in ossequio all'antico rituale, un uomo del popolo bussò. Alla domanda del frate ("Chi chiede di entrare?"), rispose: "Zita imperatrice d'Austria, regina d'Ungheria". Il portale si aprì solo al terzo tentativo, quando la risposta fu corretta con l'accento dell'umiltà: "Sono Zita, una povera peccatrice".
Le esequie dell'ex-sovrana vennero celebrate nella
cattedrale di Santo Stefano, a un chilometro e mezzo dalla Chiesa dei Cappuccini, tempio vicinissimo alla Kärntnerstrasse. Con Zita "giacciono", fra gli altri, l'imperatore Franz Joseph, sua moglie, la principessa "Sissi", il suicida Rodolfo.
Ma i cuori degli Asburgo (non tutti, dall'imperatore
Ferdinando I all'arciduca Francesco Carlo) battono altrove. Sono conservati nella Chiesa degli Agostiniani (Augustinerkirche), in una gelida cappella, la Herzgrüftl, letteralmente "sepolcro dei cuori". Visitarli non è proibitivo: a me bastarono cinque scellini o poco più (non vigeva ancora l'Euro come moneta unica, quando entrai nella cappella).
Chi "sa", non se ne andrà deluso: potrà persino cogliere l'eco di nozze coronate, quelle tra Elisabetta di Baviera e Francesco Giuseppe.
Favole d'altri tempi, irrimediabilmente (e forse fortunatamente) lontani.
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>>>qui: Il sito ufficiale dedicato a Joseph Roth
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Jason Robards (1922-2000)-...Quando Cable Hogue morì non c'era un animale nel deserto che lui non conoscesse, non c'era stella del firmamento a cui non avesse dato un nome, non c'era un uomo di cui avesse paura. Ora la sabbia che egli ha tanto amato e combattutto lo ha finalmente ricoperto. Egli si è tuffato nel calmo torrente dell'eternità, delle anime che passano e non si fermano mai. Sotto un certo aspetto egli era una tua vaga immagine, o signore, e a torto o a ragione credo che meriti la tua considerazione, ma qualora tu non sia dello stesso avviso, ricordati che Hogue ha vissuto ed è morto qui in mezzo al deserto, e io sono sicuro che l'inferno non sarà mai troppo caldo per lui. Non metteva mai piede in chiesa: non ne aveva bisogno, il deserto era la sua cattedrale... Hogue amava il deserto molto più di quanto non volesse ammettere, aveva costruito il suo impero, ma era abbastanza uomo da rinunciarci per seguire il suo amore...

Il reverendo Joshua Douglas Sloan (David Warner) declama l'orazione funebre per Cable Hogue (Jason Robards) da La ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah
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29 marzo 2005


Italo Calvino (1924-1985)Ieri ho dedicato parte della mia giornata ad un "classico" relativo ad altri "classici"...
Al di là dell'apparente bisticcio di parole, mi sono abbandonata alla ri-lettura di
Perché leggere i classici, l'insuperato (ed insuperabile) vademecum di Italo Calvino, il più sobrio, il più giocoso, il più elegante e il più semplice dei nostri prosatori. L'unico che può permettersi di porsi davanti a Queneau e Dickens, a Candido, a Pasternak, Ovidio, Borges, concentrandosi solo sui suoi "arnesi da lavoro" critici, mantenendo sempre quell'aria onesta, assorta, caparbia, scevra da ogni esibizionismo. Con quel tono informale di chi si pone come semplice tramite tra l'autore, messo sul "banco da lavoro" e il pubblico, fornendo utili informazioni, precisando, spiegando, riassumendo (benissimo). Calvino è davvero grande nell'arte di lasciarti credere che a quel giudizio, a quella visione ci sei arrivata tu, da sola, mentre lui, socratico gentleman, tira indietro la sedia con un sorriso silenzioso. Guardandoti fissa negli occhi, come ha fatto stasera con me. Grazie, Maestro...
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E già che sono in tema mi permetto di segnalare
questo incontro con Luciano Canfora.
Mi sembra un degno corollario alla lettura precedente
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Marcello Mastroianni (1924-1996)- ...La morte, in se stessa, non esiste. Cancella forse quello che un uomo ha fatto in vita? No. Annulla i suoi meriti, la sua memoria? No. E allora, morte, ma chi sei? Ma chi ti conosce? Cosa conti? Tu non conti niente. Eh, tu vorresti essere importante, presa in considerazione come la vita. Ma la vita dura una vita, cara mia. Invece tu, morte, tu duri solo un momento: l'istante in cui ti presenti...

Antonio Jasiello (Marcello Mastroianni), in
Maccheroni di Ettore Scola

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28 marzo 2005


Scorcio di LésvosL'isola di Lesbo, o di Mitilene, come a volte viene chiamata oggi, si alza come una montagna scavata da due baie profonde e nonostante il mito ce la faccia immaginare quasi in una terra magica è facilissimo raggiungerla, anche per via breve (in aereo occorre circa un'ora); se invece vi si vuole arrivare per mare ci vogliono almeno quattordici ore di navigazione traversando tutto l'Egeo, lasciandosi a dritta le Cicladi e le Sporadi a mancina.
Chi ha qualche volta navigato questo supremo tra i mari, ricorderà, oltre il suo azzurro vivido e tiepido, anche il viola delle sue tempeste, e la presenza quasi allucinatoria di isole che lo scafo delle imbarcazioni sembra non poter evitare.
Lesbo invece è al di là di un gran braccio di mare deserto, quasi all'approdo con la Turchia. Qui i mitografi sostengono (e c'è forse una ragione per non credere loro?) che arrivarono portate dalle onde la testa di Orfeo mozzata dalle Menadi nella Tracia, e la sua lira, che non avevano mai smesso di cantare e di suonare. La testa fu collocata da mani riverenti nel tempio di Dioniso, la lira in quello di Apollo: ebbrezza e quiete, oscurità e luce, dismisura e misura, vino e sole, la vera poesia di Orfeo era tutto questo, e forse anche di più.
E Lesbo, dove poi non a caso ebbero dimora
Alceo e Saffo, fu consacrata alla poesia per sempre, dal mare, da quella testa e da quella lira che galleggiavano unite in una delle sue baie specchianti, che io ho visto e che non potrò mai dimenticare.

Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli,
gli uccelli di palude scendono dal cielo,
dalle cime dei monti
si libera azzurra l'acqua e la vite
fiorisce e la verde canna spunta.
Già nelle valli risuonano
canti di primavera.

Alceo
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Anna Galiena in una scena de Il marito della parrucchieraAmore mio, ti lascio prima che mi lasci tu, prima che tu cessi di desiderarmi: perché allora non ci resterebbe che la tenerezza, e so che non sarebbe sufficiente. Me ne vado prima di essere infelice. Porto con me il sapore dei nostri abbracci. Porto con me il tuo odore, il tuo sguardo, i tuoi baci. Porto con me il ricordo degli anni più belli della mia vita, quelli che tu mi hai dato. Ti bacio tanto, tanto da morire: ti ho sempre amato, non ho amato che te. Me ne vado perché tu non mi dimentichi mai più.

Parole che Mathilde (Anna Galiena) lascia su un biglietto al marito Antoine (Jean Rochefort) prima di suicidarsi.
Da 
Il marito della parrucchiera di Patrice Leconte
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27 marzo 2005


Ritratto di Édouard Dujardin (1861-1949)Non fu James Joyce (come pretende di affermare una certa vulgata corrente) a introdurre la tecnica del cosiddetto monologo interiore nel romanzo moderno, attraverso l'Ulisse, bensì Édouard Dujardin, nel breve (ma intensissimo) romanzo Les lauriers sont coupés.
Ed è proprio lo
scrittore francese, ormai quasi del tutto dimenticato, a rivendicare la paternità dell'artifizio nel suo Le monologue intérior, opera che l'autore diede alle stampe nel 1927.

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Una scena tratta da L'amore il pomeriggio di Eric Rohmer- ...In treno preferisco un libro al giornale, e non solo per la comodità del formato. Il giornale non fissa abbastanza la mia attenzione, e soprattutto non mi fa uscire dal presente. Il tragitto, mattina e sera, corrisponde più o meno alla quantità di lettura che mi piace soddisfare di getto. Anche a casa leggo, di sera, ma altre cose: mi piace avere più di un libro da leggere, ognuno con il suo tempo e il suo luogo, che mi portino fuori dal luogo e dal tempo in cui sono...

Frédéric (Bernard Verley) in
L'amore il pomeriggio di Eric Rohmer
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26 marzo 2005


Il saper ascoltare è il punto di partenza per vivere secondo il bene.

Parola di
Plutarco, il maestro di Cheronea che cercò, quando possibile, di applicare alla lettera l'assunto che sta alla base della sua operina intitolata appunto L'arte di ascoltare.
Un'arte, questa, non meno difficile del dire:

...Quando si gioca a palla le mosse di chi riceve devono essere in sintonia con quelle di chi lancia: così in un discorso. C'è sintonia tra chi parla e chi ascolta se entrambi sono attenti ai rispettivi doveri...

A volte mi meraviglio di quanto opere così "antiche" siano ancora (soprattutto?) oggi drammaticamente attuali.

[Al testo di Plutarco affiancherei idealmente (e parallelamente)
questo libretto di cui ha parlato diffusamente >>>lui meglio di quanto io riuscirei mai a fare].

Sir Lawrence Alma Tadema - Saffo ascolta Alceo (1881)

- ...Achille è il servo ideale: ha orecchie lunghe e lingua corta.
Ascolta e tace.
Il modo ideale per vivere felici.

Cadmo (Pedro Armendariz) in
Arrivano i Titani di Duccio Tessari
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25 marzo 2005


...un immenso scartafaccio...Per ogni libero lettore dello Zibaldone vale senz'altro il principio di attrazione tolle et lege, come per i "classici". Del resto è la bellezza della prosa di quest'opera redatta "a penna corrente" (e per questo non "scritta" come nel caso delle Operette morali) ad attirare e trattenere, meditatamente, il lettore.
Lo Zibaldone è infatti la "necessità", per
Leopardi, di "fissare" il pensiero in parole, di portare al linguaggio il pensare, in quanto il linguaggio è una riserva di cose im-pensate (e spesso persino im-pensabili) ancora da valutare: un'iniziazione mentale, a cui il coraggio di una "filosofia dolorosa, ma vera" dà una forza inesausta e l'indicazione di un cammino.
"Noi pensiamo parlando" dice Giacomo, non esiste pensare senza parola detta o scritta. E' la ragione più profonda, credo, della tanta parte dello Zibaldone dedicata al linguaggio. Ricerca etimologica, cioè dell'originario nel linguaggio, che è, insieme, scoperta di una verità più essenziale. "Documento segreto", un secretum delle sue avventure mentali ed esistenziali ("tutto è posteriore all'esistenza"), lo Zibaldone appare anche come il bisogno di "comunicarsi agli altri" di "far parte altrui di ciò che provo". La ricerca di una possibile "verità" perseguita in assoluta solitudine, "senza nessun uditore", anche prescindendo dalle intenzioni intermittenti di una destinazione esterna, convoca ciascuno di noi lettori, non solo impliciti o postumi, verso una tensione universale del pensiero. La "comunicazione" di quest'uomo di genio è legata agli "altri" in una suprema pietas di solidarietà.
Il fatto è che in Leopardi pensiero e scrittura, riflessione e invenzione, ideazione e linguaggio, sono inseparabili, perché obbediscono, "rispondono" alla "causa", alla ricerca della verità sulla condizione e sul destino dell'essere uomo, cioè dell'essere mortale: e solo da qui, diciamo "metapoliticamente", sono derivabili dignità e rispetto, doveri e diritti, libertà e accettazione dell'altro, la pietà e la solidarietà fra gli uomini. "Sentimenti" che paiono incredibili, ma che pure esistono.

(continua, forse)
>>>qui la prima parte

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Ritratto di Fanny Targioni Tozzetti...Sapete che io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo. Colpa della natura che ha fatti gli uomini all'infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa
felice composta d'individui non felici...
...I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercare gloria e di beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà, senza battere una palpebra. E trovo molto ragionevole l'usanza dei Turchi e degli altri Orientali, che si contentano di sedere sulle loro gambe tutto il giorno, e guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza...

Giacomo Leopardi - Lettera a Fanny Targioni Tozzetti, 5 Dicembre 1831
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24 marzo 2005


Il mulino daudet nei pressi di FontvieilleSi lasciano le viuzze di Fontvieille, nella piana tra Arles e Avignone, e si sale dolcemente tra i pinastri, su una collinetta panciuta come Tartarino: sta lì il mulino di Alphonse Daudet, con la sua grande ruota, immobile sotto un sole ambrato, in un frinire di cicale e di fronte allo scenario suggestivo de les Alpilles: "Un mulino a vento per la farina, sito nella valle del Rodano, nel cuore della Provenza, su di una costa boscosa, abbandonato e non più adatto alla macinatura": il signor Alphonse Daudet, poeta residente a Parigi lo comprò a vent'anni, nel 1860, trovandolo "confacente alle proprie necessità" e "adatto a favorire il proprio lavoro poetico: è da qui che vi scrivo, con porta spalancata al caro sole... all'orizzonte le cime frastagliate e sottili delle Alpilles... nessun rumore... solo, di tanto in tanto, un suono di piffero, un chiurlo nelle lavande, i sonagli dei muli per sulla strada" confessa nelle Lettere dal mio mulino, date alle stampe nel 1869.
Alphonse Daudet (1840-1897)Gli "Amici di Daudet" lo hanno ripristinato nel 1935: nella stanza di sotto "una stanzetta bianca a calce, bassa e a volta, come il refettorio di un convento" si conservano i souvenirs, lettere e foto dello scrittore. L'obiettivo di Nadar fissò il suo sguardo da romantico perbene, femmineo e malinconico, un po' larmoyant: se Flaubert gli rimproverava "troppe pagine", Barbey D'Aurevilly gli riconobbe "profondità d'impressioni": colori e profumi, caratteri e sentimenti schizzati al vento della sua Provenza: "Quante volte sono andato lì a riprendermi a contatto con la natura, a guarire da Parigi e dalle sue febbri".
In quel mulino, solitario e ricco di silenzio, si dispiegò la qualità migliore di
Daudet: la sensiblerie, una qualità che, per lo scrittore, sta a metà strada tra sensibilità e sentimento.
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Dennis Hopper in una foto di scena per Easy rider-...La libertà è tutto, d'accordo... Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere libero quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale. Ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura...

Billy (Dennis Hopper) in Easy rider di Dennis Hopper

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23 marzo 2005


Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1966)Spinta da varie vicende che rimbalzano dal mondo fino alla mie "chete stanze", ho recuperato un testo che piaceva molto a mio padre e che qualche anno fa la benemerita casa editrice Adelphi è tornata a pubblicare. Si tratta della Filosofia dell'assurdo di Giuseppe Rensi un libro del 1924, poi ripubblicato con aggiunte nel 1937 e che, fin dal titolo, dimostrava (e dimostra) tutta la sua tragica inattualità ma anche tutta la sua imponente forza "profetica".
Giuseppe Rensi è stato un filosofo solitario, per lo più incompreso dai suoi contemporanei e quasi completamente dimenticato dopo la sua morte, avvenuta nel febbraio del 1941 in concomitanza con il furioso bombardamento che Genova subì da parte della flotta inglese. La sua vita di studioso non era stata facile e dopo varie sospensioni dall'insegnamento, per un'intrinseca intransigenza nell'aderire agli ideali totalitari del fascismo, fu definitivamente allontanato dalla docenza ed in seguito persino arrestato assieme alla moglie, per essere rilasciato solo dopo che le autorità fasciste avevano ceduto alle pressioni del mondo accademico non solo nazionale.
Il filosofo si reputava un diretto discendente "ideale" di Giacomo Leopardi e da lui senz'altro ereditò sia il suo convinto ateismo (che illustrò in un'opera intitolata Apologia dell'ateismo, del 1925) e sia il suo implacabile scetticismo (che spesso, forse a torto, mi ha spinta a considerarlo un antesignano di Emil Cioran, soprattutto in riferimento alle prime opere del pensatore rumeno). Dal grande recanatese aveva inoltre ricavato l'abilissima capacità di smascherare tutte le ingegnose ed ingenue escogitazioni che l'uomo ha posto in essere per nascondere a se stesso la totale insensatezza della Storia e della vita stessa.
Nella Filosofia dell'assurdo sembra essere sublimata e distillata tutta la teoretica rensiana, attraverso un'arringa avvincente che, curiosamente, il filosofo, per non so quale forma di "pudore", raccomanda ai soli adulti. Chi non abbia passato i quarant'anni, dice, non capirebbe niente di quanto egli scrive. E' l'unico punto, questo, sul quale mi permetto di dissentire dal Maestro (e lo faccio anche per ragioni meramente anagrafiche...); al contrario, mai come oggi dovrebbero essere proprio queste le letture che andrebbero consigliate agli adolescenti, tanto per non incorrere in troppe brutte sorprese più avanti e, soprattutto, per farsi un'idea di cosa ineluttabilmente ci attende nel corso e alla fine di questa che altri "pensatori", da tutt'altra sponda, hanno definito "valle di lacrime".
Dico subito che non è questa l'opera di Rensi che più amo, sono infatti molto più attirata dalle sue opere "morali" (ma mai "moraliste" - e, fra queste ultime, le
Lettere spirituali sono davvero la punta di diamante di un percorso laico che conduce davvero ad una sorta di "nirvana terrestre"), però ritengo comunque di doverla segnalare. In primo luogo, come dicevo all'inizio, perché essa mi lega strettamente al ricordo del mio amato genitore, e poi perché di opere così "coraggiose" mi pare vi sia oggi un gran bisogno.
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Per approfondire consiglio la lettura de
L'ateismo mistico di Giuseppe Rensi
(
I, II, III e IV parte) dal blog minimokarma
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Albrecht Dürer - Il cavaliere, la morte e il demonio (1513)...L'esattezza della visuale qui svolta non possono vedere né i vincitori né i giovani. Non ai vincitori, ma ai vinti, ai seguaci d'ogni idea vinta, non ai seguaci di un'idea nell'effimero momento del suo trionfo, ma ai seguaci d'ogni idea nel momento in cui è vinta, l'esattezza della concezione che illustro si può, soltanto, svelare. Poiché è quando l'uomo vede che la sua idea è prostrata e trionfa quella contraria alle sue più profonde convinzioni (cioè
l'assurdo), che il velo di Māyā gli si squarcia ed egli scorge che il mondo è irrazionale...
...I più giovani non possono vedere (in questo libro) che... quella foschia malata di sguardo, che per solito le storie della letteratura compatiscono nella grandezza di Leopardi come una macula che la diminuisce, e contro la quale mettono in guardia i lettori di lui (mentre per me è ciò che rende il suo pensiero più profondamente affine e mi fa quasi sentire di discendere e dipendere da lui, che in ogni sua pagina mi par che parli non un uomo, ma lo stesso "reale")...
...Che cos'è la storia? E' la contraddizione, il sistema o la serie delle contraddizioni. C'è unicamente perché ogni oggi è diverso da ogni ieri e ogni domani da ogni oggi, cioè ogni oggi contraddice ogni ieri e ogni domani ogni oggi. L'eterno diverso da quel che in ogni momento c'è, ossia l'eterno cambiare e contraddire quel che c'è, è ciò in cui consiste la storia...
...La speranza è in proporzione diretta dell'infelicità. Si spera tanto più quanto più si è sfortunati. L'uomo fortunato e felice non ha bisogno di sperare perché ha già, e se pure (poiché nessuno è contento) spera ulteriormente, spera però senza eccessivo ardore e senza cocente intensità. E' l'uomo infelice che mette nella speranza tutta la sua passione e la sua vita, che spera freneticamente, che quasi a dire
, spera disperatamente , e proprio contro speranza... La speranza è veramente, come aveva veduto Leopardi, una cosa sola col desiderio, e quindi tanto più intensa e ferma quanto maggiore il desiderio, ossia quanto maggiore la sensazione della mancanza...
Salvator Rosa - Democrito...Tutta la filosofia, dal Fedone all'idealismo "attuale", si può prospettare come uno sforzo, sempre più complicato e sottile, sempre meno ingenuo, sempre più astuto, infaticabile a cercare nuove vie, elaborate, tortuose, strane, evanescenti, man mano che ognuna delle più semplici e chiare precedenti veniva distrutta, perdentesi infine nella nebbia, ma incoercibile e sempre risorgente, per cancellare il fatto della morte...
...E', del resto, proprio soltanto dalla sensazione di vivere lanciati e abbandonati senza paracadute nello spazio vuoto d'un mondo d'assurdo esterno ed interno e di cieco caso, che sorge intimo e veramente profondo quel senso tragico della vita... il quale, inaccessibile agli ottimisti e ai razionalisti che non vedono, non sentono, non vivono il dramma e calano su di esso volontariamente il sipario, forma oramai il solo residuo possibile e l'espressione più alta delle antiche concezioni religiose.
A me piace vedere, quando sollevo gli occhi dal mio tavolo di lavoro, accanto alla stampa di Salvator Rosa, in cui, sotto alberi desolati, contorti e tronchi, presso antiche colonne infrante e marmi cadenti e tra ossami d'animali e d'uomini, "Democritum omnium derisor in omnium fine defigitur", la riproduzione del rame di Dürer, in cui il maturo cavaliere procede, severo, rassegnato, impassibile, tra la morte e il demonio.

Giuseppe Rensi
- La filosofia dell'assurdo
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22 marzo 2005


Henry Miller (1891-1980)Criminale e santo, demoniaco e angelico, Henry Miller in Tropico del Capricorno percorre il suo itinerario dal caos alla società urbana, dal viaggio negli spazi aperti del West e del Sud fino ad incontrare, come in una grazia, la donna misteriosa che segna una tappa decisiva nel processo di salvezza privata, a sua volta violenta e apocalittica, punto estremo ed epifania di un libro paragonato dall'autore al Purgatorio dantesco.
Tropic of Capricorn, apparso nel 1939, segna una fase cruciale e sotto molti aspetti più complessa e ambiziosa di Tropico del Cancro, del 1934, libro di esordio di Miller.
Tra i due volumi si accumulano infatti frequentazioni con
Swedenborg, con il buddhismo Zen, la mistica ebraica, Dostoevskij, Otto Rank (quest'ultimo per il tramite di Anaïs Nin), senza contare una singolare e alquanto soggettiva interpretazione di Nietzsche e di Spengler, e naturalmente il rapporto con l'avanguardia Dada, mentre la nostalgia per un'America perduta rammenta curiosamente un classico ottocentesco quale Thoreau.
Da tutta questa commistione di autori, opere e pensieri è "sgorgato" uno dei più intensi capolavori del Novecento, dove il "bandito delle parole" viaggia attraverso il suo immaginario scatenato, fino a restituirci il senso ultimo di un cammino letterariamente rivoluzionario, che oggi sembra smarrito per sempre e del quale, forse, si prova persino una struggente nostalgia.

Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos...

Henry Miller - Tropico del Capricorno
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Klaus Kinski e Bruno Ganz sul set di Nosferatu di Werner Herzog- ...Il tempo è un abisso profondo con lunghe infinite notti, i secoli vengono e vanno... Non avere la capacità di invecchiare è terribile. La morte non è il peggio: ci sono cose molto più orribili della morte. Riesce a immaginarlo? Durare attraverso i secoli, sperimentando ogni giorno le stesse futili cose...

Il conte Dracula (Klaus Kinski) a Jonathan Harker (Bruno Ganz) da
Nosferatu, principe della notte
di Werner Herzog

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