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Il blog di Clelia Mazzini


...we, the memories...


15 aprile 2005


George Gordon Byron (1788-1824)Nel 1813 il giovane Lord Byron si rammaricava di non aver cominciato a tener regolarmente un diario almeno dieci anni prima (vale a dire a quindici anni). Il suo personalissimo, breve Diario, molto legato alla quotidianità, scritto di getto in una sequenza di fotogrammi, si arresta brevemente il 17 febbraio 1824, a soli due mesi dalla morte.
Byron ha 36 anni, si trova a Missolungi, in Grecia; nelle ultime sorprendenti parole c'è tutto tranne il presagio e il sapore di una fine e del silenzio che, invece, si manifesteranno a breve:

...un brigantino da guerra turco si è appena arenato sulla costa e andrà preso d'assalto non appena avremo a disposizione qualche cannone da puntargli contro. Sentirò cosa ne pensa Perry - eccolo che arriva...
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Verso il giorno......
Come ingannar questi nojosi e lenti
giorni di vita in cui sì lungo tedio
e fastidio insoffribile accompagna
or io t'insegnerò...

Pochi versi di
Giuseppe Parini "risorti" all'improvviso in mente, mentre pensavo a tutt'altro, mi hanno portata a rileggere d'un fiato Il Giorno e ad estrarre dal poemetto ("leggero e profondo" come ebbe a definirlo, con un'efficace endiadi, Carducci) "cose nuove e cose antiche". Erano anni che non lo leggevo ed ieri sera me ne sono chiesta più volte il perché. Eppure in esso vi ho trovato molti "precetti" che, pur se didascalici ed ammantati di una bonaria vena di satira, hanno inclusa una semplice e valida ragione di esistere.
Lottare contro la noia è una condizione umana costante; io, com'ebbi a scrivere nella "prima edizione" di alètheia, spesso per non annoiarmi non faccio assolutamente niente.
Sbagliando. Perché leggere Parini, per esempio, è stato molto più efficace: mi sono divertita ed ho ingannato la noia con profitto.
E questo lei lo sa, e me la farà pagare...

>>>qui il testo integrale del poemetto Il Giorno di Giuseppe Parini (in pdf)
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Audrey Hepburn e George Peppard in Colazione da Tiffany di Blake Edwards- ...Io vado pazza per Tiffany: specie in quei giorni in cui mi prendono le paturnie.
- Vuol dire quando è triste?
- No... Uno è triste perché si accorge che sta ingrassando, o perché piove. Ma è diverso.
No, le paturnie sono orribili: è come un'improvvisa paura di non si sa che.
Non le è mai capitato?...


Holly Golightly (Audrey Hepburn) a Paul 'Fred' Varjak (George Peppard) in
Colazione da Tiffany di Blake Edwards
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13 aprile 2005


Jean Cocteau - Autroritratto davanti alla Torre EiffelQuando Jean Cocteau fu ricoverato per una cura disintossicante in una clinica di Saint-Cloud, dal 16 dicembre del 1928 all'aprile del 1929, decise di tenere un "diario ospedaliero" (pubblicato in seguito con il titolo abbastanza eloquente di Opium) che scrisse e disegnò riportando in esso allucinazioni, propositi, ricordi, sogni, stravaganze, incontri con personaggi diventati famosi. Vi sono citati alla rinfusa Picasso e Stravinskij, Buñuel ed Eisenstein. Ma i passi che mi hanno senza dubbio più appassionato sono quelli riguardanti Marcel Proust. Cocteau non riesce a collocare nella memoria il suo primo impatto con l'autore della Recherche. Lo ricorda nel 1912, senza la barba, sui divanetti rossi di Laruc, "preso di mira da Jammes come da un tafano". Lo rivede morto, "in quella camera di sughero, di polvere, di fiale". E torna a riferire l'aneddoto della mancia al portiere del Ritz, quando una sera lo scrittore chiese al portiere se poteva prestargli cinquanta franchi. "Subito signor Proust". E lui di rimando. "Potete tenerli. Erano per voi". Però rispetto alla "vulgata" Cocteau aggiunge: "...inutile aggiungere che, il giorno dopo, il portiere riceveva la somma triplicata".
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...Belle Lettere e buone letture...Il sano culto delle Belle Lettere, ed un'ora di sole pomeridiano che mi ha permesso di passeggiare un po', mi hanno portato, per uno dei misteriosi voli pindarici che ogni tanto la mia mente vuol fare, a ripensare al
Sartre che si racconta bambino, ne Le parole, arrampicato e affabulato nella biblioteca del nonno; oppure ad Elias Canetti che, nell'autobiografia La lingua salvata, racconta le inesauste letture della fanciullezza, diurne e notturne, quando sotto le coperte, grazie alla luce di una minuscola lampadina tascabile, riviveva i romanzi di Dickens; o, infine, a Cesare Pavese, che fa pronunciare al Nuto de La luna e i falò, solida ed integra figura di comunista, l'accento del più trepido dei consigli:

...Sono dei libri - disse lui - leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri...

In tutti e tre questi scrittori, ed in ciò di cui parlano, mi riconosco: bambina, adolescente, donna.
In loro, miei cari maestri, rivivo la mia vita, riscopro ciò che sono stata e ciò che sono, torno a parlare con i miei cari che non sono più, e non c'è parola umana, evento o condizione che possa distrarmi da questo "ritorno".

Rientro a casa sempre sorridente dopo aver passeggiato in compagnia di certi amici...
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Robin Williams ed Amanda Plummer sul set de La leggenda del Re Pescatore di Terru Gilliam
-...Quello che pubblichiamo, più che altro, è spazzatura sentimentale di basso livello...
- Non dica così. Non c'è spazzatura nel sentimento. Il sentimento è passione...
E' immaginazione, bellezza. E poi, a volte, si trovano cose bellissime nella spazzatura...


Lydia (Amanda Plummer) e Henry Sagan 'Parry' (Robin Williams) ne
La leggenda del Re Pescatore di Terry Gilliam
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3 aprile 2005


...in fondo alla via...Nessun male è grande se è l'ultimo. La morte ti viene incontro: la dovresti temere se potesse rimanere con te: ma necessariamente o non è ancora arrivata o passa oltre...
Moriamo ogni giorno: ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. La clessidra non viene vuotata dall'ultima goccia d'acqua, ma da tutta quella defluita prima, così l'ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la compie; noi vi giungiamo in quel momento, da tempo, però, vi eravamo diretti...
Ti dirò come la penso: se uno si trova in punto di morte ha, secondo me, più coraggio di chi è prossimo alla morte. La morte imminente, infatti, ha dato anche a uomini umili la forza di affrontare l'inevitabile; così il gladiatore, pieno di paura per tutto il combattimento, offre la gola all'avversario e dirige contro di sé la spada esitante. Ma quando la morte è vicina e destinata ad arrivare in ogni caso, richiede una fermezza d'animo tenace che è piuttosto rara e la può dimostrare solo il saggio...
"Che c'è?" mi dico, "La morte mi mette alla prova tanto spesso? Faccia pure: l'ho sperimentata a lungo." "Quando?" mi chiedi. Prima di nascere. La morte è non esistere. E ormai so com'è: dopo di me sarà ciò che fu prima di me. Se nella morte c'è tormento, ci fu necessariamente anche prima che venissimo alla luce; eppure non sentimmo nessuna sofferenza. Ti chiedo: se uno pensasse che per una lucerna è peggio quando è spenta che prima di essere accesa, non lo giudicheresti veramente stupido? Anche noi ci accendiamo e ci spegniamo: in quell'intervallo proviamo qualche sofferenza; prima o dopo, invece, c'è una profonda serenità. Questo, se non m'inganno, è il nostro errore: crediamo che la morte ci segua e, invece, ci ha preceduto... Tutto quello che è stato prima di noi è morte; che importa se non cominci oppure finisci, quando il risultato in entrambi i casi è questo: non esistere...
"Ma è un danno gravissimo", dici, "consumarsi, deperire, o meglio, sfarsi. Non siamo colpiti e abbattuti all'improvviso: ci logoriamo a poco a poco e ogni giorno ci toglie un po' delle nostre forze." C'è una conclusione migliore che scivolare verso la propria fine perché il fisico si dissolve naturalmente? Non che un attacco o un decesso improvviso siano un male, ma è dolce questo modo di essere portati via a poco a poco...
Non giudicare gli uomini dalla diversità dei monumenti funebri e delle tombe che adornano le strade: la cenere rende tutti uguali. Nasciamo diversi, moriamo uguali. L'autore delle leggi umane ci ha distinto per nascita o per fama solo nell'arco della nostra vita, ma quando giunge la fine per gli uomini, dice: "Vattene, ambizione: la legge sia identica per tutti gli esseri che calcano questa terra".
Siamo uguali di fronte alla sofferenza; nessuno è più debole dell'altro, nessuno è più certo del domani...


Lucio Anneo Seneca - Dalle lettere a Lucilio
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Wojciech Klata e Henryk Baranowski sul set di Decalogo 1- ...No,  ma io dico: che cos'è la morte?
- La morte? Il cuore smette di pompare sangue... Niente sangue al cervello... Così tutto si blocca... E' andata... Fine...
- E che cosa resta?
- Ma resta quello che uno ha fatto: il ricordo di quello che ha fatto, e di lui. I ricordi sono importanti. Magari lo ricordi per il suo modo di saltellare, o perché era buono. Ricordi la sua faccia, il suo sorriso, o magari che gli mancava un dente davanti...


Pawel (Wojciech Klata) e suo padre Krzysztof (Henryk Baranowski)
in
Decalogo 1 di Krzysztof Kieslowski
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1 aprile 2005


Illustrazione tratta dal De Umbris Idearum di Giordano Bruno (1582)La memoria, ha scritto lo spagnolo Balthasar Gracián, non solo ha l'inciviltà di non sopperire al bisogno, ma anche l'impertinenza di capitare spesso a sproposito.
Ripenso molto in questo periodo alle parole dell'illustre notabile quando mi pare di ravvisare una vistosa e generalizzata perdita di memoria su grandi temi, soprattutto storici.
Si decide, per esempio, di riscrivere la Storia? Oppure ci riteniamo in grado di cambiarla radicalmente? Bene. Ma per scrivere una "nuova" Storia, o per cambiarla, occorre che comunque ne sia esistita una precedente.
Chi invece predica l'oblìo, la dimenticanza, l'immersione nelle acque del Léthe, pare piuttosto agire sulla "rimozione" che sul cambiamento. Però sovrapporre non vuol dire cancellare, ma costruire cose nuove su basi antiche.
Tra ricordare e dimenticare dov'è la fortuna o l'arte? Si chiedeva
Paolo Rossi nel suo bellissimo Il passato, la memoria, l'oblìo, dove raccontava la lunga storia della tradizione umanistica che aveva visto l'Italia primeggiare nel mondo per il rango dei suoi studiosi e dei suoi artisti. Fu allora che, grazie a Pico a Ficino, a Bruno (e a molti altri, non solo italiani), l'Ars memorandi divenne una tecnica "filosofica", non fermandosi al lato meramente "pratico" del suo uso (sempre Paolo Rossi in Clavis Universalis e Frances A. Yates nel suo pregevolissimo The art of memory ne hanno ampiamente e superbamente discettato).
Oggi in luogo di quella sublime tecnica, sembriamo privilegiare l'arte della dimenticanza, forse più redditizia dal lato del "quieto vivere" ma assai perniciosa sotto quello che fa capo alla coscienza.
La mistificazione si è fatta verbo, la rimozione legge, l'oblìo futuro; qui, in una sperduta e ormai insignificante provincia dell'impero, dove perdere la memoria costa poco: a volte solo un piatto di lenticchie.

Restiamo qui noi, le memorie (...we, the memories...);
e ci copriamo gli occhi perché abbiamo paura di leggere:
"17 giugno 1884, di 21 anni e 3 giorni".
E tutte le cose son mutate.
E noi - noi, le memorie, ce ne stiamo qui sole,
perché nessun occhio ci vede, né saprebbe perché siamo qui.
Tuo marito è morto, tua sorella vive lontano,
tuo padre è incurvato dagli anni;
ti ha dimenticato, di rado lascia la casa
ormai.
Nessuno ricorda il tuo volto squisito
la tua dolcissima voce!
Come cantavi, persino il mattino che fosti colpita,
con acuta dolcezza, con dolore palpitante,
prima della nascita del figlio che morì con te.
Tutto è dimenticato, tranne da noi, le memorie,
Che siamo dimenticate dal mondo.
Tutto è mutato, tranne il fiume e la collina...
No, sono mutati anch'essi.
Soltanto il sole scottante e le stelle silenziose sono le stesse.
E noi - noi, le memorie, restiamo qui timorose,
con gli occhi chiusi dalla stanchezza di piangere -
nell'infinita stanchezza!

Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River
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Emmanuelle Riva ed Eiji Okada in Hiroshima mon amour- ...Come te anch'io ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la smemoratezza. E come te ho dimenticato. Come te ho desiderato avere un'inconsolabile memoria, una memoria fatta d'ombra e di pietra. Ho lottato da sola con la violenza, ogni giorno, contro l'orrore di non poter più comprendere il perché di questo ricordo. Ma come te, ho dimenticato...

"elle" (Emmanuelle Riva) a "lui" (Eiji Okada)
in Hiroshima, mon amour
di
Alain Resnais
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2 marzo 2005


Lapide romanaE' assai frequente leggere nelle epigrafi latine la formula sit tibi terra levis ("la terra ti sia lieve", spesso abbreviata in s. t. t. l.). In qualche epitaffio in versi essa viene anche mutata, a seconda dell'ispirazione del "poeta" o del committente. Per esempio:

Optestor manes meritae sanctaeque patronae et
Comprecor ut leni terra tegat tumulo.

Ed ancora:

Ita levis incumbat terra defuncto tibi
Vel assint quieti cineribus manes tuis.
Rogo ne sepulcri umbras violare audeas.

In altre epigrafi la formula originaria è unita a parole di struggente tenerezza:

Sit tibi terra levis, cineres quoque fiore tegantur.

Oppure, come in un'iscrizione redatta per una bambina morta precocemente:

Sit tibi terra levis, tumuloque adsurgat amomum,
Et cingat suaves ossa sepulta rosae
.

Questo è anche il pensiero compassionevole che
Ovidio esprime per l'amico Tibullo dettando il suo epitaffio:

Ossa quieta, precor, tuta requiescite in urna,
Et sit humus cineri non onerosa tuo.
(Amores III, 9, 67-8)

Da questi esempi si può capire quanto fosse "originale" questa preoccupazione dei Romani nei confronti dei loro defunti. In effetti esiste un motivo che giustifica questa espressione e che, almeno in parte, la fa apparire più razionale. Esso è da ricercare nel fatto che in tempi più remoti i cadaveri dei cari erano sepolti sotto il suolo della capanna o della abitazione in cui le persone di famiglia avrebbero continuato a vivere. La (poco igienica) abitudine era da ascrivere al fatto che, così facendo, si voleva che lo spirito del defunto continuasse a vivere con coloro che aveva amato e, contestualmente, li proteggesse; era anche vero che (almeno nel primo periodo dopo la sepoltura) il fatto di calpestare la terra ove era seppellito il familiare recasse un certo disagio. E fu così che nacque l'abitudine di ripetere più volte la formula sit tibi terra levis come forma di rispetto; e fu in questo modo che, una volta perduta l'abitudine di inumare i defunti nelle abitazioni, la formula fu mantenuta per consuetudine, interpretando la Terra come la casa comune che accoglie in sé i resti dei propri cari. Così almeno sembra intenderla Cicerone:

Si rende alla terra il corpo così collocato e deposto, come se fosse tornato nel grembo materno. (De Legibus III, 22, 55)
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Da consultare: Iscrizioni funerarie romane, Ed. Rizzoli-Bur
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Immagine di scena da Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders...Un giorno la cosa diventerà seria. Sono stata tanto sola, anche non avendo mai vissuto da sola. Sai, quando ero con qualcuno spesso ero felice, ma comunque pensavo fosse del tutto casuale. Questa gente erano i miei genitori, ma avrebbero potuto comunque essere anche altri. Perché mio fratello era quello con gli occhi marroni, e non invece quello con gli occhi verdi che stava sulla panchina di fronte? La figlia del tassista, per esempio, era mia amica, ma avrei potuto passare il braccio anche attorno al collo di un cavallo, sarebbe stato lo stesso. Stavo con un uomo, ero innamorata... Ma avrei potuto anche piantarlo e andarmene via con quel tizio sconosciuto che avevamo incontrato per la strada.
Guardami o non guardarmi. Dammi la mano oppure no. No, non darmi la mano e leva lo sguardo da me.
Credo che oggi sia luna nuova; non c'è notte più tranquilla, in tutta la città non scorrerà sangue. Prima non ho mai giocato con qualcuno e tuttavia non ho mai aperto gli occhi per pensare. Adesso è una cosa seria, finalmente sarà una cosa seria.
Così ora sono cresciuta; ero solo io così poco seria... E' il tempo così poco serio...
Non sono mai stata solitaria: né da sola, né con qualcun altro. Ma mi sarebbe piaciuto, in fondo, essere solitaria. Solitudine significa: finalmente sono tutto. Adesso posso dirlo, perché oggi, finalmente, sono davvero sola.
Bisognerà finirla prima o poi con il caso. Non lo so se ci sia un fine, ma so che ci dev'essere una decisione. E' necessario che tu ti decida. Deciditi. Ora il tempo siamo noi. Non solo la città intera, adesso è il mondo intero che prende parte alla nostra decisione. Ora noi due siamo più che due solamente: noi incarniamo qualcosa.
Ed eccoci sulla Piazza del Popolo, siamo qui tutti e due. E l'intera piazza è piena di gente che si augura la stessa cosa che ci auguriamo noi. Decidiamo noi il gioco per tutti.
Io sono pronta. Ora tocca a te. Hai tu in mano il gioco. Adesso, o mai più.
Tu hai bisogno di me. Tu avrai bisogno di me. Non c'è storia più grande della nostra: quella mia e quella tua. Dell'uomo e della donna. Sarà una storia di giganti. Invisibili, riproducibili. Sarà una storia di nuovi progenitori.
Guarda i miei occhi: sono l'immagine della necessità. Del futuro di tutti sulla piazza.
La notte scorsa ho sognato qualcuno, uno sconosciuto, il mio uomo. Soltanto con lui potevo essere sola ed aprirmi a lui, aprirmi tutta, tutta sua, farlo entrare dentro di me tutto intero. Avvolgerlo con il labirinto della comune beatitudine.
Io lo so, sei tu quello...

Marion (Solveig Dommartin) a Damiel (Bruno Ganz) da
Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders
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26 febbraio 2005


John William Waterhouse - La signora di Shalott (part.)



...muore
oggi un mio caro e con lui cortesia
una volta di più e questa forse per sempre.





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Già nell'
Odissea si fa cenno ai Campi Elisi come "...ai confini del mondo dov'è il biondo Radamanto e dove bellissima per i mortali è la vita: neve non c'è, non c'è mai freddo né pioggia, ma sempre soffi di Zefiro che spira sonoro manda l'Oceano a rinfrescare quegli uomini..." (Od. IV, 563-568), questo soggiorno è promesso a Menelao da Proteo, per rassicurarlo sul fatto che è là che egli avrà vita immortale.
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Non servirà cercarti sulle spiagge ulteriori
lungo tutta la costiera spingendoci a quella detta
dei Morti per sapere che non verrai.
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Per
Esiodo invece questo soggiorno di beatitudine si trova nelle Isole Felici, ai confini dell'Oceano, dove regna Crono e dove si trova il soggiorno degli eroi. Lì, tre volte l'anno, la terra produce i suoi frutti senza che nessuno fatichi per ottenerli (Le opere e i giorni, 152 e sgg.)
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Vittorio Sereni (1913-1983)...adesso so chi mancava nell'alone amaranto
che cosa e chi disertava le acque
di un dieci giorni fa
già in sospetto di settembre. Sospesa ogni ricerca,
i nomi si ritirano dietro le cose
e dicono no gli oleandri
mossi dal venticello.
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Alle Isole Felici pare far cenno anche
Solone, in un passo nel quale parla della felicità dei giusti (fr. 38, anche in Lirici greci dell'età arcaica), passo di cui troviamo traccia anche in Platone (Timeo 20e, 21b; Crizia 113a, 114e).
Ma è senz'altro
Pindaro, in un frammento conservatoci da Plutarco (n. 95 in ed. Boeckh) a darci il reale senso della vita che attende i fortunati ospiti dei Campi Elisi: "Là risplende sempre il Sole/anche quando da noi è notte/e su prati di porpora, ombreggiati da incensi carichi/di frutti d'oro si stendono i beati./...e con le cetre cantano/perché sempre fiorita/è presso di loro la felicità./Ed un profumo soave li accompagna...".
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E poi rieccoci
alla sfera del celeste, ma non è
la solita endiadi di cielo e mare?
Resta dunque con me, qui ti piace,
e ascoltami, come sai.
¹
________________________________________________________________
¹
Vittorio Sereni - Niccolò, da "Stella variabile", Garzanti, 1982
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Jack Kerouac (1922-1969)...Non ricordo come morì Gerard (nella mia memoria che è limitata e prosaica) eccomi qui che corro a precipizio fuori di casa verso le quattro del pomeriggio e sul marciapiede di Beaulieu Street grido a mio padre, che ho visto sbucare lento e malinconico da dietro l'angolo, con la paglietta spinta all'indietro e la giacca piegata sul braccio per via del caldo estivo, gli grido eccitato "Gerard est mort" (Gerard è morto) come se si trattasse di un avvertimento importante capace di apportare un cambiamento migliorativo nelle nostre vite, il che in un certo senso era vero.
Ma io pensavo che l'accaduto avesse qualcosa a che fare con qualche divina trasformazione che avrebbe reso lui più nobile e simile a Gerard - Come se questi, dopo la morte, potesse ricomparire, grande, potente e rinnovato - La mente confusa di un bambino di quattro anni, con le sue visioni e il suo misticismo segreto -
...quando lui si limitò a dirmi in tono stanco: "Lo so Ti Pousse, lo so" provai lo stesso sentimento che provo oggi quando mi affretto ad annunciare alla gente la buona novella che il Nirvana, il Paradiso, la Nostra Salvezza è qui e ora, e vedendo la loro cupa reazione non posso che attribuirla alla pietosa e ostinata Ignoranza che è insita nella mente mortale.
"Lo so, lupetto, lo so" e tristemente si trascina in casa con me che cammino saltellando alle sue spalle
...Gerard è morto e l'anima è morta e il mondo è morto e morto.
...Da allora l'ho sognata un milione di volte, lungo i corridoi dell'Apparente eternità dove ci sono un milione di figure riflesse sedute ed identiche le une alle altre, la casa di Beaulieu Street la notte in cui Gerard morì e i Duluoz riuniti che piangevano con le facce verdi di morte per timore della loro morte futura, e il tempo ha già consumato tutto, quel sogno è finito già da tempo e loro non lo sanno e io cerco di dirglielo...

Jack Kerouac - Le visioni di Gerard (da La leggenda di Duluoz)

In questo libro autobiografico Kerouac si attribuisce il nome di "Ti Jean Duluoz". Gerard è il fratello maggiore, morto in tenera età.
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25 febbraio 2005


Il cosiddetto Sarcofago degli Sposi, Roma, Museo Naz. Etrusco di Villa Giulia
Giro del sole nelle nostre stanze,
da finestra a finestra da mattino
a sera.


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Per il comico greco
Alessi
la vita è come una festa, alla quale si giunge dai regni delle tenebre, come stranieri o ospiti, per ritornare poi nel paese dei morti (Ateneo, XI, 463).
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Quanti giorni, quante
stagioni, e poi anni...
Le nostre figlie bambine, poi donne.
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Ma già il paragone della vita come se fosse un banchetto si trova adombrato in un passo di Aristofane: "Io pago il mio tributo al banchetto della vita, perché io partorisco gli uomini" dice il Coro delle donne nella Lisistrata (V. 651)
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Diego Valeri (1887-1976)
Tu sempre più stanca e lontana,
poi finita, una mattina all'alba.



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Secondo
Bione (in Stobeo, Floril. V, 67) si doveva ritenere fortunato colui che poteva uscire dalla vita dopo averne gustato tutte le delizie, ed un pensiero analogo è ravvisabile in Orazio: "Ecco che ben di rado riusciamo a trovare qualcuno che ammetta di essere stato felice e, finito il suo tempo, se ne vada tranquillo, come un ospite sazio" (Satire I, 1, 117)
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Io qui ancora, a guardare stupito
il tempo che gira
col vecchio sole da finestra a finestra.
¹

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¹
Diego Valeri, Giro di sole nelle nostre stanze, da "Calle del vento", Mondadori, 1975. (Gli inserti sono ovviamente estranei alla poesia citata).
[
Qui e qui le parti precedenti del "progetto" ...we, the memories...]
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Giorgio Bassani (1916-2000)...Scendemmo giù nella tomba più importante, quella riservata alla nobile famiglia Matuta: una bassa sala sotterranea che accoglie una ventina di letti funebri disposti dentro altrettante nicchie delle pareti di tufo, e adorna fittamente di stucchi policromi raffiguranti i cari, fidati oggetti della vita di tutti i giorni, zappe, funi, accette, forbici, vanghe, coltelli, archi, frecce, perfino cani da caccia e volatili di palude. E intanto, deposta volentieri ogni residua velleità di filologico scrupolo, io venivo tentando di figurarmi concretamente ciò che potesse significare per i tardi etruschi di Cerveteri, gli etruschi dei tempi posteriori alla conquista romana, la frequentazione assidua del loro cimitero suburbano.
Esattamente come ancor oggi, nei paesi della provincia italiana, il cancello del camposanto è il termine obbligato di ogni passeggiata serale, venivano dal vicino abitato quasi sempre a piedi - fantasticavo - raccolti in gruppi di parenti e consanguinei, di semplici amici, magari in brigate di giovani simili a quelle da noi incontrate testé per istrada, oppure in coppia con la persona amata, e anche da soli, per poi inoltrarsi fra le tombe a cono, solide e massicce come i bunkers di cui i soldati tedeschi hanno sparso invano l'Europa durante quest'ultima guerra, tombe che certo assomigliavano, all'esterno non meno che all'interno, alle abitazioni-fortilizi dei viventi. Tutto, sì, stava cambiando - dovevano dirsi mentre camminavano lungo la via lastricata che attraversava da un capo all'altro il cimitero, al centro della quale le ruote ferrate dei trasporti avevano inciso a poco a poco, durante i secoli, due profondi solchi paralleli -. Il mondo non era più quello d'una volta, quando l'Etruria, con la sua confederazione di libere città-stato aristocratiche, dominava quasi per intero la penisola italica. Nuove civiltà, più rozze e popolari, ma anche più forti e agguerrite, tenevano ormai il campo. Ma che cosa importava, in fondo?
Varcata la soglia del cimitero dove ciascuno di loro possedeva una seconda casa, e dentro questa il giaciglio già pronto su cui, tra breve, sarebbe stato coricato accanto ai padri, l'eternità non doveva più sembrare un'illusione, una favola, una promessa da sacerdoti. Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere. Lì, tuttavia, nel breve recinto sacro ai morti famigliar!; nel cuore di quelle tombe dove, insieme coi morti, ci si era presi cura di far scendere molte delle cose che rendevano bella e desiderabile la vita; in quell'angolo di mondo difeso, riparato, privilegiato: almeno lì (e il loro pensiero, la loro pazzia, aleggiavano ancora, dopo venticinque secoli, attorno ai tumuli conici, ricoperti d'erbe selvagge), almeno lì nulla sarebbe mai potuto cambiare...


Giorgio Bassani - Il giardino dei Finzi-Contini
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2 gennaio 2005


Jacques-Louis David - Il dolore di AndromacaQuando partisti, come è nostra usanza,
inzepparono la cassa dei tuoi piccoli oggetti cari.
Ti misero l'ombrellino da sole
perché andavi in un torrido regno
e ti vestirono di bianco.
Eri ancora una bambina,
una bambina difficile a crescere.
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Fin dall'antichità l'idea che la morte è inesorabile e che, di fronte a lei, tutti siamo uguali, ha dato vita a scritti ispirati e a concezioni che tendevano ad infondere nei sopravvissuti un mesto conforto. E' in questo modo che
Ettore cerca di consolare Andromaca, esortandola a non provare tristezza per la morte che potrebbe capitargli, visto che nessuno, comunque vada, può sfuggire al suo fato (Iliade VI, 487 ss.). Altrettanto consiglia Seneca al caro Lucilio quando lo induce a non provare pena per la propria malattia: "Morirai non perché sei malato, ma perché sei vivo. Questo ti attende anche da sano; guarendo sfuggirai non alla morte, ma alla malattia" (Ep. 78, 6).
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Pure fosti accolta con rassegnata dolcezza,
custodita e portata alla luce
come matura la spiga di un campo esausto.
Io ricordo, sorella, il tuo pigolìo
quando ti chiudevi a piangere sulla loggia
perché volevi andare sul tetto a stare.
Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra.

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E come non ricordare le parole di
Teti a Peleo al termine dell'Andromaca di Euripide: "Il fato va seguìto fino in fondo. E' il volere di Zeus. Per i tuoi morti non ti dolere più. La loro sorte è quella che per tutti è segnata dagli dèi. Perché non morire non si può" (v. 1270). E, ancora, il conforto che Admeto riceve dalle parole del coro in morte della sua cara Alcesti. Anche piangendola, recitano i corifèi, essa non riemergerà dal Regno delle Ombre. E' così, muoiono persino i figli degli dèi... (Alcesti, vv. 985-87). E sempre in Alcesti, Eracle, pronuncia una significativa sentenza: "E' impossibile non morire. Nessuno tra i mortali saprà mai se vivrà anche il prossimo giorno..." (vv. 782-784).
_______________________________________________________________________________________

Ti misero nella cassa gli oggetti più cari,
perfino una monetina d'oro nella mano
da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata
all'altra riva. Noi restammo di qua
nella grande casa che tu sapevi rivoltare come un sacco.
Per un po' di giorni nessuno ebbe voglia di riassettarla.
Ci raccogliemmo intorno al camino
pensando al tuo grande viaggio,
alla tristezza di mandarti sola in un paese sconosciuto.
La nonna stava ad aspettarci da anni.
Da anni nessuno di noi era stato chiamato.
Nell'immensa plaga, in quella lunga quarantena
come avete fatto a riconoscervi?

_______________________________________________________________________________________

Demostene dice che la morte giunge per tutti, anche se uno "si chiude in una gabbia" (Apof. 97), e Properzio invita a non farsi troppe illusioni, nemmeno "corazzandosi" con ferro e bronzo... ("Ille licet ferro cautus se condat et aere,/mors tamen inclusum protrahit inde caput..." III, 18[16], 25). E questo perché il genio della nostra morte è senza pietà, come sentenzia Lisia (Ep. 78, ò te daímon emetéran moīran eilekòs aparaítetos...) o, come ribadisce Orazio, consigliando di offrire fiori e vino al genio che è consapevole della brevità del tempo (Ep. II, I, 144; ...floribus et vino Genium memorem brevis aevi...).
_______________________________________________________________________________________

Ti avevamo messo dentro la cassa gli oggetti più cari,
il tuo ombrellino, il tuo pettine, un piccolo mazzo di fiori.
Mia madre ti seguiva ad ogni tappa, dalla casa
alla chiesa, dalla chiesa al cimitero.
dava ricetto nella sua stanza ad ogni farfalla,
e tenne per lungo tempo la casa aperta
nella speranza che tu potessi tornare.

_______________________________________________________________________________________

Da un'iscrizione sulla via Appia annotai una volta questo epitaffio (che non credo necessiti di traduzione): "Quid, mater, ventrem laceras, quid pectoras plangis(?) Carere fatum ne(mo) mortalis potes(t)". Ed è un sentimento, questo, che trova albergo nei poeti più grandi che l'antichità abbia avuto.
Ovidio, per esempio, che nelle Metamorfosi (X, 32-35) fa dire ad Orfeo (rivolto ai luoghi "da dove non si torna"): "Tutti gli esseri mettono capo a voi: dopo la breve sosta del vivere, chi tardi o chi presto, tendiamo rapidi verso un'unica sede. Qui tutti noi siamo diretti; questa è l'ultima dimora, e voi reggete il regno senza fine del genere umano...".
_______________________________________________________________________________________
Un giorno una donna venne a bussare alla porta,
a dirci che ti aveva sognata.
La donna aveva una bimba malata, una tua compagna,
e tu l'avevi visitata.
Parlasti in sogno a quella donna, chiedesti qualcosa
che ella non sapeva; perché non sentiva in sogno
e tu parlavi e pareva che chiedessi una cosa
che nella confusione del distacco era stata dimenticata.
_______________________________________________________________________________________

E, per concludere, come non ricordare qui, in questo florilegio che raccoglie ciò che oggi, presi da un eccesso di (forse) incomprensibile vitalismo, tendiamo quasi sempre a rimuovere, quelle che, a mio avviso, sono forse le più belle parole che mai poeta abbia pronunciato sulla "sola notte" che tutti aspetta e su quell'unica strada che, con infinita tristezza (per chi resta), dovremo tutti percorrere: "Soles occidere et redire possunt;/ nobis cum semel occidit brevis lux,/nox est perpetua una dormienda" [Il sole può calare e ritornare,/per noi, quando la breve luce cade/resta un'eterna notte da dormire]. (
Catullo, Carmina V, 5-6)²
_______________________________________________________________________________________

Mia madre rovistò tra le carte,
stette a lungo a cercare i tuoi quaderni a uno a uno.
Guardammo per l'ultima volta
la tua scrittura tenera, il tuo esile nome
scritto dalla tua piccola mano.
Furono legati con un nastro bianco i tuoi quaderni
che avevamo dimenticati. La bambina te li avrebbe portati.
Aggiustammo i tuoi quaderni nella cassa
della compagna prediletta.
Anch'essa venne vestita di bianco
nel torrido regno da cui nessuno è mai tornato.
¹
_______________________________________________________________________________________
¹Leonardo Sinisgalli
, Epigrafe, da "I nuovi Campi Elisi", Mondadori, 1947
_______________________________________________________________________________________

Non domandare tu mai
quando si chiuderà la tua
vita, la mia vita,
non tentare gli oroscopi d'oriente:
male è sapere, Leucònoe.
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l'ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come si ci odiasse!
Così cogli
la giornata, non credere al domani.

Quinto Orazio Flacco, Carmina I, 11

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Novità in
Biblioteca:
Sisifo e il diritto alla morte
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1 gennaio 2005


Cratere a calice lucano a figure rosse del Pittore di Dolone, Ulisse assistito dai compagni incontra l'ombra di Tiresia negli Inferi, fine del V sec. a.C.Perché tu che sai tutto di Roma,
lo chiamate così quel vostro cimitero
con quel nome spagnolo che significa estate?...
(così - non lo dissi - per durare
porta la sua radice nell'estate
la primavera, morendovi).
______________________________________________________

Un documento fondamentale per la comprensione delle primitive concezioni greche dell'oltretomba, e che ebbe naturalmente parte grandissima in tutte le fasi della successiva vita religiosa e su tutte le elaborazioni letterarie e filosofiche, è il libro XI
dell'Odissea, e cioè la cosiddetta Nekyìa, dove si narra il viaggio di Odisseo sino ai confini del profondo Oceano, là dove sarebbe situato il paese dei Cimmerii, e dove (soprav)vive l'anima dell'indovino Tiresia, che il re di Itaca vuole interrogare².
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L'estate di Roma ci stava davanti
con la più svaporante
la sua più mortale calcinazione.
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Il poeta ci rappresenta le anime dei morti come tanti eìdola, immagini o simulacri che dir si voglia. Sono povere ombre che hanno poca consistenza e, soprattutto, poca luce di coscienza, ed appaiono quindi simili a larve o a sogni. Ed è appunto dalle visioni notturne che pare derivare questa concezione dell'essenza dell'anima dopo la morte. Il fuoco della pira aveva distrutto il corpo fisico ed era quindi un fantasma di esso a presentarsi nella notte, con le sembianze solo accennate del defunto.
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Ne prendo nota - sorrise - te lo dico la prossima volta.
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All'anima come puro spirito Omero non pensava affatto, ed infatti gli interlocutori di Odisseo hanno un corpo, ma povero di forze e c'è anche chi, come Elpenore, supplica il re di bruciare il suo cadavere (che è rimasto insepolto), quasi volesse recidere definitivamente quel legame con la vita vissuta. Un legame che gli impediva di assumere compiutamente il suo ruolo nell'al di là.
Povere di forze sono dunque le anime dei trapassati che si palesano ad Odisseo in attesa di poter bere il sangue che l'eroe offre loro, e che da esso trarranno quel poco di vita e coscienza che permetterà loro di interloquire con Odisseo e di replicare alle sue domande. Ma non ne sono del tutto prive. Infatti le anime dei guerrieri uccise reggono ancora le loro armi sporche di sangue e perfino Tiresia regge uno scettro d'oro.
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Risponde stasera per lui l'invisibile
cicala solista dell'ultima ora di luce
l'abitatrice delle foglie incendiate
di un troppo lungo giorno:
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Tutto il presupposto di questa rappresentazione del mondo infero è la possibilità di rapporti tra il mondo dei viventi e il mondo dei morti. E' una concezione del tutto eccezionale e che ha in sé alcuni spunti assai peculiari. In essa influiscono infatti antichi elementi di origine guerriera e popolare (il sangue bevuto dalle larve ridava loro quella coscienza che avevano perduto quando, da vive, esse si erano dissanguate lentamente, o perché trafitte da qualche arma o per il cessare della vita che aveva essiccato in loro ogni liquido). Ma ci sono anche spunti orfici laddove per esempio si indica specificatamente, in relazione ad Eracle, che quello che Odisseo vede non è il corpo dell'eroe (che si diletta nell'Olimpo) ma il suo fantasma (eìdolon), tradendo forse un'interpolazione successiva, visto che le anime descritte nell'ultima parte della Nekyìa sembrano avere una vigorìa ben diversa rispetto a quelle menzionate nella prima parte del canto (Orione caccia le belve con una grande mazza, Sisifo spinge un enorme macigno e Minosse amministra la giustizia).
_______________________________________________________________________________________

questo è el verano
e il Verano,
s'infervora l'infaticabile,
questa l'estate di Roma di Spagna di dovunque
questa è la primavera nell'estate,
rincara l'univoca la vermiglia voce abbuiandosi
in tutte le Rome di ritorno
di alcune estati prima.
¹
_______________________________________________________________________________________
¹ Vittorio Sereni, Verano e solstizio da Stella variabile (ora in Poesie)
² Una seconda Nekyìa è nel libro XXIV ed è molto diversa da questa. Le anime dei
Proci uccisi da Odisseo sono condotti da Hermes all'Ade, e lo seguono stridendo come pipistrelli. Giunti sui prati d'asfodelo incontrano le anime degli eroi troiani, anime che si presentano come simulacri (psykai eìdola kamónton), ma hanno intelligenza e memoria, e ravvisano coloro che conoscono.
_______________________________________________________________________________________

Madre mia, perché te ne vai mentre voglio abbracciarti
cosìcché anche nell'Ade, gettandoci al collo le braccia,
possiamo entrambi consolarci di questo gelido pianto?...

Ah, figlio mio, tra tutti gli uomini il più sventurato...
...questa è la sorte degli uomini, quando qualcuno muore;
i tendini più non tengono le carni e le ossa,
ma ogni cosa distrugge la forza violenta del fuoco
ardente, e appena la vita le bianche ossa abbandona
l'anima, come un sogno, fugge via volando.
Ma affrettati tu di tornare alla luce: e ricordati bene
tutto questo...

Odissea, XI, 210-223

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 I ritorni di Odisseo
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