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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


27 febbraio 2005


A caminho do futuro, foto Diamantino-MendesIn Orazio tutto vive in virtù dell'attimo presente, che appare come il presidio supremo grazie al quale l'uomo può arrivare a convincersi della propria sostanziale libertà, una libertà che gli consente persino di affrontare a viso aperto il futuro (che il poeta vede sostanzialmente come un nemico, perché foriero senza dubbio di insidie assai perniciose per l'uomo - non a caso il "tempo che arriva" ha in serbo la sua arma più micidiale: la morte).
Ed è così che, al di là dei suoi più celebri versi:

...Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero

[...mentre si parla il tempo astioso è già in fuga:
dunque cogli l'oggi e credi meno che puoi al domani.]

possiamo notare in tutta la sua opera una quasi maniacale adesione al principio della "consapevolezza" del vivere presente. Ecco qualche esempio.
Nella sua lettera più ispirata (Ep. I, 11) il poeta latino ci offre un chiaro segno del suo manifesto:

...Se la volontà divina ti elargisce comunque un'ora fortunata, prendila in mano con riconoscenza. La gioia non devi rimandarla ad un altr'anno. In questo modo, dovunque tu sarai, confesserai che t'è piaciuto vivere. Giacché, se l'anima è placata non da un panorama di mare sterminato, ma da un saggio ricorso alla ragione, allora quelli che solcano impazienti il mare cambiano il cielo ma non il loro cuore... (23-27)

Ed anche nel canto 9 del I libro dei Carmina, Orazio chiarisce assai bene il suo pensiero:

...Sàlvati dal sapere il tuo domani.
Ogni giornata che la sorte aggiunge
abbila come un dono...

Quello di Orazio non è un futuro a cui anelare, ma un futuro da temere e la sua poesia compie un costante sforzo per "frenare" l'arrivo del prossimo giorno, che potrebbe contenere in sé il germe della fine.
Una fine sulla quale il poeta non lascia molte speranze:

...L'anno e l'ora che rapiscono i giorni felici
ti ammoniscono a non nutrire mai speranze nell'immortalità...

Dunque non è solo il futuro "prossimo" che Orazio rinnega; anche in quello "eterno" egli non nutre in realtà alcuna speranza.
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Fuoco bruca con me...Io, mia Delia, non inseguo la gloria:
pur di restar con te non m'importa
che mi chiamino incapace e indolente.
Voglio specchiarmi in te quando verrà la morte
e in fin di vita tenerti con la mano che s'abbandona.
Mi piangerai, Delia, e composto sul letto del rogo
coi baci verserai lacrime amare.
Piangerai perché il tuo cuore non è di ferro duro
e nel tenero petto non hai di sicuro una pietra.
Nessun giovane, nessuna fanciulla potranno tornare
a casa da quelle esequie con gli occhi asciutti.
Ma tu non soffrire la mia ombra, risparmia, o Delia,
i tuoi capelli sciolti e le tue tenere guance...


Sono versi di Tibullo (El. I, 1, 57-68) che ci restituiscono forse la traccia di un'emozione remota e anche oggi, che molta acqua è passata sotto i ponti della Poesia, ci riportano nella ineffabilità profonda e misteriosa del sentimento poetico.Tibullo non aveva forse la profondità lirica di Catullo, e senz'altro non sapeva nemmeno cosa fosse quella mondanità tanto cara ad Ovidio; nella sua poesia non è ravvisabile il pathos di Properzio e nemmeno l'ironia di Orazio; non c'è, infine, traccia del latente dolore di Virgilio. In Tibullo, una segreta armonia smorza i colori, i toni, i gesti sonori, i contrasti. Gli spaesamenti dell'anima e il moto spesso impetuoso della storia si acquietano in una cadenza, in un disegno rituale: dell'inquietudine è rimasto il velo di una ruggine. Tutto è affidato al respiro della forma come accettazione, laica e religiosa, di una realtà immanente che spesso ci supera, ma che comunque appaga:

...Non desidero sapermi invidiato: via da me la gloria del volgo;
chi è saggio sappia gioire nel segreto del suo animo.
Così potrei vivere felice anche nei boschi solitari
dove nessuna via sia segnata da orme umane.
Tu, placa per me gli affanni, luce di una notte tenebrosa,
tu infinita compagnia anche in luoghi solitari...
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Da consultare:
Quinto Orazio Flacco - Odi ed Epodi
Quinto Orazio Flacco - Epistole
Albio Tibullio - Elegie
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Gérard Depardieu e Catherine deneuve in una scena tratta da L'ultimo metrò di  françois Truffaut- L'amore fa male, forse?
- Sì, l'amore fa male. Come un grande avvoltoio plana sopra di noi, si immobilizza e ci minaccia. Ma la minaccia può essere anche promessa di gioia. Sei bella, Hélèna, così bella che guardarti è una sofferenza.
- Ieri dicevate che era una gioia.
- E' una gioia e una sofferenza...

Bernard (Gérard Depardieu) e Marion (Catherine Deneuve) in
L'ultimo metrò di François Truffaut
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26 febbraio 2005


John William Waterhouse - La signora di Shalott (part.)



...muore
oggi un mio caro e con lui cortesia
una volta di più e questa forse per sempre.





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Già nell'
Odissea si fa cenno ai Campi Elisi come "...ai confini del mondo dov'è il biondo Radamanto e dove bellissima per i mortali è la vita: neve non c'è, non c'è mai freddo né pioggia, ma sempre soffi di Zefiro che spira sonoro manda l'Oceano a rinfrescare quegli uomini..." (Od. IV, 563-568), questo soggiorno è promesso a Menelao da Proteo, per rassicurarlo sul fatto che è là che egli avrà vita immortale.
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Non servirà cercarti sulle spiagge ulteriori
lungo tutta la costiera spingendoci a quella detta
dei Morti per sapere che non verrai.
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Per
Esiodo invece questo soggiorno di beatitudine si trova nelle Isole Felici, ai confini dell'Oceano, dove regna Crono e dove si trova il soggiorno degli eroi. Lì, tre volte l'anno, la terra produce i suoi frutti senza che nessuno fatichi per ottenerli (Le opere e i giorni, 152 e sgg.)
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Vittorio Sereni (1913-1983)...adesso so chi mancava nell'alone amaranto
che cosa e chi disertava le acque
di un dieci giorni fa
già in sospetto di settembre. Sospesa ogni ricerca,
i nomi si ritirano dietro le cose
e dicono no gli oleandri
mossi dal venticello.
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Alle Isole Felici pare far cenno anche
Solone, in un passo nel quale parla della felicità dei giusti (fr. 38, anche in Lirici greci dell'età arcaica), passo di cui troviamo traccia anche in Platone (Timeo 20e, 21b; Crizia 113a, 114e).
Ma è senz'altro
Pindaro, in un frammento conservatoci da Plutarco (n. 95 in ed. Boeckh) a darci il reale senso della vita che attende i fortunati ospiti dei Campi Elisi: "Là risplende sempre il Sole/anche quando da noi è notte/e su prati di porpora, ombreggiati da incensi carichi/di frutti d'oro si stendono i beati./...e con le cetre cantano/perché sempre fiorita/è presso di loro la felicità./Ed un profumo soave li accompagna...".
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E poi rieccoci
alla sfera del celeste, ma non è
la solita endiadi di cielo e mare?
Resta dunque con me, qui ti piace,
e ascoltami, come sai.
¹
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¹
Vittorio Sereni - Niccolò, da "Stella variabile", Garzanti, 1982
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Jack Kerouac (1922-1969)...Non ricordo come morì Gerard (nella mia memoria che è limitata e prosaica) eccomi qui che corro a precipizio fuori di casa verso le quattro del pomeriggio e sul marciapiede di Beaulieu Street grido a mio padre, che ho visto sbucare lento e malinconico da dietro l'angolo, con la paglietta spinta all'indietro e la giacca piegata sul braccio per via del caldo estivo, gli grido eccitato "Gerard est mort" (Gerard è morto) come se si trattasse di un avvertimento importante capace di apportare un cambiamento migliorativo nelle nostre vite, il che in un certo senso era vero.
Ma io pensavo che l'accaduto avesse qualcosa a che fare con qualche divina trasformazione che avrebbe reso lui più nobile e simile a Gerard - Come se questi, dopo la morte, potesse ricomparire, grande, potente e rinnovato - La mente confusa di un bambino di quattro anni, con le sue visioni e il suo misticismo segreto -
...quando lui si limitò a dirmi in tono stanco: "Lo so Ti Pousse, lo so" provai lo stesso sentimento che provo oggi quando mi affretto ad annunciare alla gente la buona novella che il Nirvana, il Paradiso, la Nostra Salvezza è qui e ora, e vedendo la loro cupa reazione non posso che attribuirla alla pietosa e ostinata Ignoranza che è insita nella mente mortale.
"Lo so, lupetto, lo so" e tristemente si trascina in casa con me che cammino saltellando alle sue spalle
...Gerard è morto e l'anima è morta e il mondo è morto e morto.
...Da allora l'ho sognata un milione di volte, lungo i corridoi dell'Apparente eternità dove ci sono un milione di figure riflesse sedute ed identiche le une alle altre, la casa di Beaulieu Street la notte in cui Gerard morì e i Duluoz riuniti che piangevano con le facce verdi di morte per timore della loro morte futura, e il tempo ha già consumato tutto, quel sogno è finito già da tempo e loro non lo sanno e io cerco di dirglielo...

Jack Kerouac - Le visioni di Gerard (da La leggenda di Duluoz)

In questo libro autobiografico Kerouac si attribuisce il nome di "Ti Jean Duluoz". Gerard è il fratello maggiore, morto in tenera età.
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25 febbraio 2005


Il cosiddetto Sarcofago degli Sposi, Roma, Museo Naz. Etrusco di Villa Giulia
Giro del sole nelle nostre stanze,
da finestra a finestra da mattino
a sera.


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Per il comico greco
Alessi
la vita è come una festa, alla quale si giunge dai regni delle tenebre, come stranieri o ospiti, per ritornare poi nel paese dei morti (Ateneo, XI, 463).
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Quanti giorni, quante
stagioni, e poi anni...
Le nostre figlie bambine, poi donne.
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Ma già il paragone della vita come se fosse un banchetto si trova adombrato in un passo di Aristofane: "Io pago il mio tributo al banchetto della vita, perché io partorisco gli uomini" dice il Coro delle donne nella Lisistrata (V. 651)
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Diego Valeri (1887-1976)
Tu sempre più stanca e lontana,
poi finita, una mattina all'alba.



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Secondo
Bione (in Stobeo, Floril. V, 67) si doveva ritenere fortunato colui che poteva uscire dalla vita dopo averne gustato tutte le delizie, ed un pensiero analogo è ravvisabile in Orazio: "Ecco che ben di rado riusciamo a trovare qualcuno che ammetta di essere stato felice e, finito il suo tempo, se ne vada tranquillo, come un ospite sazio" (Satire I, 1, 117)
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Io qui ancora, a guardare stupito
il tempo che gira
col vecchio sole da finestra a finestra.
¹

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¹
Diego Valeri, Giro di sole nelle nostre stanze, da "Calle del vento", Mondadori, 1975. (Gli inserti sono ovviamente estranei alla poesia citata).
[
Qui e qui le parti precedenti del "progetto" ...we, the memories...]
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Giorgio Bassani (1916-2000)...Scendemmo giù nella tomba più importante, quella riservata alla nobile famiglia Matuta: una bassa sala sotterranea che accoglie una ventina di letti funebri disposti dentro altrettante nicchie delle pareti di tufo, e adorna fittamente di stucchi policromi raffiguranti i cari, fidati oggetti della vita di tutti i giorni, zappe, funi, accette, forbici, vanghe, coltelli, archi, frecce, perfino cani da caccia e volatili di palude. E intanto, deposta volentieri ogni residua velleità di filologico scrupolo, io venivo tentando di figurarmi concretamente ciò che potesse significare per i tardi etruschi di Cerveteri, gli etruschi dei tempi posteriori alla conquista romana, la frequentazione assidua del loro cimitero suburbano.
Esattamente come ancor oggi, nei paesi della provincia italiana, il cancello del camposanto è il termine obbligato di ogni passeggiata serale, venivano dal vicino abitato quasi sempre a piedi - fantasticavo - raccolti in gruppi di parenti e consanguinei, di semplici amici, magari in brigate di giovani simili a quelle da noi incontrate testé per istrada, oppure in coppia con la persona amata, e anche da soli, per poi inoltrarsi fra le tombe a cono, solide e massicce come i bunkers di cui i soldati tedeschi hanno sparso invano l'Europa durante quest'ultima guerra, tombe che certo assomigliavano, all'esterno non meno che all'interno, alle abitazioni-fortilizi dei viventi. Tutto, sì, stava cambiando - dovevano dirsi mentre camminavano lungo la via lastricata che attraversava da un capo all'altro il cimitero, al centro della quale le ruote ferrate dei trasporti avevano inciso a poco a poco, durante i secoli, due profondi solchi paralleli -. Il mondo non era più quello d'una volta, quando l'Etruria, con la sua confederazione di libere città-stato aristocratiche, dominava quasi per intero la penisola italica. Nuove civiltà, più rozze e popolari, ma anche più forti e agguerrite, tenevano ormai il campo. Ma che cosa importava, in fondo?
Varcata la soglia del cimitero dove ciascuno di loro possedeva una seconda casa, e dentro questa il giaciglio già pronto su cui, tra breve, sarebbe stato coricato accanto ai padri, l'eternità non doveva più sembrare un'illusione, una favola, una promessa da sacerdoti. Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere. Lì, tuttavia, nel breve recinto sacro ai morti famigliar!; nel cuore di quelle tombe dove, insieme coi morti, ci si era presi cura di far scendere molte delle cose che rendevano bella e desiderabile la vita; in quell'angolo di mondo difeso, riparato, privilegiato: almeno lì (e il loro pensiero, la loro pazzia, aleggiavano ancora, dopo venticinque secoli, attorno ai tumuli conici, ricoperti d'erbe selvagge), almeno lì nulla sarebbe mai potuto cambiare...


Giorgio Bassani - Il giardino dei Finzi-Contini
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24 febbraio 2005


Michelangelo Buonarroti (1475-1564)Gli era stata pagata dal papa tremila scudi. Lui ne aveva spesi venticinque per i colori e aveva lavorato "con grandissimo disagio" col capo all'insù, sino a perdere quasi la vista "che non poteva leggere, né guardar disegni, se non all'insù per parecchi mesi", come racconta il contemporaneo Vasari. Ma il risultato fu eccezionale: la volta della Cappella Sistina dipinta da Michelangelo si rivelò subito per quello che era: un capolavoro.
Il maestro toscano aveva ricevuto l'incarico di dipingere
la volta della Cappella Sistina il 10 maggio 1508 da Giulio II. La dipinge in due tempi, interrotti dal soggiorno del papa a Bologna. La prima metà (da "Zaccaria" alla "Creazione di Eva"), tra il 1508 e il 1510. La seconda tra il 1511 e il 1512. Il 31 ottobre di quell'anno, Giulio II può ammirare la sorprendente visione dei nove episodi della Genesi in un gigantesco e vorticoso tripudio di "ignudi".
La Cappella Sistina dipinta da Michelangelo dal 1508 al 1512I disegni preparatori, oggi al
British Museum di Londra, rivelano le prime, embrionali idee dell'artista. Apostoli nelle lunette, studi di mani e braccia, dettagli anatomici e paesaggistici, ecc. Un foglio di taccuino (Oxford) del 1511 testimonia come il maestro inventasse ed elaborasse i motivi di figura. Nudi, teste, gambe, braccia, cornici architettoniche fatte più volte su uno stesso foglio, a diritto o di traverso, testimoniano la meticolosità con cui Michelangelo si accinse a dipingere uno delle più grande opere consegnate alla storia dell'Arte.
Purtroppo non ci restano i cartoni preparatori, che dovevano essere molti, grandi e dettagliati. Essi ci avrebbero restituito certe visioni prospettiche e certi contesti dei quali possiamo solo immaginare il faticoso percorso per giungere alla perfezione finale. Sotto questo aspetto, fondamentale si rivela l'insegnamento del fiorentino
Ghirlandaio, di cui Michelangelo "adotta" l'intera équipe di allievi fiorentini, il metodo di bottega, la tecnica del buon fresco e del colore puro e raffinato. A differenziarlo dal capo-bottega è l'eccezionale estro pittorico ed il suo stile che scolpisce e crea forme plastiche anche con i colori e le ombre. Forme che, a chi guarda ancor oggi "a capo insù" l'opera michelangiolesca, danno come l'impressione di essere vive, tanto sono dinamicamente proiettate in un movimento illusorio creato dai toni magici e cangianti del pennello del Maestro.
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Scena tratta da Furore di John Ford (1940)- Io non saprò più niente di te, Tommy: tu potresti morire e io non lo saprei. E se ti arrestano, chi me lo verrà a dire?
- Ma', forse è come diceva Casy. Uno non ha un'anima per sé solo, ma un pezzetto d'una grande anima, che è la grande anima di tutta l'umanità. Quindi...
- Che cosa, Tommy?
- Quindi non importa, perché io non potrò mai morire. Io sarò dovunque, dovunque ci sia un uomo. Dovunque ci sia un uomo che soffre e combatte per la vita, io sarò là. Dovunque ci sia un uomo che lavora per i suoi figli, io sarò là. Dovunque il genere umano si sforzi di elevarsi, coi ricchi e coi poveri, in questa comune aspirazione di continuo miglioramento, e dove una famiglia mangerà la frutta d'un nuovo frutteto, o andrà ad occupare la casa nuova, là mi troverai...


Tom (Henry Fonda) alla madre (Jane Darwell) in
Furore di John Ford
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23 febbraio 2005


Ulisse porge il vino al ciclope PolifemoMancano nell'Odissea i temi "importanti" dell'Iliade dove, sullo sfondo della "fiaba", s'intrecciano e si urtano destini, rapporti di uomini e dèi, passioni erotiche e sentimenti profondi. Chi giunge all'Odissea da quella lettura non li trova più, o li trova comunque molti attutiti.
Il mondo a cui approda è più vasto e forse meno "vivace", intimo ma non "teatrale". Signori nei loro palazzi e pastori coi loro greggi, porti e
rotte di mare, sentieri e vie di città, l'intero Mediterraneo solcato dalla prima espansione dei Greci, con le sue isole e i suoi pirati, i commerci e le sorprese, e molti giovani, meno dèi, forse più canaglie, e al centro una coppia sposata che cerca di ricongiungersi dopo una lunga e drammatica lontananza.
Le virtù non sono quelle eccelse dell'Iliade, fuse in un destino superiore, ma quelle dell'uomo dalla mente accorta (polymetis), dai riflessi pronti, scaltro e incline all'inganno, abituato ad ogni situazione, coriaceo ed infaticabilmente pronto a porre in essere ogni stratagemma pur di raggiungere lo scopo del suo viaggio.
Nelle vicende di
Odisseo/Ulisse, Omero (o chi per lui) fonde mirabilmente elementi e stereotipi che si trovavano già nella favolistica tradizionale, intrecciandoli in un continuo (che è il primo segno del suo genio); sebbene la serie stessa di numerose avventure sia anch'essa un motivo peculiare di questo tipo di narrazioni fantastiche. Ossia le favole della prolungata (e spesso coercitiva) dimora preso una fata; della discesa agli inferi; del viaggio di ritorno nel sonno, straordinariamente veloce dopo un peregrinare tanto lungo; della ricomparsa dell'assente in vesti dimesse (o sotto mentite spoglie) e del suo riconoscimento mediante un atto di forza e valore eccezionale.
La favola fondamentale di questo stereotipo del viaggio e del ritorno, è apparentemente semplice ma si complica anche per la presenza di chi è rimasto a casa, in questo caso Penelope, che ha pure lei le sue "avventure" di attese e di astuzia.
Un antefatto, il suo abbandono per la partenza dell'eroe, è taciuto, ma esso viene rievocato nel suo momento opposto, quello del ritorno e del riconoscimento con un segno allora stabilito, proprio nel momento in cui la moglie è in procinto di scegliere (pur costretta) un nuovo sposo.
In mezzo fra i due estremi fissi, la serie agitata delle avventure, quasi una biografia per quadri, che affonda le sue radici nel passato più remoto: sia della nostra Storia che della nostra fantasia.
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Da consultare:
-
Uvo Hölscher - Odissea. Epos tra fiaba e romanzo
- Odissea (a cura di Maria Grazia Ciani) - Ed. Marsilio
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Vittorio Gassman (1922-2000)...Che ne ho fatto della mia infanzia, in quale curva ho sterzato per fare di me un bambino vecchio, incapace di assorbire i rumori del mondo, la fatica dei corpi e dei gesti che lo assiepano, terrorizzato in egual misura dal compito di vivere e dalla certezza del morire?
Eppure.
Paura della morte? Ripassa gli intercalari stupidi e saggi: la morte non la incontri mai, o ci sei tu o c'è lei. E di là, il niente; o più verosimilmente la vetta del monte infine rivelato, la sorpresa anelata, la spiegazione di una favola altrimenti vana, banale fino al disgusto.
Guardati allora vivere gli anni che ti restano (dopo tanti che hai predato, gonfi di piaceri e di furti).
Guarda il tuo fantoccio spendere i suoi giorni nel bene e nel male. Trascina con distacco la tua parte di fatica, delegala all'altro te, e raccogli attraverso lui i frammenti insignificanti ma splendidi della vita e della bellezza.
Certo è tardi; non pareggerai i tempi perduti. ma contieni almeno il tuo ritardo, rientra a ridosso del plotone che più avanti morde la strada e si dispone alla gran volata di vittoria. Laggiù, scorgi in quel manipolo i dorsi mulinanti dei tuoi figli; scova nelle reni, gregario, un briciolo di allungo, riportati su loro e regala una spinta che li catapulti sul traguardo.

Figli, figlie
per voi si affacciano
torrenti di parole.
E' così tardi per ricuperarvi!
Vi guardo solo, in silenzio.
Le parole rientrano
e da dentro mi segano il cuore.

Nessuno ti minaccia all'infuori dei tanti te che anelavano a un altro percorso e ti torturano, adesso, perché da un'eternità li conculchi e li disconosci.
Parla con loro, tratta un armistizio...


Vittorio Gassman - Memorie del sottoscala
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22 febbraio 2005


Farid al-din 'Attar (+1230)Vissuto tra il XII e il XIII secolo il poeta persiano Farīd al-dīn 'Attār raccoglie nella sua opera il profumo di un tempo che si colloca sul finire della potenza turca costituita dall'impero selgiuchide e preda tra poco delle incursioni mongole. La sua è una poesia indissolubilmente legata alla riflessione mistica della Qādiriyya, la più importante "scuola" sufi, nonché la più antica.
Attār fa lo speziale e prepara medicamenti,, ma ha anche una grande e multiforme cultura che risulta evidente nel tessuto compositivo delle sue opere che, come per esempio il Poema Celeste, hanno spesso l'impianto del romanzo di tipo ellenistico-medievale.
Favole, racconti, apologhi, parabole, aforismi attraverso cui passa la "via mistica", la capacità di scorgere il diretto cammino e di scegliere la strada innocente (e forse più impervia) del distacco dal mondo.
Oltre al già citato Poema Celeste, la sua opera principale (e più conosciuta) è senz'altro
La lingua degli uccelli, un poema "educativo" che vede come protagonisti uno stormo di uccelli impegnati in un viaggio di ricerca. Si tratta, com'è facilmente comprensibile, di una metafora raffigurante gli uomini che vagano alla ricerca di dio. Su centomila, soltanto una trentina, fra enormi difficoltà, riusciranno a raggiungere la "mèta" e, con loro somma sorpresa, scopriranno che questa è raffigurata da loro stessi. Il creatore, sembra dire Attār, è in realtà ciò che ognuno ha nel suo cuore, e la strada che conduce alla conoscenza ha un percorso circolare dove la fine coincide con il principio. Questo mi ha fatto tornare in mente alcuni celebri versi di Dante tratti dal canto XXXIII del Paradiso:

Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige...

Ed anche per me, a questo punto, il cerchio si chiude, avendo (forse audacemente) unito due fra i massimi poeti del passato, quasi coevi e così vicini nel "cantare" due diverse religioni che oggi sembrano invece irrimediabilmente (e incomprensibilmente) lontane.
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Da consultare (bibliografia assolutamente sommaria):
-
Leonardo Vittorio Arena - Il canto del derviscio/Il sufismo/Il bimbo e lo scorpione

- Henry Corbin - L'immaginazione creatrice. Le radici del sufismo
- Virginia del Re - Persia mystica. Poeti sufi dell'età classica
- Alessandro Bausani - L'Islam
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William Makepeace Thackeray (1811-1863)...William Dobbin, mentre tutti gli allievi si abbandonavano ai loro giochi, si era disteso, solo e quasi felice, sotto un albero del cortile, a leggere il libro prediletto, le Mille e una notte. Se i ragazzi fossero più abbandonati a se stessi, se i maestri smettessero di tiranneggiarli, se i genitori non insistessero nel dirigere i loro pensieri e nel dominarne gli istinti - pensieri e istinti che sono un mistero per tutti (che ne sappiamo noi infatti di un estraneo, dei nostri bimbi, di nostro padre, di chi ci sta vicino? Non sono forse più belli e più sani i pensieri di un bimbo o di una bimba, che quelli di chi, sciocco e corrotto, ha autorità su di loro?) - se, dico, genitori e maestri lasciassero un poco più liberi i ragazzi, non sarebbe poi un gran danno, anche se il numero degli insuccessi scolastici ne risultasse aumentato.
Ora per un momento William Dobbin aveva dimenticato il mondo; era lontano, con Sindibad il marinaio nella valle dei Diamanti e con il principe Ahmed e la fata Peribanu in quella splendida caverna ove il principe la trovò e ove a noi tutti piacerebbe andare...


William Makepeace Thackeray - La fiera della vanità

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Da visitare e leggere: I blog e gli articoli segnalati oggi
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21 febbraio 2005


Johann Wolfgang Goethe (1749-1832)Sfiduciato delle proprie possibilità espressive e stanco della vita di corte, il 3 settembre 1786, Johann Wolfgang Goethe abbandona Weimar alla volta dell'Italia. Le tappe principali del viaggio, destinato a concludersi un anno e mezzo più tardi, il 18 giugno 1788, comprendono Trento, Milano, Verona, Padova, Venezia, Bologna, Roma, Napoli e la Sicilia. Il poeta assapora una felicità intensa, mai provata prima e mai destinata a ripetersi, che fissa sulla carta solo vent'otto anni dopo con la pubblicazione, appunto, del suo celebre Viaggio in Italia.
Il volume si inserisce in una tradizione letteraria ampiamente collaudata, soprattutto in Francia e in Inghilterra, nell'arco del Settecento. E' una tradizione che parte da
Joseph Addison, prosegue con Thomas Gray, Horace Walpole, Montesquieu e giunge fino a Laurence Sterne, il cui Viaggio sentimentale conosce anche da noi ampia fortuna grazie alla traduzione del Foscolo. Sono appunti che si muovono tra l'eco dell'illuminismo umanitario e il preannuncio del sentimentalismo romantico. Spesso le pagine contengono citazioni erudite e resoconti di ritrovamenti archeologici. L'Italia, scrigno di incomparabili bellezze paesaggistiche e di testimonianze monumentali, è la conclusione obbligata di ogni grand tour, il coronamento della vera educazione aristocratica.
E' una prospettiva dalla quale Goethe si discosta profondamente. Egli vede, innanzitutto, nel viaggio in Italia un'occasione di rinascita interiore e il pellegrinaggio gli consente di saggiare tutta l'estensione dei propri interessi, ancora divisi tra l'arte, la letteratura e la scienza. Mentre segue le orme di
Winckelmann alla ricerca di tesori archeologici, studia l'aspetto geologico e mineralogico dei territori che attraversa, prende appunti sui costumi popolari, sul clima, sulla vegetazione e correda le sue note con oltre mille disegni di paesaggio. Ipotizza anche che sia da ricercare nella metamorfosi il principio fondamentale dell'evoluzione biologica. Ma, in Italia, Goethe prende soprattutto coscienza della propria vocazione poetica: stende in forma definitiva la tragedia Ifigenia in Aulide e il dramma Egmont e appena rientra a Weimar si dimette da ogni carica di corte per gettarsi a capofitto nell'attività letteraria che lo porta a scrivere successivamente le Elegie romane, il Wilhelm Meister e il Faust, opere che lo faranno entrare nel novero degli scrittori più grandi di ogni tempo.
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Scena tratta da Bianca (1984)- Non è giusto che noi continuiamo a vederci. Io magari sarò imperfetto, però voglio essere coerente: non ci dobbiamo vedere, mai più.
- Ma perché?
- La felicità è una cosa seria, no? Ecco, allora, se c'è, dev'essere assoluta.
- E che vuol dire?
- Vuol dire senza ombre, senza pena. E' difficile per tutti, per me invece è impossibile: forse non ci sono abituato.
- Ma le cose cambiano, le persone si trasformano, le situazioni... Io non capisco questa specie di obbligo, senza che fra noi sia successo niente.
- Tanto tu, prima o poi mi lasceresti. Io non ci posso pensare che un giorno... Magari siamo in terrazzo, tu ormai vivi a casa mia... Ti avvicini e mi fai: "Sai Michele, ti devo parlare", e poi mi spieghi che è stato tutto molto bello, però ormai non si può più andare avanti, l'amore è finito...
- Ma come fai a saperlo?
- Lo so.
- Allora per non soffrire dopo lo fai adesso, senza che ci sia una ragione, senza un motivo?...


Dialogo tra Bianca e Michele in Bianca di Nanni Moretti
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20 febbraio 2005


Testa in bronzo raffigurante il re Sargon II (VII sec. a.C.)I Sumeri, come gli Assiro-Babilonesi, pensavano che il mondo fosse governato da leggi universali poste e applicate da dèi che, a differenza di quelli di altre civiltà, non erano affatto capricciosi, ma profondamente razionali.
Gli dèi dei Sumeri conoscevano infatti non solo il passato e il presente, ma anche l'avvenire, e a loro insindacabile giudizio potevano rivelarlo agli uomini. Se e quando volevano. Da qui il fiorire di trattati che oggi chiameremmo "libri dei sogni", ma che allora erano concepiti come veri e propri manuali operativi.
In
Mesopotamia comincia non solo la Storia in genere, ma anche la nostra storia perché è da lì che si irradiano concezioni, conoscenze e costumanze che giungono fino a noi, veicolate attraverso due grandi direttrici parallele: quella semitica (in special modo punica ed ebraica) e quella greca.
Essa insomma "è al nostro servizio per fornirci, se vogliamo consultarle, le più antiche carte di famiglia per recuperare il nostro passato, riscoprire la nostra genesi e condurci alla fonte prima di questo lungo fiume che ci porta sempre con sé" (Jean Bottéro,
Dai Sumeri ai Babilonesi. I popoli della Mesopotamia)
In questo senso la civiltà mesopotamica ha un interesse ancora più diretto dell'altra che l'affianca nel tempo, quella egiziana: perché l'
Egitto ci presenta un mondo tanto affascinante quanto in sé conchiuso, che vive ben protetto dal deserto nella sua "civiltà d'oasi". Non così la Mesopotamia, da cui periodicamente ci vengono rivelazioni sulle più antiche forme di cultura, di arte, di pensiero che credevamo nostre.
Valga per questo un esempio concreto ed illuminante: sono state scoperte le favole dei Sumeri, che fra l'altro fanno parlare a fine moralistico gli animali. Un precedente davvero inatteso di
Esopo, Fedro, La Fontaine e Trilussa e che lega (idealmente, vista la distanza di spazio e di tempo) questo mondo ad un altro parimenti affascinante, di cui ho parlato >>>qui.
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Da consultare (bibliografia assolutamente sommaria):
AA.VV. L'alba della civiltà (a cura di Sabatino Moscati) - 3 voll. UTET
Sabatino Moscati - Antichi imperi d'Oriente - Newton & Compton
Barthel Hrouda - La Mesopotamia - Il Mulino
Samuel N. Kramer/Jean Bottéro - Uomini e dèi della Mesopotamia - Einaudi
Mario Liverani - Antico Oriente - Storia, società, economia - Laterza

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Sibilla Aleramo (1876-1960)...Or dunque: la donna nasce con tesori profondi di sentimento, d'intelletto, di volontà, che al contatto fisico con l'uomo possono, o venire sommersi e negati, o svilupparsi e fiorire gloriosamente, o anche non provocare reazione alcuna, non ingrandire né impicciolire.
Credo che la donna più "vera" sia quella che nell'amore più prende: che dal sangue che il maschio le dona, copia maggiore estrae di entità spirituale, non solo per i figli ma per se stessa, per la colorazione e la vibrazione dei propri pensieri... Quella che accoglie con ardore il principio virile e lo elabora, e gli dà trasparenza tutta femminea...
Qualcosa di regale m'appare in questo destino di bella anfora cosciente:
Amo, dunque sono
.

Sibilla Aleramo - Amo, dunque sono
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19 febbraio 2005


Giacomo Leopardi (1798-1837)Alla pagina 529 dell'autografo dello Zibaldone Leopardi scrive, il 20 gennaio 1821: "...neanche i fanciulli provano mai soddisfazione nell'atto del piacere, non potendo l'uomo essere soddisfatto se non da un piacere infinito...". Ma poi, curiosamente, corregge la parola uomo con nessun vivente, forse fin da allora inclinando a credere che il dolore non sia una prerogativa imposta solo al genere umano, reso infelice dalla sua prevaricante ragione (e, a pensarci bene, il dubbio rimarrà tale, almeno fino alla fine del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia -  che è del 1829-30: "...Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, covile o cuna, / E' funesto a chi nasce il dì natale".)

>>>qui l'autografo del Canto notturno di un pastore "vagante" dell'Asia
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Maurizio PolliniRiascoltando i quattro 
Scherzi (nelle interpretazioni pianistiche di Maurizio Pollini) mi rendo conto di quanto essi siano tra i brani più visionari che Chopin abbia mai composto, densi come sono di una sconvolgente originalità e di una maestosa ricchezza poetica. E davvero "visionaria" è l'intensità con cui il maestro italiano li interpreta, portando ad estremi di febbrile ed incisiva violenza (incandescente, ma mai esteriore) i contrasti laceranti dei primi tre Scherzi (ciascuno caratterizzato da intuizioni armonico/timbriche e soluzioni formali diverse) o esaltando l'aerea magia, la ricchezza di sfaccettature del quarto.
Un ascolto dal quale non si può davvero uscire "indenni".
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Patrick McGrath...Io non sono una persona socievole, e appena c'è un po' di gente tendo a rimanere in disparte. Lascio che siano gli altri a venire da me, è un privilegio dell'anzianità. Anche dagli Straffen mi ero messo vicino alla finestra del salotto, e bisbigliavo mezze frasi alle mogli dei colleghi che, via via, passavano a salutarmi. E guardavo Stella, cui Jack stava raccontando qualcosa che era accaduto a un ballo di vent'anni prima. A Jack Stella piaceva per le stesse ragioni per cui piaceva a me: per il suo spirito, il suo distacco e la sua sensazionale bellezza. So che era considerata splendida. Tutti dicevano meraviglie dei suoi occhi; aveva la carnagione pallida, quasi diafana, e folti capelli biondi, quasi bianchi, che teneva piuttosto corti e pettinati all'indietro. Era decisamente florida, con un bel seno, più alta della media, e il giro di perle che portava quella sera dava risalto al candore del collo, delle spalle e del petto. Allora la consideravo un'amica, e mi interrogavo spesso sulla sua vita inconscia. Mi domandavo se dietro quella sua maschera algida nascondesse serenità e ordine, o se, molto più semplicemente, riuscisse a dominare le proprie nevrosi meglio di altre donne. Pensavo che chi non la conosceva avrebbe potuto scambiare il suo autocontrollo per freddezza, o addirittura per indifferenza, e in effetti era proprio per questa ragione che, al suo arrivo in ospedale, Stella aveva incontrato resistenze e ostilità...


Patrick McGrath - Follia
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18 febbraio 2005


Alida Valli in una scena di Senso di Luchino Visconti, tratto dall'omonimo racconto di Camillo BoitoC'è un tipo di racconto "storico" nel quale una gran parte riveste la verità della Storia e a cui nulla o ben poco il narratore aggiunge di verosimile nell'ambito dei fatti, mentre l'invenzione si ritaglia uno spazio che, apparentemente, è subordinato e minore, ma che poi, a ben vedere, risulta fondamentale. Questo "spazio" è quello degli stati d'animo, dei pensieri, dei moti del cuore, cioè di tutto ciò che di questi ultimi la Storia non può conoscere e dire, e che pure, a pensarci bene, sono i motori e le ragioni profonde della Storia stessa.

[Scrivo queste brevi note pensando a
Senso di Camillo Boito (che ho appena finito di rileggere), ma ho in mente anche molte altre opere (una su tutte: Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo) di cui, forse, parlerò in futuro].
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Fleur Jaeggy...La giornata era chiara e funesta. Il lago sciabordava al vento. Sulla riva si incolonnava una delegazione asiatica. Da una fontana, come da una forca, penzolavano cerchi d'argento. Frédérique mi aveva dato appuntamento in un caffé. Ero in anticipo. I minuti d'anticipo sono lunghi. Chiesi un bicchiere di ovomaltina. Non avevo nulla a cui pensare. Le lancette, immobili. Una foglia striata e una farfalla bianca si scambiavano galanterie. La foglia svolava, memore della linfa passata, e la farfalla la seguiva, come un emissario. Idillio e consunzione in un leggiadro vortice.
Il tavolo è di marmo. Chiedo di nuovo un bicchiere di ovomaltina. Dovevo trovare un argomento per distrarmi dell'attesa. Pensai alle stazioni ferroviarie, quella di Teufen, di Staz, del Rigi, Wengen. In una piscina avevo preso lezioni di nuoto e mio padre, vestito come d'inverno, rifiutava il sole estivo, seduto all'ombra. Un sole sbagliato copriva le nostre estati, un sole illividito che perforava il crepuscolo, la luce delle foreste, dei pantani, una luce che non viene dall'alto, ma piuttosto s'irradia da funghi e bacche velonse, dal terriccio umido. Passeggiavamo verso quel raggio oscuro, un'oasi di pace murata. Padre e figlia si tenevano per mano, come due vecchi sposi. Mi indicava i nomi delle montagne. nell'albergo di luce metallica si posava sui tavoli, sui croissant e gli argenti. Era la prima colazione. Una vetrata dava sul Cervino, sul sole, sulla rigenerazione del mondo. Al tavolo accanto, una signora e le sue tre figlie si offrirono alla nostra attenzione. Dalle fronti bombate scaturiva un'aria così felice. Loro sono nate bene, pensavo, loro sono nate felici. La signora e le signorine mostravano quasi una testarda felicità, una demoniaca fisionomia serena...

Fleur Jaeggy - I beati anni del castigo
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