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aletheia
Il blog di Clelia Mazzini


qualcosa di me


15 maggio 2005


Iain Faulkner - Girl readingCosì, continuiamo ad esistere. Sospesi tra i profitti e le perdite di un gesto che pare labile ed invece si dimostra eterno, privi di tutto ciò che è stato il nostro passato e completamente ignari di cosa ci riserverà (se mai ce lo riserverà) il futuro.
Di ciò che ero solo pochi anni fa non si conserva più nemmeno l'epidermide... Leggi della fisiologia, più volte lette e assimilate, ora finalmente comprese.
Se sollevo le braccia verso il buio che ho davanti posso finalmente stringere ciò che voglio. Spazio e tempo ora mi sono amici, so riconoscerli anche quando non fanno nulla per manifestarsi. Ma ci sono e li conservo con cura, perché sono preziosi. Nel vago andare di un gesto ripetuto ora raccolgo la definitiva certezza dell'esistere; mi mancava il ritornello, la strofa era pronta da tempo.
Vado al piano, eseguo a memoria. Il canto esce spontaneo, si rapprende nell'aria e ricade sui miei vestiti come rugiada. Se socchiudo gli occhi ora rivedo tutto con estrema precisione, ma non posso andare oltre; non posso descrivere con tratti noti quello che è il confine della beatitudine.
Taccio e sorrido, mentre un piccolo alito d'aria mi porta di nuovo parole segrete.
Le leggo con cura e le ripongo nel petto, dove potrò ritrovarle ogni volta che voglio, nell'andare e venire veloce del respiro che accompagna, come un amico fedele, il manifestarsi inatteso di un'emozione.
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Clara JanésRipeto che ti amo,
voce occulta,
sorgente della musica,
bellezza assoluta che ha colmato il mio arco,
allegria senza fine.
Foglia d'edera sono
sopra la mia lastra tombale,
immarcescibile,
scolpita con un solo nome:
Poesia.


Clara Janés
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9 maggio 2005


Kelly Borsheim - Untitled with Piano KeysHo saputo riconoscerti nelle occhiate furtive, nei timidi sorrisi che nulla concedevano alla malinconia. Ho valicato con te le vette più impervie, misurato duna dopo duna quasi tutti i deserti della terra, soprattutto quelli umani, il che è tutto dire... So di non averti perso, so di poterti riconoscere ovunque, anche in mezzo ad una folla di persone che, di spalle, percorre un tragitto inverso al mio; potrei farlo anche senza girarmi, anche senza esibire quel buffo gladiolo viola che pretendevi donarmi da Paskowski l'ultima volta che venni a trovarti. "Buffo ometto" e giù a scherzare e a ridere sull'accostamento intravocalico... "farò la fine di de Molay, vedrai...".
Ma tu non sei tipo che guarda alla fine, tu sei quello dei proverbiali inizi. Come la tua arte, che sa prestare attenzione anche al minimo suono d'insetto che può fare un cuore quando si ferisce. Arte sensibile, legata all'anima da un filo sottile che sa di speranza (e quel giorno a Fiesole, sui gradini del teatro, ne ebbi prova tangibile, e io non dimentico, lo sai).
Tu che sai di Primavera mi ricordavi di sorridere, ogni tanto; e lo faccio ancora, senza che tu mi veda; lo faccio ancora, anche se il mio sguardo è rivolto verso altre coordinate.
So che tu ci sei, so che tu esisti, so che tu resisti.
Angela mi scrive di te, della tua pudica illusione (che poi è anche la sua); di come, sulle orme di Forster, siate tornati ancora là dove vi siete conosciuti; di come le tue mani (lunghe mani, belle mani, bianche mani) sappiano ancora cogliere i segreti inconfessabili di certe settime maggiori.
Firenze dev'essere sublime in questi giorni d'incerta Primavera, so che anche tu tornerai a pensarlo, riaprendo la finestra del tuo studio in Santa Croce (perché lo farai ancora, vedrai) per farvi entrare un caldo raggio di sole. Tu che hai attimi d'azzurro negli occhi e nei pensieri, mi lancerai un silenzio che io accoglierò discreta. E lo conserverò, per te, per la tua musica, per il tuo bene che è stato un vento tenero che mi ha fatto essere giovane, ragazza, amica del tuo spirito.
E' con orgoglio che parlo di te, qui, dove le parole si fanno confine e dove il tempo non è più lo stesso, ora che tutto sembra rinascere, là dove la luce torna a prendere finalmente il posto del sole nero della dimenticanza.
E' giusto che altri occhi ed altri cuori (di amici che non ho visto né vedo, ma che conosco nello spirito) possano sapere di te, della tua vita, del tuo semplice esistere; tu che sei stato pietra ed ora sei sabbia di fiume, tu che sei stato vento ed ora sei sospiro, tu che sei stato Sole ed ora sei fiammella tenue di lumino.
E ora qui, nella mia notte, quella tua debole luce tiene compagnia al mio silenzio che, unito al tuo, annulla ogni distanza. E ci dona attimi di coraggio.
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Antonia Pozzi (1912-1938)Io penso che il tuo modo di sorridere
è più dolce del sole
su questo vaso di fiori
già un poco appassiti -

penso che forse è buono
che cadano da me
tutti gli alberi -

che io sia un piazzale bianco deserto
alla tua voce - che forse
disegna i viali
per il nuovo
giardino.


Antonia Pozzi, da Parole
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5 maggio 2005


Un'ultima volta e bastaDa piccola ero solita nascondermi nel cavo di un grande platano che avevamo nel giardino della casa di città. Un rifugio non troppo sicuro, se visto dalla parte della strada, ma che garantiva una buona protezione dagli sguardi di chi era in casa. Ero quasi certa che prima o poi sarei precipitata nelle profondità della terra, proprio come Alice, una volta che, maldestramente, avessi inciampato in qualche congegno che avrebbe aperto l'immaginaria botola che ero certa di avere sotto i piedi. Stavo lì, in silenzio, per lungo tempo, leggendo un libro o fantasticando, fin quando le voci della mamma o della tata mi richiamavano all'ordine.
Mi rendo conto di non essere affatto cambiata: ho girato il mondo, ho vagato per gli anfratti più sperduti della terra, navigato su mari e oceani e solcato molti cieli ma, quando posso, ritorno con la mente al mio platano che ancora mi aspetta. Adesso non riuscirei certo a stare molto comoda nella sua cavità, ma il solo pensiero di rivederlo ogni volta che, sempre più raramente, torno nella casa di città, mi eccita e quasi mi commuove.
Sono stata lontana, ho vissuto, ho amato, creduto, sperato e desistito; ho accarezzato volti, visto mirabìlie, ascoltato molte cose in un'infinità di lingue; ho letto libri, ammirato quadri, toccato sculture ed ascoltato sinfonie. Ho avuto amici, amanti, ignoti compagni di viaggio e popolate solitudini, ma nulla mi ha mai restituito la pace del sogno e della fantasia quanto il platano del mio grande giardino di città.
Bisogna che ci torni, ancora una volta. Non sarà uguale, lo so; il mio nascondimento non terminerà con le voci della mamma e della Giulia, quando mi rialzerò non vedrò il volto austero del commendatore guardarmi interrogativo. Ci saranno solo foglie e vento attorno a me, ma dovrò tornarci ancora un'ultima volta.
Poi venderò tutto, senza pensarci due volte.
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Émile Zola (1840-1902)Tra rue Pasteur e la Senna corrono, dritti come spade, i binari della ferrovia su cui sfrecciano, velocissimi, i tgv e corrono, meno rapidi, i treni merci. Ma gli uni e gli altri non si fermano certo alla piccolissima stazione di Médan, che capistazione e frenatori hanno da tempo abbandonato. Tra rue Pasteur e la stazioncina dalle scritte arrugginite visitai più di dieci anni fa la
villa-museo di Émile Zola, il cui giardino scende dolcemente sin quasi a sfiorare le rotaie lucenti. "Ho comperato una casa, una conigliera, tra Poissy e Triel, in un angolo piacevole ai bordi della Senna, 9000 franchi, vi dico il prezzo perché non abbiate troppo rispetto. La letteratura ha pagato questo modesto asilo campestre". Così scriveva a Flaubert, il 9 agosto 1878, l'autore dell'Assomoir (L'Ammazzatoio), il cui successo aveva di fatto finanziato quell'acquisto. Alla ricerca di un luogo tranquillo per lavorare con lena meticolosa al ciclo monumentale dei Rougon-Macquart (di cui aveva già scritto otto dei venti volumi che compongono l'opera), Zola amava però anche circondarsi degli amici. Così la "conigliera" incominciò a crescere: vi furono aggiunte le due torri laterali, venne acquistato terreno adiacente; il giardinetto divenne un parco; nei prati pascolavano il cavallo Bonhomme, la mucca Marguerite e vi scorrazzava, allegro, spaventando le galline, il cane Pimpim Premier du Coq Hardi.
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Elio PagliaraniSe domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m'era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d'amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s'urtano
con la gente di faccia.
Che figura
t'ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all'immagine riflessa
di te?
Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.

Elio Pagliarani, La ragazza Carla e Nuove poesie, Mondadori, 1962
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4 maggio 2005


...l'ultimo orizzonte...Sapevamo di dovercene andare. Lo sapevamo perché abitavamo altrove, perché eravamo ignoti a quella terra e alle circostanze che ci avevano casualmente condotti sin là da due nazioni diverse, senza mai esserci visti prima. - Vorrei osservare un'ultima volta l'orizzonte da qui - dicesti compìto nella tua lingua dura e, per farlo, ti alzasti sulle punte come se fossi un'étoile. - Ecco, ora sono pronto - e ti incamminasti giù per il pendìo come se qualcuno stesse lì ad attenderci fremente.
Non c'era nessuno, ovviamente, tranne io e te, due punti bianchi inutilmente riconoscibili in quel trionfo di blu e oro. Il deserto alle nostre spalle pareva avanzare, il mare davanti ai nostri occhi sembrava invece chiamarci con canti di sirena. Più tardi il vecchio che ci aveva accolti ci guardò di sbieco, interrogativamente. Decidemmo di restare ancora un poco; a sera, dicesti, la traversata sarebbe stata meno calda e impegnativa. Decisi allora di riposare, nella fresca brandina della moglie del pescatore; non so per quanto, forse un'ora, due o anche più. Quando mi svegliai il crepuscolo era avanzato. Sentivo la donna nel cucinotto lavare le stoviglie, parlare nella sua lingua d'aria all'ometto che rispondeva a monosillabi o non rispondeva affatto. Quando scostai la tenda mi fissarano entrambi, come inebetiti.
Poi il vecchio alzò la mano e mi indicò la piccola finestra. Sulle ultime strisce di luce ondulata ti vidi da solo veleggiare verso Nord. Tornai a voltarmi verso i nostri ospiti, la donna allargò le braccia e poi giunse le mani al petto. Nei suoi occhi intuii delusione e rincrescimento ma non me ne curai. Tornai sulla brandina e mi coricai di fianco, con la faccia rivolta verso il muro.

Non so dove ti sei fermato e non so se e dove hai tracciato le linee di una nuova vita. Il giorno dopo il rumore dell'aereo che mi riaccompagnò a casa cancellò ogni residua traccia di te.
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John Donne (1572-1631)Fra '500 e '600 anche in Inghilterra quell'armonia dell'uomo con il mondo che era stata celebrata dal Rinascimento si spezza in una serie di antitesi fra realtà e trascendenza, che invitavano alla riflessione sulla caducità della vita. In questo contesto nasce la poesia metafisica di
John Donne, costruita su un interrotto colloquio dell'io con se stesso, che amalgama senza dissonanze sentimenti e pensieri. Donne, che era anche predicatore, oltre ai versi pubblicati postumi nel 1633, tranne i due Anniversari, ci ha lasciato i Sermoni e quel capolavoro dell'oratoria sacra che è il Duello della morte.
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Rocco Scotellaro (1923-1953)Ora che ti ho perduta come una pietra preziosa
so che non ti ho mai avuta né spina né rosa:
non stavi al fondo della cassa che sarebbe bastato
alzare panni e coperte per rivederti a posto
con pena e occhi incerti nella massa delle cose.
Ti portavo addosso con carte e matite e monete
e sapevo di perderti ma non come pietra preziosa,
credevo che tant'acqua poteva levarmi la sete.
Ora, che voglio fare?, guardare dove non c'eri
dove non sei dove non sarai coi tuoi occhi neri.


Rocco Scotellaro, da E' fatto giorno, Mondadori, 1954
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3 maggio 2005


...Natura, partecipe esistenza...Consumato ogni tempo, recuperata ogni virtù, spento ogni fuoco, spezzato ogni vincolo, rinascerò selvaggia da uno specchio. Il vento mi gonfia la gonna e mi fa trasalire. Mi siedo sul prato e, curiosa, partecipo alla caccia che due vespe d'oro fanno alle mie rose. So che le violeranno non appena si apriranno. E' il loro tempo, sapranno approfittarne.
Non mi opporrò, ché non è bene. La natura partecipi al mio esistere così come io partecipo al suo.
Sarò pietra di fiume e grano di pianura, legame e lima per evadere. Sarò compiacente e muta, umida se c'è da bere, arsa se dovrò riscaldare. Ma non è tempo di sogni o segni, è tempo di speranza, piuttosto.
Mi stendo schiena all'erba, viso al sole e mano sinistra sulla faccia. - Ridi, bambina, ridi... - la cara voce di papà mi risolleva. Ho aspettato a lungo il suo passo all'incrocio del vecchio sentiero, là verso la chiesetta della valle, le cui campane da qualche anno non annunciano più le ore (arrivavano da noi chiare quando spirava forte il vento da mezzogiorno). Chi se ne occupava è morto e da allora è rimasta chiusa, e forse lo sarà per sempre. No, non è tempo di sogni o segni. Mi rialzo, torno in casa, pronta ad essere conquistata da un libro mezzo aperto. Tutto quello che ho toccato mi profuma nella mano.
Chiudo gli occhi, odoro, ascolto e penso che un ricordo non è mai vano, se porta con sé l'allegria di un giorno che resiste, il fuoco e il ghiaccio di un tempo che era segreto e che ora, amico, siede qui al mio fianco, mentre sorseggio grata menta inglese, fresca e smeraldina.
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...Odisseo polytropos...La
città di Troia nasce e cade per mano di uomini molto simili, così ci insegna Walter Burkert nel suo Homo Necans. Odisseo infatti, dopo la distruzione di Ilio, vagherà a lungo su una zattera dopo aver lasciato l'isola di Calipso. Identica sorte era toccata a Dardano, il fondatore di Troia ed eponimo dello stretto su cui sorgeva Troia; egli infatti, dopo un lungo e tribolato naufragare, giungerà sulle rive dello Scamandro e lì deciderà di dare vita ad una città che diventerà ben presto una delle più ricche e prospere della Grecia asiatica. Questo fino all'arrivo degli Achei ed alla determinante intuizione di Odisseo. Che idealmente chiude un cerchio aperto, come dice appunto Burkert, da un suo "simile".
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Leonardo Sinisgalli (1908-1981)Chi ama non riconosce, non ricorda,
trova oscuro ogni pensiero,
è straniero a ogni evento.
Mi sono accorto più tardi
di tutti gli anni che l'aria
sul colle è già più leggera,
l'erba è tiepida di fermenti.
Dovevo arrivare così tardi
a non sentire più spaventi,
pestare aride stoppie, raspare
secche murate, coprire la noia
come uno specchio col fiato.
Sono un uccello prigioniero
in una gabbia d'oro. La selva
variopinta è senza colore per me.
L'anima s'è trovata la sua stanza
intorno a te.


* * *

Si fatica per anni
a sciogliere i nodi,
a dare un'immagine
favolosa a una ciocca
illeggibile di segni perduti.

Leonardo Sinisgalli
da I nuovi Campi Elisi, Mondadori, 1947
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2 maggio 2005


...fra sete e illusioni...Maggio s'inoltra verso l'estate e non ha importanza che un refolo fresco di vento, del tutto indifferente al corso della stagione, venga a visitare le mie stanze di silenzio, come una voce che ricorda come di lunghi sogni sia pieno un giorno; come si possa amare, nella veloce parola del vento, tutto quello che non ha confine, tutto quello che ritorna imprevisto e immotivato come il segno di un rancore.
Il caldo porta le sete, mentre il mio sguardo si volge lento verso il cielo, che è fondo, rigoglioso, aperto alla speranza; l'azzurro mi scuote e mi sento donna, specchio luminoso della terra. Tranquillità latente che esplode improvvisa, negli odori, nelle nostalgie dell'aria che oscillano fra i rami degli ulivi, nei colori che esaltano la potestà dello spazio sul mio tempo. Volti ricreati dall'attesa tornano a visitarmi.
Quante volte ho creduto di abbracciare compagni ritrovati, ma erano solo moti d'aria e plenilunî, attimi lunghi e fiochi di un misurato esilio. Placata è l'illusione nel silenzio, la voce che mi giunge di lontano è quella di un cane che sembra dire addio. E' così remota e segreta che pare appartenermi. Non è vero, lo so, ma il bene che mi resta è pura persuasione. Dolce, misericordiosa assenza di volontà ostile.
Ed è così che le luci, i silenzi e le illusioni diventano frutti preziosi, con i quali smorzo la sete di questa prima, generosa estate.
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...segno e parola...Per
Gottlob Frege la matematica doveva essere presentata come un brano ideografico senza commenti, senza intrusioni del linguaggio naturale, perché il linguaggio ideografico, per lui, non aveva bisogno di altri "lessici" per essere ulteriormente esplicato. Giuseppe Peano arrivò addirittura ad insistere sul fatto che nel linguaggio simbolico della matematica potevano essere espresse, senza dubbio, intere teorie. In questo senso i due matematici manifestavano la certezza che il linguaggio ideografico portasse in sé il suo significato. Una sorta di "lingua delle idee", drasticamente separata da quella "comune", dove la domanda "di cosa si parla?" viene semplicemente rifiutata, così come non viene neanche accolta l'eventualità di interpretazioni diverse dal nudo segno.
Questi assunti mi hanno fatto riflettere su come alcune avanguardie scientifiche moderne abbiano finito per chiudere un cerchio ideale sviluppatosi ai primordi della nostra civiltà.
Il segno torna dunque a
farsi parola dopo che la parola era diventata segno.
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Alfonso Gatto (1909-1976)In quel grande silenzio dove arriva
l'alba dai porti delle nebbie, ai vetri
d'una casa straniera, io parlerò
della vita perduta come un sogno
e tu m'ascolterai dentro al tuo freddo
chiudendo gli occhi a poco a poco, azzurra.

Poi sopra il mondo scenderà la pace
delle tue mani, finalmente illesa
senza paura d'essere turbata.
E crederemo di portar con noi
con le prime speranze un'altra vita:
al soffio della voce ormai lontana
come la luna morta del mattino.

Alfonso Gatto, da Nuove poesie, Mondadori, 1949
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1 maggio 2005


...arco di sogno...La sera sembrava languire, poi si è ripresa. Il tempo ha accennato a fermarsi (un attimo lunghissimo è stato scandìto dalla calma di vento e da un silenzio inatteso e inaudito), poi è ripartito vorticoso e incessante.
Forse ci incontreremo, appena un poco più in là di quest'arco di sogno, in faccia a questa notte ignota, che sa di amaretto e di viole; una notte calda, che parlerà di noi negli sguardi curiosi dei tanti sconosciuti che ci osserveranno passare discreti e appena sorridenti.

Anche il picchio è tornato e il vento è aumentato lentamente, rompendo il silenzio verso il confine, verso la luce incipiente del mattino, atteso e ormai prodigo di buoni consigli.
Parole nascoste arrivano dal bagnasciuga, incrocio d'acqua e di vento, retaggi di quell'attimo spento che ha lasciato traccia di sé come la lava rappresa di un vulcano. I sussurri dicono e non dicono; mi portano lontano, alla deriva, verso quell'arco di sogno in cui, senza dubbio, noi c'incontreremo ancora.
Felici di essere stati vivi, prima della tempesta.
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Museo di Delfi, Auriga (part.)Perché
Pelope non volle pagare Mirtilo dopo che, grazie al suo mozzo di cera, Enomao rimase ucciso e lui poté sposare Ippodamia, divenendo così signore del Peloponneso (che da lui prese nome)?
Atreo e Tieste, sconteranno la maledizione del padre, che doveva essere ben consapevole di scatenare su di sé e sulla sua discendenza le ire degli dèi (oltretutto era figlio di cotanto padre...).
Una gran parte delle tragedie greche sono dunque frutto di un patto non rispettato. Sarebbero bastati i classici "trenta denari" e le rime dei tragediografi (almeno così come le conosciamo noi) magari non sarebbero nemmeno mai esistite. Per nostra somma sventura.
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Attilio Bertolucci (1911-2000)E' il bene, il bene di un giorno
questo sole lontano e leggero
e non farà più ritorno
non lo vedremo più.

Già per città azzurre
ombre scendono incontro a te
dal cielo primaverile, e non sai perché
il familiare saluto ti rattrista

all'angolo di una strada delle viole
stinte d'un vagabondo fiorista.

Attilio Bertolucci, da Lettera da casa ora in Opere
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30 aprile 2005


Attimo di lagoDi tanto in tanto qualche parola si faceva largo fra cielo e lago, per un intersizio di solitudine; vagava un attimo, si fermava e poi cadeva repentina nella sera.
Per questa vita che abbiamo conquistato (fosse solo per un istante in più, un inutile, vuoto, immenso, indefinibile istante) parlerei ancora di te a te, se ne avessi l'occasione. L'ultima volta che lo feci Koessler gioiva, altissimo, sulle zampe di dietro e poi correva veloce dietro la palla rossa che gli lanciavi ridendo.
Ridevo a mia volta, di te, di lui, di noi che sembravamo ancora ridere.

Sono ancora qui, nell'antica e (troppo) grande casa che fu dei miei; leggo la tua lettera e ripenso a un universo di colline calme, segrete, impenetrabili:

...La bonne journée le beau regard qui prend sous tes habits c'est entendu: de toutes mes forces le sang ne quittera, le souffle bref face à face, les doigts font monter plus légère avec ses suivants la force d'une blessure...

...in memoria...
Una memoria è un giorno, a volte solo un pomeriggio. Indietro non si torna, avanti è difficile andare.
Culliamoci così, nella pace dell'eterno presente che sapemmo costruirci. Nel segreto dell'infinito mattino che seppe sorriderci.

Koessler è morto da tre anni, ormai. L'ho seppellito nel giardino a Nord, con la sua/tua pallina rossa, sotto uno degli abeti più alti, dove spesso amava riposare d'estate. Non so se scrivertelo, forse sì, te lo scriverò. Quando il tempo mi darà tempo per una risposta che arrivi a te serena, come lo sono io, ora. Lontana anni-luce dallo specchio dei tuoi occhi, ma più vicina che mai alla tenda di velluto (bordeaux) che nasconde il tuo cuore.
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Giovanni GiudiciMetti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te...

Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l'essere è più del dire.

Giovanni Giudici
- La vita in versi
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30 gennaio 2005


Verso Vancouver Island...Quando seppi che in quel periodo vivevi a Victoria ti telefonai, poi ti venni a trovare.
Mi dicesti che lì si viveva comunque. E anche bene, per quanto vidi.
La tua passione era svanita, la ferita che M. ti aveva lasciato si stava rimarginando.
Lunghe partite a tennis accompagnarono i nostri silenzi. Tu avevi poco da raccontare, io nulla da chiedere. Furono tre settimane perfette.
Passeggiando in centro mi sembrò impossibile essere in
Canada e sentirmi in Inghilterra: i pub, i negozi, le sale da tè, persino le cabine del telefono sembravano prese di peso dal Regno lontano. Solo il quartiere cinese o l'area moderna mi fece tornare a calpestare il suolo che mi aveva visto scendere entusiasta dal Roma-Toronto-Vancouver della Canadian Airlines.
Qualche giorno dopo, sul greto del
Cowichan, raccolsi una pietra; ci scrissi sopra la data e il tuo nome.
La conservo ancora, come una reliquia.
Di te più nulla da allora, purtroppo.
Tua madre, dopo qualche mese, mi disse che eri "partito", per dove non lo sapeva di preciso nemmeno lei.
"Sai bene com'è...".
So bene com'eri e come sei.
E so anche che, se vorrai, un giorno sarai tu a trovarmi, nel luogo che ho scelto per scappare a mia volta. Suonerai al cancello, percorrerai lentamente il viale ed entrando in casa mi darai un buffetto sulla guancia.
Sarà come se ci fossimo lasciati la sera prima, a Victoria.

Penso che dove sto adesso ti piacerebbe, certo non è come al
Johnstone Strait, non ci sono le orche che saltano davanti casa.
Ma me la passo bene ugualmente.
Spero anche tu.
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La galassia di AndromedaLa scienza, così almeno ci insegnano gli antichi Greci, nasce dalla dote naturale di provare meraviglia. Ma di cosa dobbiamo stupirci? Di
Mercurio, "stella errante", imbarazzo degli astronomi fin dall'antichità? Di una funzione matematica "che si comporta male", perché in ogni punto è continua, senza essere derivabile? Di un numero come lo zero, che invece di riferirsi (come ogni numero che si rispetti) a una quantità, si riferisce invece alla assenza di quantità? Del sofisma di Zenone secondo cui il veloce Achille non poté mai raggiungere la lenta tartaruga? O dell'enigma einsteiniano dei gemelli che invecchiano differentemente a seconda della situazione dinamica di cui vengono a far parte?
Diceva già nell'Ottocento il logico
Augustus de Morgan che ogni anomalia, ogni paradosso, ogni violazione delle nostre aspettative o delle nostre intuizioni contribuisce a portare alla luce un nodo di questioni che esistono al di là delle intenzioni di coloro che tentano le prime, audaci spiegazioni. E la matematica era appunto l'arte di maneggiare i paradossi, così aggiungeva, nonché di arricchire l'arredo del mondo con una serie di enti di ragione che permettevano di individuare vie nuove per affrontare vecchi problemi, salvo suscitare inattese e sconcertanti domande.
Dunque la
matematica, non diversamente da come ha proclamato Immanuel Kant, costituisce il nucleo di ogni autentica comprensione del reale, anzi, aggiungo io, si rivela l'efficacissimo "carburante" che alimenta il motore della crescita scientifica.
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Richard Ford...Ma quelle cose non avevano importanza. Guardando, oltre il parabrezza, il deserto piatto e grigio della sera, Howard comprese che in realtà ben poco di ciò che lui sapeva aveva importanza; e che, comunque avesse potuto sentirsi in quel momento - se le circostanze avessero potuto essere migliori - non avrebbe più potuto sentirsi d'ora in poi. Forse mai più. E qualunque cosa avesse anche potuto piacergli, accostando all'esperienza il suo io più pieno e migliore, ormai gli era stata tolta. Sicché tutta la vita che aveva intorno, veloce come questa macchina che scendeva a gran velocità il versante di una montagna verso il buio, sembrava scomparire. Essere cancellata. E lui era molto dispiaciuto. E aveva paura, molta paura, anche se questa sensazione non lo prese nel modo preciso e inaspettato in cui aveva sempre pensato che avrebbe fatto...

Richard Ford - Infiniti peccati
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15 gennaio 2005


Uno degli ultimiCome in molti altri hotel del Medio Oriente, all'ingresso dell'Intercontinental Jordan di Amman un beduino seduto su pelli di capra e selle di cammello, prepara caffè arabo (che non è quello turco, anche se sono entrambi speziati col cardamomo). Dal dalleh, la caffettiera dal lungo becco ricurvo, lo versa nelle minuscole tazze di porcellana. Fa parte del "colore". A chi lo chiede masticando l'arabo, l'uomo spiega che nella tradizione beduina per avere ancora caffè l'ospite deve tenere la tazza sollevata e che può chiederne fino a tre volte: oltre non è elegante. Se non vuole più caffè, invece, deve far ondeggiare rapidamente la tazzina.
Seppi però il giorno successivo al mio arrivo che quell'uomo vestito da beduino non era un vero beduino.
Me lo disse uno dei portieri in giacca e cravatta, al banco del ricevimento, in un inglese perfetto.
Quando gli chiesi se fosse sicuro di ciò che diceva mi rispose che ne era più che certo, visto che l'unico beduino in quell'hotel era lui.
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Itzhak PerlmanAlla voce "violino" il vocabolario Devoto-Oli, scrive all'inizio: "Strumento musicale ad arco della famiglia delle viole, con un'estensione molto superiore alla viola. E' composto da un piano armonico, da un fondo armonico e dalle fasce che uniscono i due piani. Ha quattro corde di
minuggia accordate per quinte consecutive (sol-re-la-mi), tese sul ponticello che serve a comunicarne le vibrazioni al corpo dello strumento". Poi l'esplicazione prosegue, ma già da queste prime frasi citate appare tutto ben detto e tutto molto chiaro. Solo che il Devoto-Oli avrebbe dovuto concludere: "Queste quattro corde e le vibrazioni create dal ponticello possono produrre semplice musica, oppure incantare e far innamorare di sé, come naturalmente succede quando le quattro corde sono toccate dalle dita di Itzhak Perlman".
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Una risposta dalla Grotta di Trofonio?La richiesta fondamentale di un qualsiasi interrogante di
Lebadea in fondo non era che questa: ritroverò mai il sorriso perduto?
Allora dimmi, buon 
Trofonio, a quando la tua risposta?


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