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Il blog di Clelia Mazzini


conferre parva magnis


18 maggio 2005


M.C. Escher, Sphere (autoritratto)A distanza di alcuni anni oggi ho riletto questa frase di Cristina Campo: "La passione della perfezione viene tardi". L'avevo curiosamente appuntata su una vecchia edizione de El libro de arena di Borges ed oggi mi rendo conto quanto sia stata casualmente appropriata questa congiunzione letteraria.
Una congiunzione che, oltretutto, ben si addice al mio stato d'animo attuale, ben disposto verso ogni forma di utopia...
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Bruno Munari, Curva di Peano (1977)Il nostro tempo ha dato cittadinanza e rigore alla creatività, all'inventiva, ma la fantasia è comunque sempre esistita. Solo che oggi un movimento di idee può essere una meteora che dura pochissimi anni. Un secolo tutto classico non è più pensabile; e non da ieri, ma almeno dalla Rivoluzione francese, ed è un'accelerazione in continuo aumento. Oggi la "creatività" è diventata persino una professione con tanto di aggettivo divenuto repentinamente sostantivo: "creativo". Ma anche qui, a pensarci bene, nulla di nuovo
Pensiamo al
Leonardo della Gioconda che progettava però anche macchine militari (ma anche per altri usi), alle architetture di Giotto, nato pittore, ai famosi conii del (pittore) Pisanello, a Michelangelo, che disegnò, pare, la divisa delle guardie svizzere, all'architetto Alvar Aalto, partito come pittore espressionista, oppure a Le Corbusier che dipingeva alla Fernand Lèger,  per non parlare di Munari e di altri grandi grafici che sono stati anche grandi pittori.
Spesso uscire dai canoni rigidi dell'ispirazione per dare spazio (sfogo?) alla cosiddetta "creatività" è, per un'artista, quasi una necessità, uno "stratagemma" per tornare ad immergersi in quella realtà da cui egli trae linfa per la sua Arte e senza la quale vivrebbe in una specie di torre d'avorio, senza alcuna speranza, né possibilità, di gestire una pur minima forma di relazione con il suo "presente".
Sarà per questo motivo che, quando sento parlare (anche spesso) in maniera poco lusinghiera dei cosiddetti "creativi", la mia mente corre subito indietro ai loro "predecessori" che, sicuramente, non avrebbero mai immaginato di avere simili "figli"; ma, a pensarci bene, quale "genitore" sa di preciso quale sarà la prole che gli toccherà in sorte?
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George Eliot (1819-1880)- ...Essere poeta significa avere un animo così pronto a comprendere che non gli sfugge nessuna sfumatura di ordine superiore, e così pronto a sentire che quella comprensione non è che una mano che fa vibrare con modulazioni armoniche e diversificate le corde dell'emozione - un animo in cui la conoscenza si trasforma all'istante in sentimento, e il sentimento torna a rivivere come un nuovo organo di conoscenza. Ci si può trovare in quella condizione solo a momenti.
- Ma voi trascurate le poesie - disse Dorothea - Penso che siano necessarie per completare il poeta. Capisco ciò che intendete dire riguardo alla conoscenza che si trasforma in sentimento, perché credo che sia ciò che provo io stessa. Ma, nonostante questo, sono sicura che non sarei mai in grado di comporre una poesia...

George Eliot da Middlemarch
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13 maggio 2005


Anime a Spoon RiverRiprendendo il buon gusto classico di porre parole sulle labbra dei morti, come avviene nelle epigrafi greco-romane reali o fittizie, Edgar Lee Masters delinea in un centinaio di storie, al di fuori di un particolare luogo e momento storico, il problema dell'esistenza umana nei suoi livelli più vasti; pescando nell'America profonda, dà voce all'uomo e alla donna comuni e delle loro svariatissime esistenze condensa l'arco in pochi versi; ne assicura e mostra il significato nel momento supremo in cui esse si concludono.
Tali erano esattamente gli 
addii alla vita che popolavano i cimiteri pagani e che nel libro VII dell'Antologia Palatina ricostruiscono una cittadina o un paese ellenistici non di celebri politici o gloriosi generali, ma di vedove desolate, fanciulle in fiore, cortigiane, giocatori, bevitori, mercanti, filosofi, poeti, suonatori, sposi felici e spose infelici.
Lee Masters, che aveva avuto sentore di quel libro dal cólto direttore di un giornale di St. Louis, ne prosciugò gli epitaffi delle formule rituali, delle apostrofi, dei lamenti dei vivi, della metrica chiusa del distico elegiaco. Lasciò le fisionomie e le vite, come in alcuni sorprendenti epigrammi di Marziale, e le fece scorrere in prima persona, malinconico per ragioni metafisiche, ma fuori scena e impassibile.
L'Antologia di Spoon River è un distillato di filosofia e di indagine sociologica che, come ebbe giustamente a dire l'autore è "qualcosa meno della poesia e qualcosa di più della prosa". Per noi, ancora oggi, un punto di riferimento unico nel panorama della letteratura mondiale; conosciutissimo in Europa (e in special modo in Italia, grazie alla
felicissima traduzione di Fernanda Pivano) e praticamente dimenticato negli Stati Uniti (e, leggendolo, il motivo è ampiamente comprensibile).
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In rotta verso l'origineNostos, il viaggio che ognuno di noi ha intrapreso in un tempo più o meno lontano.
Questo viaggio è un cerchio. La sua meta è il luogo mitico nel quale ha avuto inizio: l'infanzia, le radici, la memoria. Circolare è anche la struttura che ci porta ad elaborare uno "stile", una strategia, uno "strumento" che ci permetta di (ri-)avvicinarci ai momenti che sentiamo lontani nel tempo, ma prossimi a noi a livello animico (quello che si è stati, anche il fanciullo, è ancora ben vivo in noi, ben più di quanto si è soliti immaginare).
Per
Nietzsche, la vita e tutta la realtà non sono altro che uno splendente anello d'oro che tutti noi possediamo. C'è chi lo custodisce con cura, chi lo vende per ricavarne un utile e chi, infine, se lo dimentica riposto in qualche cassetto mai più aperto.
Il Nostos è la nostra condizione di viaggiatori inquieti. Essere individuo, infatti, significa diventarlo, percorrere le strade ignote della quotidiana costruzione di sé, sempre finché la vita ci è lasciata in "uso".
Quando sarà il momento di "restituirla" saremo fortunati se, in lontananza, come novelli
Odisseo, riusciremo a vedere, per un attimo la sagoma incerta ma ambìta di ciò che un tempo siamo stati, di ciò per cui abbiamo viaggiato tanto.
Prima di reclinare il capo sereni, baciati da un refolo di vento che porterà con sé il profumo e il sapore della nostra "terra d'origine".
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Cristina Campo (1923-1977)E' rimasta laggiù, calda, la vita,
l'aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi...

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l'infinita
mia sapienza in frantumi. E tu, parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi...

Torno sola
tra due sonni laggiù, vedo l'ulivo
roseo sugli orci colmi d'acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.


Cristina Campo, La tigre assenza
(da leggere assolutamente Belinda e il Mostro. Vita segreta di Cristina Campo di Cristina De Stefano)
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12 maggio 2005


Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, 1917Se il mondo avesse un senso, non scriverei: così Albert Camus. In questo, l'esistenzialista, antimetafisico per antonomasia, viene a trovarsi d'accordo con chi invece ha fatto del periscopio metafisico il proprio strumento d'indagine privilegiato. Pur assestato su tutt'altre coordinate poetiche e ideologiche, Giorgio de Chirico avrebbe senz'altro sottoscritto il senso dell'operazione pittorica come correlato dell'assenza di senso del mondo: in modo più specifico e intrigante, dipingere proprio questa assenza di senso, dichiararla, reificarla.
L'operazione metafisica in pittura prende infatti le mosse da una visione radicalmente negativa dell'uomo nel cosmo, nutrendosi della semente nichilista
nietzschiana e della filosofia schopenhaueriana.
De Chirico sonda quello che
Nietzsche, con un'immagine ossimorica, chiamava l'abisso sereno e terribile del meriggio: la metafisica delle architetture, delle statue, degli stralci di portico non è altro che la tranquilla testimonianza di un non-senso. Un non-senso che però, grazie a De Chirico, si è trasformato in "sollecitazione ai sensi", arricchendo (e non di poco) il nostro sguardo (reale) sul mondo e sulla vita.
Un'arte che si nutre di filosofia e che ci restituisce immagini filosofiche è un tratto d'unione prezioso fra lo spirito e i sensi. Il colore si trasforma in pensiero ed i pensieri, prodigiosamente, ricostruiscono impalcature fantastiche.
In mezzo alla "piazza metafisica" ci siamo noi, stupefatti, sgomenti, a volte smarriti, di fronte a tanta forza e a tanta beatitudine.
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Ludwig van Beethoven (1770-1827)Odisseo piange alla corte del
re dei Feaci ascoltando l'aedo Demodoco che canta la guerra di Troia; Beethoven mi fa versare le stesse lacrime quando le parti armoniche e melodiche del suo Quartetto op. 130 si effondono.
Sulla partitura si legge che è composta sul ritmo della battuta di un cuore oppresso. Ascoltando l'opera capisco anche cosa l'artista ci ha voluto dire (e far provare).
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John Williams Waterhouse, 1889Come un lampo - rividi quel sentiero
fra le magnolie. E mi toccò il pensiero
che la nicchia nell'edera ancora
non avesse scordato la mia schiena,
che il nido di verbena
non si fosse riavuto.
Da poco era piovuto, e i grandi fiori
dissetati splendevano, che un tempo
come piccoli pugni si serravano
per resistere a un marzo di gran vento.
Passando, in un barbaglio lo rividi.
O mi parve. Talora la memoria
volta lo specchio:
non più freccia - bersaglio.


Fernanda Romagnoli,
Il tredicesimo invitato
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27 aprile 2005


Jean-Auguste-Dominique Ingres - Virgilio mentre recita l'Eneide all'imperatore Augusto (1812, part.)Ci dev'essere qualche ragione se Virgilio si manifesta (e si rende visibile) nei luoghi più impensati della nostra cultura. Per fare solo due esempi: Virgilio è presente alla mente di James Frazer quando inventa, con Il ramo d'oro, l'antropologia moderna. Il ramo d'oro: quel ramoscello che accompagna Enea nel suo viaggio nell'oltretomba (Eneide, Libro VI):

...Ma non si può discendere nei segreti della terra, prima
di avere staccato dall'albero il ramo dalle fronde d'oro...


[
...Sed non ante datur telluris operta subire,
auricomos quam quis decerpserit arbore fetus...
] (vv. 140-141)

Ma Enea è presente anche all'attenzione di Freud quando inventa la psicoanalisi e sceglie per epigrafe dell'
Interpretazione dei sogni un verso tratto dal VII Libro dell'Eneide:

...Se non riuscirò a piegare gli Dei, smuoverò l'Acheronte...

[...Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo...] (v. 312)

Una ragione per tutto questo ci dev'essere, non c'è che da trovarla.
Vuol dire che mi metterò all'opera.
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Christen Købke - Veduta di uno dei laghi di CopenhagenChristen Købke è giustamente famoso per il ritratto di Ida Thiele, immortalato da Hans Christian Andersen nella fiaba I fiori della piccola Ida, ma la Veduta di uno dei laghi di Copenhagen, dipinto nel 1838, riassume bene, secondo me, lo stile di questo (abbastanza dimenticato) maestro del Nord. Due donne sopra un piccolo pontile guardano verso una piccola barca con alcune persone al centro del lago; il tutto è ambientato in un calmo pomeriggio d'estate dove tutto appare come "sospeso". Unica concessione alla "storicità" (e quindi alla "realtà") del dipinto, una lacera bandiera danese che nemmeno sventola, tanto è calmo tutto ciò che la circonda. La calma, la serenità, la tranquillità sono infatti le note dominanti dell'arte pittorica di Købke. E pensare che proprio negli anni in cui dipingeva indifferentemente barche o bambine, torri di castelli o giovani signore o sentieri innevati, la Danimarca viveva tempi assai burrascosi con gravi perdite territoriali, rovesci militari, bombardamenti di città e distruzioni di monumenti. Ma pare che di tutto questo il pittore non abbia avuto il benchè minimo sentore, come se il mondo attorno a lui fosse cristalizzato. Viveva o meglio dipingeva un continuo idillio, lieve e cortese, come il sorriso stampato sul volto del collega Frederik Sødring da lui ritratto nella sua casa, fra gli oggetti più cari, con alle spalle uno specchio che ci fa intravedere appena un altro lato della sua vita. Forse quello "consapevole" che l'arte non era tutto, ma era pur sempre meglio del resto che viveva loro attorno.
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Shelley Duvall in una scena di Ritratto di Signora di Jane Campion
- ...Ci sono ottimi sentimenti che possono avere pessime ragioni, non lo sapete?...
Come ci sono pessimi sentimenti che a volte hanno ottime ragioni...


La contessa Gemini (Shelley Duvall) a Isabel Archer (Nicole Kidman) in
Ritratto di Signora di Jane Campion

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20 aprile 2005


Johann Heinrich Füssli - Il silenzioQuella che oggi chiamiamo, con un termine tecnico che ne ha sostituiti altri letterariamente ben più suggestivi (ma ugualmente dolorosi), "depressione", è stata di frequente protagonista delle opere di autori fra i più disparati (per stile, epoca e nazionalità). Segno che essa ha sempre avuto un ruolo preminente nella vita di molti scrittori e, idealmente, ha tracciato dunque una linea continua e facilmente riconoscibile in molta parte della letteratura mondiale.
Non nego che l'ispirazione a stilare la lista (senz'altro provvisoria) di cui tra poco darò conto è stata ancora una volta l'
opera di De Quincey che brevemente ho cercato di introdurre ieri. In quei "fantasmi" ai quali facevo riferimento (ed ai conseguenti "alibi" che servono ad uno scrittore per cercare, inutilmente, di eluderli) è senz'altro da accostare il "demone" più oscuro che c'è: la depressione, appunto, che può manifestarsi per una causa precisa (un lutto, un fallimento, una frustrazione), ma che può esplodere anche senza un motivo apparente (ed è questa la condizione senz'altro più pericolosa).

Una volta, come dicevo, questa malattia (o meglio, alcuni sintomi che si manifestavano in concomitanza con essa) aveva nomi ben più suggestivi (come ad esempio melancholìa), ed era correlata più che altro con l'apparente tristezza che affliggeva il depresso. Man mano che le conoscenze da un punto di vista psicologico sono aumentate, essa è diventata ben presto di pertinenza psichiatrica, perdendo un po' di quell'alone "romantico" che l'ha spesso posta, come scrivevo all'inizio, al centro di molte opere letterarie, ma guadagnandone forse in termini di possibilità di guarigione; anche se l'arte è stata senz'altro, prima dell'intervento medico, un ottimo strumento per far fronte al "male oscuro". Freud sosteneva infatti che l'artista riesce sempre a trovare la strada per tornare dal mondo della fantasia a quello della realtà, mentre il nevrotico rimane sempre in quello dell'incubo, dominato da una fantasia nera, grigia, spettrale.

...Un urlo silenzioso...Alla luce di queste brevi note "mentali", ecco allora che ieri mi sono dedicata (solo a livello superficiale, privilegiando cioè le opere che per prime mi sono venute in mente) a stilare una piccola lista che includesse quei lavori letterari in cui poteva essere riconosciuto abbastanza chiaramente l'intervento determinante della cosiddetta "depressione".

Ebbene parlavo di parole "suggestive" usate in passato per descrivere questo stato (che si credeva "d'animo" ed invece era, ahimè, ben diverso - oggi diremmo "nevrotico" con inferenze nel subcosciente), ed allora come non ricordare il meraviglioso
spleen di Baudelaire, più volte evocato nei Fleurs du mal (ma anche altrove) e soprattutto in quella lirica sublime dal titolo L'albatro (dove nella misera sorte "terrestre" dell'uccello è facilmente riconoscibile una metafora del "vissuto" del poeta). Ho poi pensato immediatamente (forse per assonanza linguistica) all'Albert Camus de La peste e de Lo straniero; ho poi virato verso il Thomas Mann che ne Il piccolo signor Friedmann (pubblicato in italiano qui), ne identifica le cause nel cosiddetto "mal d'amore". Robert Musil, invece, ne parla con grande lucidità ne I turbamenti del giovane Törless, mentre Ugo Foscolo ne segue la spietata crescita ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Italo Svevo la scopre nel suicidio di Amalia Brentani in Senilità, mentre J.D. Salinger ce ne offre un ritratto delicato nel racconto "Un giorno perfetto per i pesci-banana" (mirabilmente tradotto da Carlo Fruttero).
Concludo, ben sapendo che in molti mi rimprovereranno le omissioni (ma saranno critiche benvenute), citando un autore meno noto dei precedenti,
William Styron, che però, nel suo Un'oscurità trasparente, ci ha offerto una efficacissima cronaca, spietata e disincantata, della propria sindrome depressiva. Una patologia che ha perso (per fortuna) gran parte di quell'alone misterioso che pur tanta arte ha ispirato, ma che ancor oggi attacca apparentemente senza motivo e con metodi selettivi in apparenza incomprensibili; una malattia purtroppo spesso sottovalutata da chi ne è affetto e, soprattutto, da chi dovrebbe riconoscerla e curarla e che, senza dubbio, è alla base della conclusione tragica di molte vite umane.
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Kathleen Turner

- ...Apro gli occhi la mattina e mi dico: ma perché devo alzarmi? Perché devo mangiare? E perché devo respirare?..

Sarah Leary (Kathleen Turner) dopo la perdita del figlio in Turista per caso di Lawrence Kasdan


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18 aprile 2005


Il teatro di vita di Carlo GoldoniPer capirlo occorrerebbe reimmergersi nella Venezia del Settecento, in quella città che ogni giorno vedeva rinnovarsi il miracolo della propria esistenza e della propria bellezza. Si dovrebbe girare fra le calli, in mezzo ai gondolieri e alla gente, nelle malvasìe, nei negozi di spezie. Bisognerebbe ascoltarlo:

...Perché el Petrarca non imito o el Dante,
perché seguito el stil che piase a mi,
e no quello del Berni o del Morgante...


Chi pronuncia questi versi è
Carlo Goldoni, ai quali aggiunge per la sua gioia:

..E se il mio stil non piaserà ai poeti
che no vol che se diga poesia
senza imagini nove e bei conceti,
poco m' importa...


Nemico dei voli poetici, degli eccessivi sforzi della fantasia, convinto che solo la vita di tutti i giorni è la vera "vita",
Goldoni creò dei capolavori prendendo a prestito solo i personaggi della realtà. Forse per questo, ogni volta che si ristampa una sua opera, l'avvenimento interessa tutti, non solo i letterati, ma anche la gente che, di solito, non nutre grande interesse per le opere letterarie.
D'altra parte, il mondo di
Goldoni è simile fin nei dettagli al nostro. La sua città piena di crisi economiche ed esistenziali possiamo riconoscerla anche oggi e, a pensarci bene, certi suoi personaggi potremmo benissimo incontrarli facendo quattro passi.
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Da consultare:
Roberto Alonge - Goldoni. Dalla commedia dell'arte al dramma borghese
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...Lo sguardo dell'anima...Sul significato della parola "paesaggio", le definizioni contenute nei dizionari illuminano assai poco. Si dice che paesaggio deriva da paese, che evoca uno spazio aperto e vasto (e questo, in modo non dissimile dall'intuizione leopardiana de
L'Infinito, rimanda al di là dei suoi limiti ad un contatto con l'universo "interminato").
La difficoltà di chiudere questo sentimento in poche, esaurienti parole spiega la fortuna della definizione ottocentesca di
Amiel: "Il paesaggio è uno stato dell'animo": definizione che, nella sua indeterminatezza, vuole però evocare il fatto che l'importanza del paesaggio sta nella contemplazione della natura da parte dell'uomo, nel suo significato spirituale, nel dato che ogni sfondo naturale vive nell'uomo e in rapporto con l'uomo.
Questa presa di coscienza è già viva in Francesco Petrarca, quando egli compie per la prima volta l'ascensione di un monte al solo scopo di godere della veduta eccelsa dalla cima. Petrarca apre ai valori rinascimentali, alla progressiva consapevolezza "laica" ed autonoma del sentimento della natura, ed all'intervento dell'uomo secondo un ideale di bellezza che per la prima volta tenta di riconciliarsi nell'armonia con quelle "forze naturali", che per tanti secoli precedenti, erano state sentite come ostili e nemiche.
Non so se certe "
grandi opere" abbiano oggi celati in loro i germi di quell'auspicata "armonia". Non ne sono del tutto sicura, ma ovviamente lo spero.
Soprattutto per l'umanità a venire.
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Rex Harrison in Masquerade di J.L. Mankiewicz
- ...La gente ha così poco rispetto per il tempo... Come per tutto il resto scelgono il più, non il meglio. Sperano di vivere cento lunghi, miserabili anni e si sentono ingannati se ne vivono solo cinquanta dei migliori. La quantità sì, la qualità no. Venezia è piccola e preziosa, Los Angeles gigantesca e opprimente: eppure la preferiscono quasi tutti...

Cecil Fox (Rex Harrison) in
Masquerade
di Joseph L. Mankiewicz
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17 aprile 2005


Giorgio Vasari (1511-1574)Firenze, 1550. Il bello è a portata di mano. Dai torchi del Torrentino esce un libro singolare, una sorta di summa di tutte quelle meraviglie che si moltiplicano al primo sguardo in questa città che sembra un museo. Aprendolo, nella pagina del proemio, leggiamo: "...il primo modello, onde uscì la prima immagine dell'uomo, fu una massa di terra, e non senza cagione percioché il divino architetto del tempo e della natura, come perfettissimo, volse mostrare nella imperfezzione della materia la via del levare e dell'aggiungere nel medesimo modo che sogliono fare i buoni scultori e pittori, i quali ne' lor modelli aggiungendo e levando, riducendo le imperfette bozze a quel fine di perfezzione ch' e' vogliono...".
Per secoli si discuterà a lungo intorno ai materiali dell'arte, allo scopo della pittura, ai metodi, ai messaggi contenuti nelle opere, ma quasi nessuno potrà riscrivere queste righe. Si sarà capito: l'autore è
Giorgio Vasari l'opera è Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri. Una storia dell'arte attraverso quella delle esistenze.
Che in quel tempo parevano sovente confondersi.

>>>qui l'edizione integrale de Le vite de' più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani
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Pier Paolo Pasolini (1922-1975)Nessuno più di
Pasolini ha saputo leggere gli "stravaganti" (e proprio ieri parlavo di Sandro Penna, un poeta da lui amatissimo e sul quale egli ha scritto pagine critiche di rara bellezza), i "non definibili", per eccesso di marginalità o per eccesso di follia o per eccesso di squisitezza. Nessuno più di Pasolini ha saputo catturare le nuances minime, fuggitive, ignote alla perfetta razionalità di certi "ragionieri dello scrivere" (e sono parole sue): ma pure abitate dalla pienezza della vita. Nessuno più di Pasolini ha sentito l'odore della poesia, tra le mani, in un'edizioncina sprovveduta, culturalmente anonima, pervenuta da un paese sperduto: "Per esempio questo assurdo libriccino bianco che mi hanno mandato, impaginato in modo impossibile, in una copertina durissima che ricorda le agende dei negozianti...".

Da consultare:
Pier Paolo Pasolini - Il portico della morte
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Marcello Mastroianni ne La dolce vita di Federico Fellini

- ...Questa è proprio l'arte che preferisco,
quella che penso servirà domani.
Un'arte chiara, netta, senza retorica,
che non dica bugie, che non sia adulatrice...


Marcello Rubini (Marcello Mastroianni)
ne
La dolce vita di Federico Fellini


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16 aprile 2005


Edward Steichen - Portrait of Miss Sawyer (1914)Ci sono degli scatti di Edward Steichen che sono capaci di staccarmi dalla realtà e coinvolgermi a tal punto da dovermi concentrare solo su di essi per un lasso di tempo che, quando mi distolgo, sembra interminabile.
Questo figlio di un minatore e di una sarta, emigrato negli Stati Uniti con tutta la famiglia non appena nato (dal lontano Lussemburgo), che fra continui lampi di genio arrivò a dirigere la sezione fotografica del
MOMA, è davvero un grande affabulatore di luci, di ombre e di colori.
Passeggiando con lui, ieri sera, mi sono imbattuta nelle parole che egli pronunciò quando, a capo della divisione navale fotografica della marina statunitense (durante il II conflitto mondiale), si dedicò all'addestramento di una squadra di giovani fotografi che avrebbero dovuto seguire le varie squadre navali in giro per i mari del mondo.

...Non fotografate la guerra, ma piuttosto il ragazzo, la fatica, il mal di cuore, gli occhi che sognano...

Quest'uomo romantico e volitivo, che si dice assomigliasse vagamente ad Abraham Lincoln, mi ha decisamente avvinta e sono lieta di aver trascorso in sua compagnia gran parte del giorno appena trascorso.
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Sandro Penna (1906-1977)Sandro Penna ci ha lasciato i celebri versi:

Fuggono i giorni lieti
lieti di bella età.
Non fuggono i divieti
alla felicita.

E lui questo lo sapeva bene, perché la Poesia rappresenta spesso per l'autore (ma anche per chi la condivide leggendola) il mondo della felicità idealizzata (considerando che questo mondo non è affatto irraggiungibile a priori). Ma un concetto non irrilevante è anche quello dell'intuizione della gioia, che promana dall'auspicata mancanza di "divieti", dalla nostra perfetta aderenza (armonia) con il mondo circostante, di qualunque cosa o essere esso sia composto.
Una specie di paradiso terrestre in cui il passato è continuamente cancellato per fare posto solo all'attimo presente, ed in questo, almeno idealmente, Penna raccoglie decisamente il testimone di un suo
antico maestro.

>>>qui è consultabile l'opera (quasi) omnia di Sandro Penna
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Massimo Troisi e Philippe Noiret ne Il postino di Michael Radford



- ...La poesia non è di chi la scrive
ma di chi se ne serve...


Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) a Pablo Neruda (Philippe Noiret)
ne
Il postino di Michael Radford




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7 aprile 2005


Lord Hill and the 13th Light Dragoons at WaterloSolo un medico (e non me ne vogliano gli appartenenti ad altre "categorie") poteva descrivere con tanto crudo realismo cosa è veramente una guerra, cos'è realmente questo abominio del quale l'uomo non sembra potere (e volere) fare a meno. Chi lo fa, poi, è un medico-scrittore, noto per ben altri libri, che si occupa dell'epoca segnata da un uomo che lui chiama la "grande ombra", cioè Napoleone, descritto come una "traccia oscura" così intensamente metaforica da "coprire" quasi un intero territorio; un territorio che ha rischiato di essere l'intera Europa.
Il libro che contiene queste descrizioni di guerra si intitola appunto The Great Shadow
e si occupa in special modo della battaglia di Waterloo, della quale descrive soprattutto il "lato orribile", la "mattanza" inconcepibile, la crudeltà assolutamente gratuita. Nessun indizio è trascurato dall'occhio vigile dello scienziato; la carneficina possiede un'esattezza sconcertante: le morti atroci, le urla dei feriti, l'agonia dei morituri fanno da cornice al tramonto della "grande ombra", che si dissolverà soltanto dopo che un dettagliatissimo, alto prezzo è stato pagato. Come accade sempre dopo che qualche megalomane, sbucato da chi sa quale anfratto buio della Storia, ha lasciato traccia di sé negli "annali del mondo", con un passaggio breve, ma purtroppo indimenticabile nella sua sanguinaria messinscena. Di solito sono uomini piccoli che diventano grandi per l'ignavia di chi grande dovrebbe essere (o almeno sembrare) davvero.
Arthur Conan Doyle, il medico-scrittore, sa di cosa parla e lo fa inaspettatamente senza nascondere nulla. Dicendo ciò che c'è da dire e denunciando ancora una volta (magari inconsapevolmente e certamente non per spirito pacifista - visto che lui pacifista non era davvero), con la freddezza propria di un referto medico, quanto alcuni uomini (per fortuna non tutti) sono capaci di fare quando, momentaneamente, paiono essere invasi da un'oscura follia.
Come quella della "grande ombra", appunto.
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Alida Valli e  Farley Granger su set si Senso di Luchino Visconti- ...Non credevo che certe cose accadessero. Ma dopo tutto noi della nostra generazione siamo stati viziati, come bambini: ci piacciono le uniformi eleganti perché ci stanno bene... e i galloni d'oro, le mostrine, il suono della banda che accompagna il nostro incedere da eroi... C'è però il rovescio della medaglia: la lontananza dalle donne, la fame, il freddo, le fatiche. Sì, finché si tratta di brindare alle future vittorie siamo tutti pronti, ma non ci sentiamo di pagare quello che spesso costa la vittoria a cui brindiamo: la perdita di un braccio... una gamba tagliata alla coscia... un viso per sempre sfigurato...
Questa è la guerra! Decine di migliaia di uomini pronti ad uccidersi gli uni con gli altri senza ragione né scopo: la ragione non ha niente in comune con la guerra. Cos'è la guerra in definitiva se non un comodo metodo per obbligare gli uomini a pensare e ad agire nel modo più conveniente a chi comanda?...

Il tenente Franz Mahler (Farley Granger) alla contessa Livia Serpieri (Alida Valli) in
Senso di Luchino Visconti
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6 marzo 2005


La basilica di San Vitale a RavennaIn San Vitale, a Ravenna, mentre anni fa guardavo i mosaici di Giustiniano e Teodora, pensavo rapita che i loro cortei sembravano andare e venire eternamente in quella chiesa, ma in silenzio. Era lo stesso silenzio che, come una preghiera, sembrava avvolgere il Mausoleo di Galla Placidia. E, tra le tante parole che emersero dalla pace di quell'occasione, furono quelle di Salviano e di Sidonio Apollinare a colpirmi più di altre.
Poi ancora il rumore delle armi dell'esercito di
Odoacre, re degli Eruli, che si impadronì della città.
E di colpo mi sovvenni a riflettere sul fatto se, a Ravenna e nel mondo, si fossero resi conto, allora, che tutto si era capovolto. Che un nuovo evo era nato, seppellendo per sempre un effimero sogno di gloria che nessuna "restaurazione", per quanto suggestiva, avrebbe mai più potuto riesumare.
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Orson Welles (1915-1985)Far cinema significa essere continuamente in ritardo sulla vita: un film richiede troppo tempo per essere girato, e dunque finisce inevitabilmente per essere fuori moda. In questo modo,
Orson Welles, ha sempre giustificato i lunghi e tormentati percorsi dei suoi film, il suo rapporto ambivalente con l'arte che lo ha reso celebre e che lo ha fatto anche soffrire.
Espresso da lui, che con la sua arte sembra giocare in anticipo sul tempo, il concetto è quantomeno curioso.
Ma fa riflettere, e questo è ciò che conta.

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Alberto Bevilacqua"...come un'acqua chiara che brilli nel sole..."
E' metafora delle possibilità estreme con cui la luce ci trasforma in altre forme di vita attraverso quell'universo subatomico che scende all'infinitesimo: smisurato e ricco di energia non meno dell'universo delle proporzioni immense.
Ascolto i compagni di Miriam intrattenersi sulle loro teorie:
...le particelle che hanno una velocità di trilioni di volte superiore a quella della luce (che è il valore più basso) fanno crollare il nostro concetto di tempo e si comportano all'opposto delle particelle elementari, fino a rovesciare il rapporto di causa ed effetto, del prima e del dopo.
E' pura assurdità congetturare un
prima e un dopo
, il cui rapporto è frutto della suggestione dell'uomo; essi esistono soltanto perché l'uno ci illudiamo di conoscerlo, l'altro ci illudiamo che ci sia ignoto.
Qui va cercata la soluzione, per l'enigma della vita e della morte...

Alberto Bevilacqua - I sensi incantati
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