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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


31 dicembre 2004


Edward Hopper - Automat (1927, part.)Il tempo, i suoi risvolti pratici, i concetti metafisici che da esso si generano, le intuizioni scientifiche che accompagnano la sua interrelazione con lo spazio.
L'idea della fine del tempo, un'ossessione che riguarda intimamente il nostro periodo nel quale (come spesso accade nei momenti di disperazione) non si sa fare altro che rimuovere il problema, oppure lo si aggira accuratamente sottoponendolo ad irrealistiche trasfigurazioni.
Ricordo che, qualche tempo fa, si cercava di accreditare l'illusione secondo la quale la nostra epoca, dopo il crollo di certe ideologie legate a regimi totalitari, avrebbe potuto finalmente vivere liberamente e felicemente il presente. Un presente senza più conflitti, senza più drammi, senza la possibilità minacciosa di eventi catastrofici e definitivi legati agli arsenali nucleari delle due superpotenze. Un mondo, insomma, serenamente pacificato.
Sembra passato un secolo, da allora, non pochi anni.

Lo scavalcamento del millennio ha suonato la sveglia e ci ha riportati, di colpo, a fare i conti con una realtà ben diversa; meno idilliaca, senza dubbio più dura e dolorosa. L'orchestrina sul Titanic suona ancora, ignara di ciò che potrebbe accadere, ma le facce dei crocieristi mi sembrano leggermente più preoccupate rispetto a quello che la sceneggiatura richiederebbe.
Forse un'amara consapevolezza si va facendo strada nei cuori di tutti, anche in quelli di coloro che si stanno preparando a trascorrere, in apparente serenità, la serata più disincantata dell'anno; non credo sarà semplice, infatti, attendere con ansia l'arrivo del nuovo anno per stappare lo spumante, o almeno non penso che farlo risulterà piacevole come sempre.
C'è nell'aria un senso di cupio dissolvi che si fa ora per ora più palpabile, persino per me che vivo qui, in una casa isolata, senza frequentare nessuno da tempo. Non c'è bisogno di vedere o toccare con mano quello che sembra accadere, basta sentirlo, intuirlo. Nelle parole di chi scrive in Rete, per esempio. E non parlo dei messaggi accorati che i parenti dei dispersi nel maremoto nell'Oceano Indiano stanno riversando sui vari forum aperti; no, qualcosa si intuisce anche nelle parole di chi non è stato toccato direttamente da questo evento catastrofico (che, comunque, è solo l'ultimo di una lunga serie che ha luttuosamente ammorbato gli anni della creduta felicità e, fra tutti, quello in cui l'uomo ha avuto minori responsabilità).

La fine del tempo o il tempo della fine?

Nel tardo illuminismo questo problema veniva affrontato, con disincanto e profondità, nella poesia di
Haller, nella pittura di Hogarth, nella musica di Mozart, nella filosofia di Kant. Ma in tutto il pensiero della fine, che può essere analizzato nelle loro opere, non c'è posto per nessun disperato nichilismo né per lugubri metafisiche della morte. Infatti è solo nella consapevolezza della fine che la vita può assumere tutto il suo valore irripetibile e l'esperienza umana tutta la sua "drammaticità".
Un tempo che non ha fine sarebbe un tempo incantato privo di dramma (nel senso greco del termine) perché senza esito non c'è dramma, come dice, appunto, Kant. Pensare l'idea escatologica alla luce del razionalismo kantiano significa proprio prendere le distanze da tutte quelle interpretazioni che, celebrando enfaticamente una società finalmente conciliata, cercavano di assegnare al pensiero critico una funzione, diciamo così, accessoria, secondaria, marginale.

E' solo perché il tempo muore e con esso tutte le cose (compresi noi stessi) che la responsabilità di fronte alla vita diventa Amore e non solo e sempre Legge (divina, umana o semplicemente morale).
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Da leggere Quartetto per la fine del tempo. Una costellazione kantiana
di Fabrizio Desideri
(ringrazio Massimo per avermi fatto notare la dimenticanza, assolutamente involontaria).

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Novità in Biblioteca:
 I ritorni di Odisseo
                                      
La terra trema
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Segnalo
: Cronologia bisestile, 1-12 da ilmiostupidoblogFirenze, arte contemporanea & favole al Quarter da ExibartSuperwoobinda da [Caravanserraglio]Buon anno da insolitacommediaLa menzogna di Manganelli da l'Unità (grazie a nazione indiana) | In una sorsata da Storie di meEsserci da Pseudepigrapha | Davanti al dolore degli altri da Webgol | Per Jacques Derrida. Intervista a Maurizio Ferraris da Filosofia.it | La nascita di nuove galassie da Le ScienzeSedano, pisello e cavolo al bar di Broadway da La Stampa/Libri | Don Chisciotte vede troppe cose, è cieco... da Currenti CalamoAdam Zzywwurath: Khalulabid o il sogno dei dieci re da CarmillaI mezzi e il viaggiatore da tuttelestradeportano | Secretamente, entre la sombra y el alma da dielleemme | La possente fragilità dei sognatori da White Asylum vol. 2
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Da visitare: Fiori blu, la nuova rivista di "giardinaggio socioculturale" (grazie a Giacomo)



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30 dicembre 2004


...in marcia verso dove?Torno con i piedi per terra e spinta dallo stimolante commento del dr. de Judicibus a questo mio scritto ho pensato a come gli uomini riescano a farsi del male da soli senza fare (quasi) mai tesoro delle loro esperienze. Non c'è alcun bisogno che ci pensi la "natura" a falcidiare vite umane, sappiamo benissimo farlo da noi senza il suo intervento. La guerra, per esempio, è uno dei sistemi più usati, ma ne esistono senza dubbio molti altri. Alcuni meramente omissivi, come per esempio non prestare soccorso adeguato in caso di calamità, oppure non assistere in maniera sufficiente milioni di persone che, quotidianamente, lottano per sopravvivere.
Ma fermandomi alla guerra che, nei secoli, è stato di gran lunga il sistema più sperimentato per "calmierare" quell'incremento demografico di cui parlava appunto il mio saggio interlocutore, sono andata a cercare qualche spunto fra gli scritti di alcuni autori famosi e, invece di soffermarmi su coloro che ne avevano diffusamente parlato, ho puntato la mia attenzione su quegli autori che, apparentemente, sembrano essere stati meno toccati dal fenomeno. Al termine di questo mio breve (e senz'altro lacunoso)  excursus, mi sono in realtà resa conto di come si possa trattare profondamente un argomento così complicato come la guerra anche parlandone poco o non parlandone affatto.

In
Franz Kafka, per esempio (che fu per sua fortuna riformato e che, pertanto, riuscì a scampare da quell'orrendo mattatoio che oggi ricordiamo in Italia con il nome indicativo di "Grande Guerra") trovo si e no cinquanta righe. Allo scoppio delle ostilità egli annota nel suo Diario: "Corteo patriottico. Assisto col mio sguardo cattivo. Questi cortei sono tra i più disgustosi fenomeni che accompagnano la guerra". Mi rendo conto che, per lui, non deve essere stato per niente facile stilare queste poche note, e forse mi sovviene il dubbio che questa carenza di appunti relativi alla guerra sia da leggere piuttosto come un desiderio di rimozione per un evento così orrendo. Non credo sia un caso infatti che, di lì a poco, egli si dedichi alla stesura di due tra le sue opere più complesse dal punto di vista interpretativo, parlo del racconto Nella colonia penale e del romanzo Il processo. Ambedue scritti durante il conflitto ma pubblicati successivamente.
Durante la stessa guerra mondiale, l'irlandese
James Joyce si dedica finalmente alla prima parte del suo Ulysses (di cui però inizierà la pubblicazione solo a guerra finita) anche da lui, però, poco e nulla sull'evento bellico (tranne qualche raro accenno nella corrispondenza privata).
Friedrich Nietzsche, dopo una prima fase di "senso del dovere" che lo aveva spinto a partecipare come infermiere alla guerra franco-tedesca del 1870-71, torna in Svizzera per immergersi nella sua grecità e nella visione dionisiaca del mondo che da essa deriva. Partorirà, appena ventisettenne professore universitario, La nascita della tragedia. Ed anche questo non mi pare un caso. Ancora nel bel mezzo degli avvenimenti bellici aveva scritto: "Talvolta è assai difficile, ma dobbiamo essere abbastanza filosofi da conservare la calma nell'ebbrezza generale".
E
Jean-Paul Sartre, strappato dalla guerra alle sue occupazioni letterarie, viene "immerso nella Storia". Costretto a fare il soldato, scrive nell'unico modo praticabile: "Da due mesi ho deciso di tenere un diario, nonostante il disgusto che questo tipo di esercitazioni mi ispirava. E' una misura igienica: ci riverso tutto quello che mi ispirano la guerra e la mia condizione di soldato; così, pagato il mio debito all'attualità, ho la mente libera per scrivere un romanzo molto pacifico ambientato nel 1938". I taccuini di guerra sono in parte andati persi, ma Sartre sarà il filosofo dell'Essere e il nulla e il romanziere dell'Età della ragione, nati ambedue in tempo di guerra.

Come ho già detto, non è che gli eventi bellici passino senza lasciar traccia sugli uomini armati di penna, basti pensare allo iato che si genera in
Quasimodo (e in soli cinque anni) tra le Nuove Poesie (del 1942) e Giorno dopo Giorno (del 1947); oppure ad Elio Filippo Accrocca quando, in Portonaccio, si esprime in proposito in maniera assai eloquente: "La guerra, aborto d'uomini dementi...". Dunque, anche quando non sembra, ogni conflitto pare influenzare sensibilmente anche l'opera di certi autori che sembrano aver poi focalizzato la loro attenzione su altro: basti pensare allo stesso Sartre, divenuto engagé anche per via dei suoi trascorsi militari, o al pacifista Hermann Hesse, o a Sigmund Freud il cui pensiero sul militarismo e la guerra è a tutti noto.
Ma il prodotto culturale travalica l'avvenimento bellico, che sul momento paralizza l'attenzione di tutti. Il narratore o il filosofo non sono giornalisti, non hanno l'obbligo (o spesso la condanna) di seguire l'attualità. Gli scrittori hanno tempi propri, molto più ampi e lunghi o semplicemente diversi.
Quando parlano le armi, essi sono come tutti gli altri: degli uomini senza potere.
Però scrivono. Poco magari, ma scrivono.
Forse in attesa di tempi migliori.
Se e quando arriveranno.
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Novità in
Biblioteca:
L'uomo che scoprì il tempo
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Segnalo
: Capire il tempo da Squonk | Il segno che vorrei da Mestiere di ScrivereIl mattino a colazione da Variazioni | Wallace da Lipperatura | E' bianco il foglio senza alfabeto... da Currenti Calamo | Niobe da Pesci nella nebbia | Libri e libertà da Squlibri | Storie di classe da nazione indiana | Dodici di notte [Como si fuera esta noche la ultima vez] da Babsi Jones | Miss Reeves da nuvolediparole | Ferro 3 da notturnoumano | Pessimi segnali da Il tempo di leggereIeri da One More Blog | Una nuova scienza da Galileo | Zero da Porphyríos
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In morte di Eugenio Garin da Google News



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29 dicembre 2004


..un'incomprensibile felicità...Mi sono resa conto che esistono dei momenti di felicità del tutto incomprensibili e, a volte, persino inopportuni.
Ho passeggiato nel bosco davanti casa, poco dopo essermi svegliata. Ho seguìto una specie di richiamo forte, che veniva però da dentro di me. Un richiamo violento, ineludibile.
Lì, a pochi metri da dove abito, un enorme silenzio. Ho camminato sul muschio e, d'improvviso, ho sentito un piccolo animale muoversi. Mi è sembrato cercasse di scappare, poi si è fermato di colpo, come se avesse deciso di osservarmi o sfidarmi. Io non l'ho visto, ma percepivo nitidamente la sua presenza. Poi di nuovo il rumore dei suoi passetti svelti che si sono sempre più allontanati, fino a scomparire del tutto all'interno del bosco.
A quel punto, e senza un motivo apparente, mi sono sentita felice. Per un attimo che mi è parso lunghissimo mi è sembrato finalmente di capire il segreto ultimo della felicità. Un sentimento indefinibile che sono certa di non avere mai provato in precedenza, nemmeno quando avrei dovuto averne tutti i motivi per farlo.
No, non mi ero mai sentita così felice. Ne sono sicura.

Poi tutto è passato, come un vento veloce che colpisce la faccia, sveglia e sparisce. Ma quell'attimo ha lasciato dietro di sé tutto il gusto segreto della mia raggiunta consapevolezza e il suo profumo, ne sono convinta, non svaporerà da me troppo facilmente. Non mi abbandonerà per molto tempo ancora.
Rientrata in casa ho letto i tristi aggiornamenti dell'ecatombe e solo allora ho realizzato come la felicità, per quanto inattesa e non cercata, possa apparire ed essere così inopportuna. Così ferocemente crudele.

Ma quell'attimo infinito non posso estirparlo da me, non l'ho invocato ed ora, pur cercandolo, non posso mandarlo via.
So che c'è, ma non si fa trovare...
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Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa -
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce

e tacerti vicino già mi basta...


Camillo Sbarbaro
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Esther stories
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Segnalo: In morte di Susan Sontag di Fernanda Pivano dal Corriere della Sera (grazie a Leibniz*) | S.O.S. Scuola da gattostanco | Aborto di un nichilismo (o fine di un nichilista) da roquentin | Yerma di Federico Garcia Lorca da Teatro di Confine (grazie a Romanzieri.com) | Non si sa mai da urlandofuriosa | Elementi di vita da Squilibri | Giorni grigi e molto freddi fatti di piccole cose... da zapisnaya knizhka | Il cicisbeo e altri racconti da Il tempo di leggere | Giornale di Natale da io e palmasco | L'inquietudine del libro da ilmiostupidoblog | Elementare, Watson... da livializ | Intervista ad Angeles Mastretta da vibrisse



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28 dicembre 2004


Claudia Perenzalez - El caos del sentimiento estranguladoDopo l'ennesima ferita inferta al nostro Pianeta da quell'entità che siamo soliti chiamare nei modi più disparati (Natura, Destino, Fatalità ecc.) è inevitabile che l'attenzione di tutti, in maniera più o meno profonda, venga dirottata sull'evento in sé e, passato quello, su ciò che esso lascia, come postumo, in chi riflette sulla caducità delle cose umane. E' ovvio che la prima reazione sia quella di chi sostiene che noi viviamo ciechi in relazione ad una natura che abbiamo trasformato in pura fonte di energia e che, per questo, prima o poi, raccoglieremo ciò che abbiamo seminato.
Ma appare abbastanza chiaro che, per un evento come quello che ha colpito il Sud-Est asiatico, il rapporto di causa ed effetto fra inquinamento/ sfruttamento ambientale e catastrofe non è facilmente rilevabile. Questo però non ci esime dal riflettere su quali altri problemi quella nefasta commistione possa comunque recare in un futuro anche abbastanza prossimo. Forse il nostro destino è quello di andare ciechi verso la tragedia, come
Edipi novelli che hanno violato leggi sacrali e che ora solo un dio (alquanto distratto) potrebbe salvare. O forse no, può darsi che grazie alla nostra pressoché infinita capacità adattativa rispetto a quella degli altri animali non umani (non la capacità di adattarci all'ambiente, ma di adattare quest'ultimo a noi), riusciamo ogni volta a trovare la giusta soluzione per il problema che noi stessi abbiamo contribuito a creare.
Sono domande (e metafore) che conducono su innumerevoli sentieri, alcuni imperscrutabili (tranne che non si posseggano particolari doti divinatorie); sentieri che sicuramente io non percorrerò, per carenza di mezzi, di tempo, di circostanze. Lo faranno forse altri, magari gli appartenenti a qualche generazione futura.
Sempre che la Terra ospiti generazioni umane future, naturalmente.
Ma in questo sono abbastanza fiduciosa. Almeno per qualche secolo ancora.

Piuttosto volevo spostare la riflessione su un aspetto forse meno importante, se relazionato all'evento tragico in sé, che è quello dell'arte che, a volte, pare indovinare il segreto di un destino epocale, fino a sfiorarlo, percepirlo e renderlo evidente. Non parlo di un certo "fare artistico" che è spesso chiacchiera, mercato, mass-media, narcisismo periferico o oleografico, parlo piuttosto di un concetto di arte vicino a quello che
Adorno sentiva assai prossimo  al destino, e che, attraverso certe opere fondamentali, sembra riuscire ad offrirci uno spiraglio interpretativo sul futuro.
Penso per esempio all'arte greca, a come essa sembri spesso costituire un tramite fra l'uomo e il suo destino, a come, attraverso la
tragedia, trasfiguri la vita di ogni uomo e la trasporti in una dimensione meta-fisica dove l'inconsapevolezza di un intrigo si trasforma in una mostruosa avventura al centro della disperazione umana (Edipo). Oppure come da essa sgorghi la costruzione di una sostanza morale che appare così forte da tradurre l'esile vita umana in un destino: è il caso di Antigone che, necessariamente, deve entrare in conflitto con le leggi della città.

L'epoca moderna misura, calcola, rappresenta, ma non pare essere consapevole di avere un destino, e la "fuga dagli dèi" può essere sintomatica di questo rifiuto ad accettare di "diventare" qualcosa credendo, in questo modo, di "restare" qualcuno. Ma penso alla nobile eccezione della parola poetica che, almeno in parte, può ancor oggi surrogare quello che la tragedia mostrava al (forse inconsapevole) pubblico dei teatri greci.
Penso, per esempio, ad
Hölderlin che, forse non a caso, Heidegger leggeva nel 1933-34, nel momento in cui cercava un ponte che gli consentisse di oltrepassare le paludi del nichilismo dalle quali si sentiva irrimediabilmente attratto.
La poesia infatti, in una tipica ripetizione romantica, prende il posto del destino quando questo sembra schiacciato dalla piatta barbarie di una certa politica, miope rispetto all'Uomo, sorda in relazione alle sue necessità.
E' da questa base, oggi persino impossibile da immaginare, che occorrerebbe ripartire per "ricreare" una condizione che riporti l'uomo in prossimità di quella natura che egli sente così lontana dalle sue esigenze prioritarie.

Forse il nodo è qui: riconoscere che l'uomo non è altra cosa rispetto alla natura, ma l'uomo è parte integrante di essa, e che solo riequilibrandosi egli riequilibrerà anche quell'entità che lui sente minacciosa ma che, in realtà, non ha alcuna capacità determinativa.
La Terra, la Galassia, l'Universo, i Multiversi non sono entità che agiscono spinte da una logica percepibile all'uomo. Forse non ne possiedono affatto. L'uomo ne fa parte, ma non è parte lesa in questo processo. Solo un rigurgito di antropocentrismo, che, da
Copernico e Galileo in poi, pensavamo scomparso, può farci credere che la natura (o qualche entità superna) possa rivalersi su di noi per qualcosa che le abbiamo fatto...
Su questo sarei tranquilla, se ci sono le cause stanno senz'altro altrove.
Ma, personalmente, non credo che esse esistano.

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Novità in
Biblioteca:
 Parlar chiaro
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Segnalo: Regalo di Natale da Mestiere di Scrivere | Tutti gli articoli di oggi (Addio a Susan Sontag, Debord, Schwartz, Congwen e altri...) da Romanzieri.com | America 2004 da Carmilla | Una lanterna nella notte da Squilibri | Cose di cui non si parla da Lipperatura | La vita vera di Domingos Xavier da Il tempo di leggere | Dizionario delle opere e dei personaggi di tutti i tempi da Inventario | Sapienza con humour da Frenetica fannullona | I fantasmi di Portopalo da Dissidenze La Divina commedia tra Abu l-‘Ala’ al-Ma‘arri e Dante da Al Jazira (grazie a Romanzieri.com) | Un paio di film da Va' pensiero | Gelicidio da urlandofuriosa | Il mio Egitto di Ossama Boshra | Arrivato a casa da insolitacommedia
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Da visitare: La pagina di Wikipedia dedicata al maremoto che ha sconvolto il Sud-Est asiatico. E' aggiornata in tempo reale dai volontari che partecipano al progetto (grazie ad internet.pro) | E' morta Susan Sontag da Google News




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27 dicembre 2004


Il fascino dell'OrienteIn cosa consiste il fascino dell'Oriente? Perché il pensiero orientale ha suscitato (ed ancora suscita) così facilmente in molti occidentali uno strano senso di attrazione e di estraneità al tempo stesso? La domanda, certo, è inesauribile, ma c'è un testo della tradizione indiana che ci offre senz'altro un'occasione per riflettere sull'irriducibile alterità della cultura orientale rispetto alle forme di pensiero cui siamo abituati.
Elaborato tra il IV e il V secolo d.C. sulla base della tradizione orale, il
Panchatantra è una raccolta di favole per la formazione di giovani aristocratici destinati al governo. Le vicende di animali antropomorfi, presi ad esempio di vizi e virtù, si susseguono in uno straordinario intreccio di racconti alternati a massime sul buon governo e sul successo nella vita. Il libro (o meglio i libri, poiché vi sono molte redazioni del Panchatantra) ebbe uno straordinario successo, non solo in India: tradotto ben presto in arabo, in greco e in latino, arrivò ad ispirare, nel Rinascimento, i Discorsi degli animali di Agnolo Fiorenzuola.
Ma ciò che, secondo me, può affascinare il lettore di oggi, più che la bellezza letteraria (davvero notevole) di alcune favole, è proprio la particolarissima alternanza e compenetrazione tra avventure e precetti di condotta pratica: le norme della morale sembrano qui sorgere direttamente dai casi particolari della vita per poi subito essere smentite da altri eventi che, a loro volta, rimandano ad altri principî etici; ne risulta un incessante andirivieni di narrazione e commento, un'oscillazione fra caso e necessità, che non si fissa mai in un codice morale definito una volta per tutte e separato dall'aleatorietà degli eventi. Queste bestie parlanti, con i loro comportamenti al tempo stesso molto umani e molto animaleschi, sottolineano (assai più che nelle nostre favole di derivazione
esopica) l'idea di un'interscambiabilità di fondo fra uomini e animali tesa a smentire, come se fosse solo apparente, ogni rigida separazione fra natura e cultura. L'universo, sembra volerci dire quest'opera, non è un insieme costituito da parti distinte, ma un Tutto i cui singoli elementi si trasformano senza sosta l'uno nell'altro: ogni destino individuale è immerso nella globalità cosmica, e quindi la vera saggezza consiste nell'acquisire la capacità di immergersi totalmente nell'armonia universale.
Chissà se i governanti di oggi potrebbero/vorrebbero/saprebbero ascoltare il suono lieve (ma intenso) di questa armonia...

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Novità in
Biblioteca: Tacito e l'autocensura
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26 dicembre 2004


...impalpabili presenze...Spinta da un suggestivo commento di Graziano non ho potuto fare a meno, nella sera appena trascorsa, di rispolverare i Racconti di fantasmi di Charles Dickens. Naturalmente non mi sono soffermata sui più noti, che ormai ho letto tantissime volte, bensì mi è piaciuto porre l'attenzione su quelli che, a ragione o a torto, sono considerati "minori" ma che, francamente, riservano spesso delle graditissime sorprese, anche nelle letture successive.
Come altri narratori vittoriani anche Dickens si cimentò nella ghost-story e, del resto, l'elemento sovrannaturale compare con una certa frequenza anche nella produzione più tarda, dove esso si confonde con la realtà, dandole una qualità allucinatoria. Qualcuno ricorderà, per esempio, che, ne
La piccola Dorrit l'improvvisa distruzione della casa maledetta di Mrs. Clenman avviene come se l'abitazione fosse colpita da un fulmine a ciel sereno. Ma l'estro di Dickens credo ci abbia abituati ad una gran varietà di soluzioni narrative, ed anche quando lo scrittore inglese sembra pagare qualche tributo ad altri (come non pensare a Poe durante la lettura di certi monologhi allucinati) in realtà la sua mano è ben salda e riconoscibile soprattutto nel registro comico, che emerge spesso in certi buffi incontri con gli spiriti dell'aldilà, e si abbandona a una sarabanda fantastica in un universo di spettri (I fantasmi della posta). Se Dickens raggiunge solo raramente l'ossessività terrificante delle ghost-stories di Le Fanu, egli ha però la straordinaria capacità di rendere il mondo sovrannaturale contiguo a quello rumoroso, caotico e vitale della realtà quotidiana.
Basta bere un bicchiere di troppo e si è in contatto con l'al di là, ma la realtà della città e delle attività quotidiane resta a due passi. Come nel caso del
portiere del castello di Macbeth, forse ci troviamo già all'inferno, ma questo non impedisce che qualcuno si faccia quattro risate. Dalla mente inesauribile di Dickens sgorga un intero convoglio di favole, talvolta orrifiche, talvolta avventurose, come succede nella rivisitazione dell'immaginario letterario che percorre Capitan Assassino e il patto con il diavolo: "Non sono mai stato sull'isola di Robinson Crusoe; eppure ci ritorno di frequente...".
Charles Dickens (1812-1870)Che il sovrannaturale possa efficaemente coniugarsi con l'epoca delle macchine e della Rivoluzione industriale lo si vede in Primo binario. Storia di un segnalatore, un angoscioso racconto in cui la morte viene portata dal treno sbucato da una oscura galleria e preannunciata da una terribile figura fantasmatica. Il Segnalatore era compreso nella raccolta dei quattro racconti pubblicati sulla rivista Household Words nel numero di Natale del 1866, che trattava al contempo di "viaggi, treni e fantasmi". Anche in questi racconti la prosa di Dickens è ricca di artifici, di ironia, di invenzioni; la suspense non manca ma ciò che veramente è presente quasi in ogni riga è la capacità unica dello scrittore di tenere "vivo" il racconto, di non perdersi in descrizioni che potrebbero distrarre il lettore, ma di focalizzare sempre e solo l'azione (effettiva o possibile, attiva o passiva) del protagonista.
L'ultimo Dickens ha davvero fatto tesoro degli "spiriti dei libri passati" e mi regala ogni volta passione e sorrisi, i quali lasciano sempre in me il desiderio di cogliere al volo qualche nuova occasione per poterlo ben presto leggere ancora.
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Novità in
Biblioteca: La natura del tempo
                                      Da Verne agli astronauti. L'avventura esiste ancora
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SegnaloTonica dal blog Semiseria
             Se mi lasci ti cancello dal blog [Caravanserraglio]
             Sogni. 2 (libri) dal blog miele98
            
Un libro splendido dal blog Storie di me
                 Attraversamenti dal blog anellomancante
                 La pittura russa dall'800 ad oggi da Il Sole 24 ore
                 L'immensità dell'irrilevanza da L'espresso
                
Il falegname di Camillo dal blog Lipperatura
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Da visitareGunter Brus
                  Goya. I capricci, i disastri della guerra, le follie



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25 dicembre 2004


J. Reese - PainHo riletto le Lettere sulla psicoanalisi un testo alquanto inconsueto di Umberto Saba, un grande poeta interessato ai processi psichici, che, proprio evitando le definizioni, è capace di dare all'inconscio il più ampio valore. A distanza di alcuni mesi dalla prima lettura, mi sono resa conto che lo scrittore di versi risulta sicuramente più acuto e a volte persino più "competente" dello psicoanalista con il quale intrattiene un epistolario.
Già che ci sono vorrei segnalare anche un altro buon libro (letto un po' di tempo fa) al quale il mio pensiero è immediatamente andato dopo aver terminato l'opera di Saba. Si tratta de
Il mondo della persona di Davide Lopez, un volume di aforismi penetranti scritti da uno psicoanalista che mostra come la migliore saggezza si conquisti attraverso l'osservazione della concretezza.
I due testi appena citati mi impongono una riflessione e cioè che i libri che meglio rappresentano la psicoanalisi sono, forse, quelli che privilegiano forma e pensiero: penso ai libri di scrittura letteraria e a quelli di meditazione e di filosofia. Sono cioè quei testi che mantengono intatto lo spessore dell'esistenza, con tutta la sua contraddittoria molteplicità. Accade sovente, invece, che i saggi psicoanalitici siano nutriti di una dose eccessiva di compiacimento, appiattiti su certe abilità intellettuali che finiscono per apparire, al timoroso lettore non specialista, come vuote esibizioni di sapere. Forse oso troppo ma mi permetto di pensare che per alcuni psicoanalisti sarebbe forse il caso di privilegiare letture poetiche, oppure opere di specialisti che "umanizzino" letterariamente i casi analizzati.
Penso, per esempio, al lavoro complessivo di
Giuliano Gramigna, oppure ai meravigliosi libri prodotti da quel grande teorico dell'esperienza vissuta che è stato Sandor Ferenczi, senza dimenticare, infine, un testo grazie al quale ho compreso fino in fondo il senso vero di quel mistero insondabile che è l'esperienza schizofrenica. Mi riferisco a Come se finisse il mondo di Eugenio Borgna, un libro che, soprattutto nei capitoli dedicati alla drammatica vicenda di Margherita, ha reso possibile un parallelo, plausibile e documentato, tra esperienza psicotica ed esperienza poetica.
E così il circolo, aperto con un poeta, si chiude con il dolore di un'altra poesia.
Una poesia che sgorga da una sofferenza diversa rispetto a quella di Saba ma che, comunque, riesce a toccare le corde del cuore e a farle risuonare ben oltre la chiusura delle pagine che l'hanno ricordata.

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Novità in Biblioteca: Fosca e i racconti fantastici
                                      La piazza viaggiante dei sogni e delle illusioni
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Segnalo: Su Giro di vite dal blog Carmilla
             Su che cosa contare dal blog AssociazioneMachiavelli
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24 dicembre 2004


Gustave Flaubert (1821/1880)Lunedì 22 ottobre 1849 Flaubert lascia Croisset, diretto a Parigi, l'ultima tappa prima di prendere il largo per un lungo viaggio in Oriente. Cominciano gli addii: formali dapprima, via via più angosciosi fino ad assumere toni funerei a Nogent quando saluta la madre, per sciogliersi poi liberatori a Parigi. "Infine sono partito, mia madre era seduta in poltrona, davanti al caminetto, mentre la carezzavo e le parlavo, l'ho baciata in fronte, mi sono buttato sulla porta, ho preso al volo il cappello in sala da pranzo e sono uscito. Che grido quando ho chiuso la porta del salotto! Mi ha ricordato quello che ha lanciato alla morte di mio padre, quando gli ha stretto la mano...".
Si sgranano per il giovane
Flaubert ore di angoscia indimenticabili. I sintomi ci sono tutti: sguardo duro, bocca asciutta, strette al cuore, lacrime incontrollabili, ad ogni fermata del treno la voglia matta di tornare indietro, i bicchieri di rhum tracannati alla stazione di Montereau. Una lettera scritta alla madre da Parigi sigilla definitivamente la separazione: "Tra l'io di quella sera e ciò che sono oggi vi è la stessa differenza di un cadavere col chirurgo che ne fa l'autopsia". Comincia così, con la narrazione di una morte simbolica che lascia i segni del lutto vero, una relazione di viaggio tra le più straordinarie che ci offra la grande riserva ottocentesca dei viaggi in Oriente. Lo scrittore più esigente, più implacabile nei confronti dei propri difetti e più rispettoso del proprio valore, nasce qui, nel momento in cui si rompe un cordone che si sta trasformando in un cappio. E', il suo, un viaggio iniziatico verso la scrittura. Lontano da casa, Flaubert ci vede finalmente chiaro: all'ombra delle palme egizie, mentre l'amico Du Camp controlla il procedimento fotografico del calotipo, lui rimugina i primi canovacci della Bovary e programma il proprio futuro.
Il distacco dalla casa di Croisset e dalla madre ansiosa servirà paradossalmente a
Flaubert per determinare la decisione succesiva di vivere per sempre in quel luogo e con la madre: scelta sofferta ma definitiva, che vede trasformarsi la scrittura nel suo solo e unico interesse.
Le note del journal sono frammentate, ma le frasi sono già quelle della scrittura letteraria: brevi e ritmate. La descrizione è a flash successivi, e ricorda le pennellate luminose di certi
divisionisti.
Flaubert annota tutto, ma (come fosse l'antenato di certi bloggers) solo quando ne ha voglia.
Numerose sono le immagini incisive. Alcune entreranno quasi senza modifiche nei romanzi maggiori, segno che questo viaggio nella (e per la) libertà aveva lasciato in lui delle tracce profonde, talmente durevoli da risultare addirittura indelebili.

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Novità in Biblioteca: Gli orologi di Einstein, le mappe di Poincaré
                                     
L'enigma dei numeri
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SegnaloLast night I dreamt that somebody loved me dal blog miele98
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23 dicembre 2004


Jean Paul (1763-1825)Se ad un esame mi chiedessero in quale libro dell'età moderna l'anima tedesca trovi la sua espressione più vigorosa e più spiccata, non esiterei a rispondere: nei Flegeljahre di Jean Paul.

In questo modo si esprimeva 
Hermann Hesse nel 1921, formulando un giudizio che per la sua perentorietà e la sua autorevolezza non manca ancora oggi di risvegliare curiosità nei confronti di un autore e di un'opera alquanto trascurati.
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Miguel de Unamuno (1864-1936)L'illusione che esistano persone specializzate nei giudizi universali, alle quali rivolgersi per sapere qualcosa di più sul mondo, credo sia ormai irrimediabilmente caduta. Siamo così (felicemente?) rimasti senza maîtres à penser. Però un'altra illusione sembra aver preso subitaneamente il posto della precedente; è nata cioè l'idea che basti rivolgersi al primo che passa per capire quel che si pensa o si dovrebbe pensare. Francamente ho qualche dubbio su questo metodo.
Nel suo Commento al don Chisciotte Miguel de Unamuno cita, a proposito di conformismo, un proverbio spagnolo che forse in questo contesto può servire. Qualcuno chiede a un tale: "Donde vas Vicente?" e l'altro risponde: "Adondo va la gente". Il proverbio sembra aperto, ma è circolare. Infatti, se si interroga la gente, la gente dirà che va "adondo va Vicente"...
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Arthur Schopenhauer (1788-1860)Solo la luce che uno ha acceso per se stesso risplende poi anche per gli altri, recita un aforisma di 
Schopenhauer. Ma chi la accende oggi la luce se ognuno aspetta di vederla brillare nelle inchieste e nelle statistiche? La vocazione contemporanea al sondaggio "sociologico" rivela una convinzione profonda: che pensare sia sapere quel che pensano gli altri. Non dubito che si tratti di un metodo altamente democratico, ma a mio modesto avviso fa sparire la materia prima (e, a pensarci bene, forse anche quella grigia...).
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Novità in
Biblioteca: L'enigma dei numeri
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SegnaloGiulietta illegale dal blog [Nessun giorno senza una riga]
             Lo straniero da Dissidenze
             Morandi seppelliva i suoi pennelli... dal blog Currenti Calamo
             R dal blog giuliomozzi
             Buon Natale in letteratura dal blog Romanzieri.com
             Libertà e comunicazione dal blog Associazione Machiavelli
             Tornando a casa dal blog Paloma
             Non ci sono più i mondi immaginari di una volta... dal blog vibrisse
             Un libro per Natale da Il Sole 24 ore (grazie a FF)
             Templari attendibili da L'espresso
             Il Natale acido di Manganelli da
Liberazione
             Nadia di Tahar Ben Jelloun dal blog Caravanserraglio
             I miei pensieri di oggi... dal blog [La terra di mezzo]
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Da visitare: Il diario di un Fante della Grande Guerra (grazie a Punto Informatico)



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22 dicembre 2004


Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)Quando, nel 1750, l'Accademia di Digione mise a concorso la questione "Se il progresso delle scienze e delle arti avesse contribuito a migliorare i costumi", Rousseau diede avvio alla sua carriera letteraria rispondendo "No" (Discorso sulle scienze e le arti). Analogo tema, ma rivolto alle prospettive future (e dopo che il giudizio sugli effetti sociali del progresso scientifico era stato "arricchito" dai miracoli della rivoluzione industriale, dall'esperienza traumatica di una prima guerra mondiale e dagli ancora incerti esiti della rivoluzione sovietica) svolsero il genetista John B.S. Haldane e il filosofo Bertrand Russell in due pamphlet in polemica l'uno con l'altro, pubblicati a Londra nel 1924.
Possibilista e progressista è la posizione di Haldane, più inclini allo scetticismo sono le idee di Russell, anche se entrambi condividono preoccupate riflessioni sulla ambigua funzione della scienza e sul destino della civiltà occidentale, considerando i rischi che le nuove applicazioni tecnologiche comportano per l'umanità nel suo insieme e per la libertà degli individui in particolare.
John B.S. Haldane (1892-1964)Haldane esamina le rivoluzionarie scoperte della fisica, della chimica, della biologia e della medicina e prospetta, oltre ai fantascientifici scenari tecnologici futuri, le sconvolgenti mutazioni che attendono la nostra specie, tanto che nessuna credenza, nessun valore, nessuna istituzione sono più al sicuro: "Impossibile dire se l'uomo sopravviverà all'incremento del suo potere. Ma il problema non è nuovo. E' il vecchio paradosso della libertà rimesso in scena con l'uomo come attore e la Terra per palcoscenico. (...) L'inventore chimico o fisico è sempre un Prometeo. Non esiste nessuna invenzione, dal fuoco al volo, che non sia stata accolta come un insulto nei confronti di un qualche dio".
Bertrand Russell (1872-1970)"Il Dedalo di Haldane (è la replica di Russell) presenta un quadro attraente del futuro che ci potrebbe attendere se utilizzassimo le scoperte scientifiche per promuovere la felicità umana. Mi piacerebbe sottoscrivere le sue previsioni, ma purtroppo una lunga esperienza dell'operato degli statisti e dei governi mi ha reso scettico. Mi trovo dunque costretto a temere che la scienza venga usata per promuovere il potere dei gruppi dominanti piuttosto che per rendere felici gli uomini. Icaro, che imparò a volare da suo padre Dedalo, fu rovinato dalla sua avventatezza. Temo che il medesimo destino attenda i popoli ai quali i moderni uomini di scienza hanno insegnato a volare".
Le considerazioni riferite sui pericoli della "razionalità meccanica" o della società industriale, nate nel clima
splengeriano della "crisi dell'Occidente", sono divenute, nel corso del Novecento, tradizione marginale ma persistente e filosoficamente autorevole nelle versioni più o meno apocalittiche di Heidegger, Adorno, Horkheimer, Lorenz, Severino ecc.; considerazioni che non sembrano certo archiviabili oggi, con le ombre incombenti (dopo le ansie di equilibrio nucleare) di metropoli avvelenate e di un probabile collasso ecologico. Per non parlare dell'uso militare (o terroristico) di certe scoperte scientifiche, concepite senz'altro per usi ben diversi.
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Da leggere:
Haldane/Russell - Dedalo o la scienza e il futuro. Icaro o il futuro della scienza
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Novità in
Biblioteca: Il destino si gioca alla quinta buca
                                      L'autunno della coscienza
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Segnalo
La vita corre sul filo da RaiLibro
             I "lampi gamma" nuovo metro dell'universo da La Stampa/Cielo
                 Aperto a inverni dal blog Romanzieri.com
                
I libri Miserabili del 2004 dal blog i Miserabili
            
Confidenze troppo intime da Kataweb/Cinema
             I gesti della lettura di fronte a libri senza corpo da Il manifesto (colleg. temp.)
            
Lapponia da La Stampa/Viaggi
             Universo matrioska da Galileo
             La ricetta perfetta dal blog Il tempo di leggere
             Kitawa, il suono e il colore della memoria da Dissidenze
            
Testi numerici dal blog plurale
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Da visitare
Filosofia & Logica di Luisa Bortolotti (grazie a Giacomo)



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