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Il blog di Clelia Mazzini


leopardiana


10 aprile 2005


Reinserisco oggi il pezzo sui diari che avevo scritto ieri e che, per i soliti problemi di HTML che affliggono questa piattaforma era "scomparso". Purtroppo all'atto dell'inserimento del nuovo articolo (che seguirà subito questo) non me n'ero accorta. Ringrazio Cristina per avermelo fatto notare e chiedo scusa ai molti che ieri avevano commentato lo scritto qui sotto; purtroppo le loro note sono irrecuperabili, ma le ho ben presenti nella mia mente e nel mio cuore.

Scusate per il disagio.

Clelia

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Tempo di DiariTempo di weblog, tempo di diari.
Non più scritti privati, ma appunti pubblici scritti "a voce alta" nei quali si possono leggere anche parole molto intime, a volte persino imbarazzanti, tanto pare di entrare nel recesso più segreto di colui (o colei) che apre le porte della sua anima.

Antonio Delfini ci ha lasciato un bellissimo diario. Il pensiero che chiude le sue "parole scritte a se stesso" è questo:

Correte e tacete e pensate alla speranza. Solo alla speranza. La Chimera non è, non sarà...

Un altro notissimo redattore di pagine diaristiche fu Elias Canetti che così spiega la ragione che lo ha portato a redigere con costanza delle note giornaliere:

Un uomo come me, il quale conosce la violenza delle sue impressioni, sperimenta ogni particolarità di ogni giorno come se si trattasse del suo unico giorno, vive di vere e proprie esasperazioni - non si potrebbe dire altrimenti - e d'altronde non combatte questa sua natura poiché ciò che gli preme è lo spicco, l'acutezza e la concretezza di tutte le cose che compongono una vita - un uomo del genere esploderebbe o in qualche modo andrebbe in pezzi se non si calmasse in un diario...

Mi piace tanto l'idea di placarsi attraverso delle parole scritte, che hanno senz'altro (poiché ben più ponderate) un'irruenza molto minore rispetto a quella dette.
Sento molto mio questo pensiero e sono lieta di condividerlo con una grande maestro della parola scritta.
Raccontarsi è importante, ci pone ogni giorno di fronte ad uno specchio implacabile. Che senso ha, infatti, "barare" a se stessi, nascondere ciò che noi per forza dobbiamo sapere di noi? Il belletto, il fondotinta, il rossetto non servono di fronte a questo specchio impietoso. Se si decide di usarlo occorre essere sinceri con lui.
Tempo di WeblogE' naturale però che, in quest'epoca di "diari pubblici", vi siano anche "utilità" diverse, meno intime, per scrivere e mettere le proprie parole a disposizione di altri. Non siamo molto lontani dal pensiero di Gombrowicz, per il quale il diario è scena, un modo per rappresentare l'Io e confrontarlo con gli altri. Per Herling (più umilmente forse, ma anche molto ambiziosamente - a pensarci bene) è cronaca della propria epoca (ed è recente la diatriba su quanto l'informazione via blog, negli ultimi anni, si stia piano piano sostituendo a quella "ufficiale" delle testate giornalistiche.
Ma qui il discorso si allargherebbe a dismisura e, a dire il vero, non avrei neanche gli strumenti per un'analisi sociologica del problema; altri ne hanno i mezzi, e ad essi rimando.
Stendhal scriveva che, attraverso il diario, egli si applicava alla "creazione di sé". Mi sento di sottoscrivere questo pensiero; io il mio lo scrivo (grazie ad una sollecitazione provvidenziale di mia madre) fin da quando ero fanciulla. Spesso rileggere le pagine più "antiche" mi appassiona, a volte rivedo idealmente volti dimenticati, altre volte mi stupisco dell'importanza data ad eventi risultati poi irrilevanti per la mia vita (e viceversa). I giorni (a volte poche note, altre volte fiumi di parole), i mesi, gli anni hanno lasciato una traccia su centinaia di quaderni. Ora anche queste pagine "virtuali", a volte, ospitano qualcosa di me.
Non tutto, non sempre, ma molto e spesso.
Un'esperienza nuova, diversa dalla precedente, ma forse anche più ricca.
Perché, in coda alle mie, si aggregano altre parole; diverse, feconde, intelligenti.
Un monologo che si fa dialogo. Uno specchio che acquista una dimensione; che non mi restituisce un'immagine piatta, ma una molta più preziosa. Forse anche più vera.
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Harriet Andersson in COme in uno specchio di Ingmar Bergman... Mi trovo in un ambiente enorme. Tutto è illuminato e tranquillo. Diverse persone vanno avanti e indietro e quando mi rivolgono la parola le capisco. Tutto è splendido e io sono serena. Alcuni volti irradiano attorno una luce quasi abbagliante. Tutti aspettano chi deve arrivare, ma senza nessuna ansia. E dicono che io devo essere presente quando tutto ciò avverrà... A volte provo un'ansia irrefrenabile, un desiderio violento del momento in cui la porta si aprirà e tutti si volgeranno verso di lui che si fa avanti... dev'essere la realtà. Io non sogno e quello che dico è vero. A volte mi trovo in questo mondo e a volte nell'altro senza che io possa impedirlo...

Karin (Harriet Andersson), schizofrenica in Come in uno specchio di Ingmar Bergman
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25 marzo 2005


...un immenso scartafaccio...Per ogni libero lettore dello Zibaldone vale senz'altro il principio di attrazione tolle et lege, come per i "classici". Del resto è la bellezza della prosa di quest'opera redatta "a penna corrente" (e per questo non "scritta" come nel caso delle Operette morali) ad attirare e trattenere, meditatamente, il lettore.
Lo Zibaldone è infatti la "necessità", per
Leopardi, di "fissare" il pensiero in parole, di portare al linguaggio il pensare, in quanto il linguaggio è una riserva di cose im-pensate (e spesso persino im-pensabili) ancora da valutare: un'iniziazione mentale, a cui il coraggio di una "filosofia dolorosa, ma vera" dà una forza inesausta e l'indicazione di un cammino.
"Noi pensiamo parlando" dice Giacomo, non esiste pensare senza parola detta o scritta. E' la ragione più profonda, credo, della tanta parte dello Zibaldone dedicata al linguaggio. Ricerca etimologica, cioè dell'originario nel linguaggio, che è, insieme, scoperta di una verità più essenziale. "Documento segreto", un secretum delle sue avventure mentali ed esistenziali ("tutto è posteriore all'esistenza"), lo Zibaldone appare anche come il bisogno di "comunicarsi agli altri" di "far parte altrui di ciò che provo". La ricerca di una possibile "verità" perseguita in assoluta solitudine, "senza nessun uditore", anche prescindendo dalle intenzioni intermittenti di una destinazione esterna, convoca ciascuno di noi lettori, non solo impliciti o postumi, verso una tensione universale del pensiero. La "comunicazione" di quest'uomo di genio è legata agli "altri" in una suprema pietas di solidarietà.
Il fatto è che in Leopardi pensiero e scrittura, riflessione e invenzione, ideazione e linguaggio, sono inseparabili, perché obbediscono, "rispondono" alla "causa", alla ricerca della verità sulla condizione e sul destino dell'essere uomo, cioè dell'essere mortale: e solo da qui, diciamo "metapoliticamente", sono derivabili dignità e rispetto, doveri e diritti, libertà e accettazione dell'altro, la pietà e la solidarietà fra gli uomini. "Sentimenti" che paiono incredibili, ma che pure esistono.

(continua, forse)
>>>qui la prima parte

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Ritratto di Fanny Targioni Tozzetti...Sapete che io abbomino la politica, perché credo, anzi vedo che gli individui sono infelici sotto ogni forma di governo. Colpa della natura che ha fatti gli uomini all'infelicità; e rido della felicità delle masse, perché il mio piccolo cervello non concepisce una massa
felice composta d'individui non felici...
...I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercare gloria e di beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà, senza battere una palpebra. E trovo molto ragionevole l'usanza dei Turchi e degli altri Orientali, che si contentano di sedere sulle loro gambe tutto il giorno, e guardare stupidamente in viso questa ridicola esistenza...

Giacomo Leopardi - Lettera a Fanny Targioni Tozzetti, 5 Dicembre 1831
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21 marzo 2005


Giacomo Leopardi (1798-1837)Ogni volta che lo compulso, lo Zibaldone di pensieri ("i Pensieri", diceva Leopardi; e subito ripenso alle differenze abissali, che separano i suoi dai Pensées pascaliani) mi riappare in tutto il suo splendore: alto, temibile, affidabile; riconoscibile e familiare nelle sue strutture, nella sua evoluzione, nei suoi percorsi labirintici in cui ormai da anni mi perdo; nella sua pienezza filosofica "organica".
E' senz'altro il testo filosofico più grande che sia mai stato scritto (e questa è solo la mia personalissima opinione; sia chiaro a coloro che, leggendo queste note "agiografiche", proveranno sùbito la tentazione di commentare eccependo).
Se è vero che questo "testo", unico nella storia del pensiero e delle letterature europee, permette, anzi sollecita, diversi modi e diverse strategie di lettura, è anche vero che esso si impone nella sua interezza (e non solo per gli "specialisti" leopardiani ma) per ogni lettore che voglia fare "uso" (ed il termine è proprio di Leopardi) liberamente dell'immenso scartafaccio, i cui limiti sono affidati, di volta in volta, all'interesse necessario di ciascuno di noi (ed utilissimi, a questo scopo, sono le polizzine e gli indici redatti da Giacomo stesso).
Certo, questa vera e propria "opera aperta", cui la cooperazione da parte del lettore è un'esigenza primaria, è talmente sconfinata che richiede una scelta, una gerarchia di opzioni, una risolutezza (e, oserei dire, anche un "controllo") nell'accesso e nel "consumo". Anche se ogni lettore ben disposto (e benemerito) dovrebbe forse sentire in sé, dopo le prime, timide consultazioni, l'esigenza (la necessità?) di leggerlo per intero (ma qui prevale senz'altro la mia sfrenata parzialità, il mio amore sconfinato per Leopardi...).
Direi convintamente che questo "libro" andrebbe letto nelle scuole medie inferiori e superiori (se esistono ancora) come
I Promessi sposi (sui quali credo sia però già caduta la mannaia burocratica); pur di arrivare a conoscere gli esiti (che comunque immagino "luminosi") sarei disposta anche ad accettare l'inserimento di brani antologici a discrezione dell'insegnante (tanto è assai difficile pescare male nella perfezione).
In fondo sarebbe anche un modo per mettere a confronto due geni italici: uno così cristiano e l'altro così a-teo, che, nell'unica occasione in cui si incontrarono (a Firenze, artefice il Vieusseux, nell'autunno del 1827), non ebbero quasi nulla da dirsi. Non direttamente, almeno.

(continua, forse...)
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Al Pacino e Robert De Niro in una foto di scena di The Heat-La sfida di Michael Mann (1995)- ...Una volta uno mi ha detto: non fare entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi, venti, se senti puzza di sbirri dietro l'angolo. Se tu sei sempre appresso a me, e dove vado io vai anche tu, be', come pretendi di tenerti tua moglie?
- Questa è una bella domanda. Tu invece sei un monaco?
- Ce l'ho una donna.
- Mm... E che le racconti?
- Che faccio il rappresentante.
- Quindi se dovessi vedere me arrivare da quell'angolo, abbandoneresti la tua donna... senza neanche salutarla?
- Rientra nella disciplina.
- E' un po' superficiale, no?
- Si, può darsi che lo sia. O lo accettiamo, o tanto vale che cambiamo mestiere.
- Io non saprei che altro fare.
- Ah, io neanche.
- E nemmeno vorrei fare altro.
- E io neanche.

- Da un po' la notte ho un sogno ricorrente: sono seduto a una grande tavola imbandita, insieme a tutte le vittime di tutti gli omicidi su cui ho indagato, sedute a tavola anche loro, e fissano tutte me, con quelle orbite nere e vuote. Molti di loro in testa hanno un foro di proiettile da cui cola sangue. Altri sembrano palloni, per quanto si sono gonfiati, perché li ho trovati solo due settimane dopo che erano stati ammazzati. I vicini avevano sporto denuncia per la puzza... Insomma stanno tutti lì, seduti, composti.
- E che ti dicono?
- Niente.
- Non parlano?
- No. Forse perché non hanno niente da dire. Stiamo seduti e ci guardiamo. Loro guardano me, e nient'altro: è questo il sogno.
- Io invece sogno di affogare: allora devo svegliarmi e mettermi a respirare o morirei nel sonno.
- Mm... Conosci il significato?
- Sì. Avere ancora tempo.
- Ah... ancora tempo. Per poter fare quello che vuoi?
- Sì, esatto.
- E ora lo stai facendo?
- No, ancora no.

- Eccoci seduti qui: io e te, normali, come due vecchi amici. Ma tu fai quello che fai e io faccio quello che devo fare. E ora che ci siamo conosciuti, se quando sarà dovrò toglierti di mezzo potrà non piacermi, ma ti avverto: se mi troverò a scegliere fra te e un poveraccio che per colpa tua rischia di lasciare una vedova, scelgo te, senza neppure esitare.
- Trascuri l'altra faccia della medaglia. Cosa succederebbe se tu mi incastrassi e fossi io a dover scegliere? Perché per nessun motivo ti permetterei di fermarmi. E' vero, ci siamo conosciuti, sì... ma neppure io esiterei, nemmeno un istante.
- Forse è proprio così che andrà o... chi può dirlo?
- Già. Forse non ci rivedremo mai più...

Il tenente di polizia Vincent Hanna (Al Pacino) e il rapinatore Neil McCauley (Robert De Niro) in The Heat-La sfida di
Michael Mann
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19 febbraio 2005


Giacomo Leopardi (1798-1837)Alla pagina 529 dell'autografo dello Zibaldone Leopardi scrive, il 20 gennaio 1821: "...neanche i fanciulli provano mai soddisfazione nell'atto del piacere, non potendo l'uomo essere soddisfatto se non da un piacere infinito...". Ma poi, curiosamente, corregge la parola uomo con nessun vivente, forse fin da allora inclinando a credere che il dolore non sia una prerogativa imposta solo al genere umano, reso infelice dalla sua prevaricante ragione (e, a pensarci bene, il dubbio rimarrà tale, almeno fino alla fine del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia -  che è del 1829-30: "...Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, covile o cuna, / E' funesto a chi nasce il dì natale".)

>>>qui l'autografo del Canto notturno di un pastore "vagante" dell'Asia
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Maurizio PolliniRiascoltando i quattro 
Scherzi (nelle interpretazioni pianistiche di Maurizio Pollini) mi rendo conto di quanto essi siano tra i brani più visionari che Chopin abbia mai composto, densi come sono di una sconvolgente originalità e di una maestosa ricchezza poetica. E davvero "visionaria" è l'intensità con cui il maestro italiano li interpreta, portando ad estremi di febbrile ed incisiva violenza (incandescente, ma mai esteriore) i contrasti laceranti dei primi tre Scherzi (ciascuno caratterizzato da intuizioni armonico/timbriche e soluzioni formali diverse) o esaltando l'aerea magia, la ricchezza di sfaccettature del quarto.
Un ascolto dal quale non si può davvero uscire "indenni".
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Patrick McGrath...Io non sono una persona socievole, e appena c'è un po' di gente tendo a rimanere in disparte. Lascio che siano gli altri a venire da me, è un privilegio dell'anzianità. Anche dagli Straffen mi ero messo vicino alla finestra del salotto, e bisbigliavo mezze frasi alle mogli dei colleghi che, via via, passavano a salutarmi. E guardavo Stella, cui Jack stava raccontando qualcosa che era accaduto a un ballo di vent'anni prima. A Jack Stella piaceva per le stesse ragioni per cui piaceva a me: per il suo spirito, il suo distacco e la sua sensazionale bellezza. So che era considerata splendida. Tutti dicevano meraviglie dei suoi occhi; aveva la carnagione pallida, quasi diafana, e folti capelli biondi, quasi bianchi, che teneva piuttosto corti e pettinati all'indietro. Era decisamente florida, con un bel seno, più alta della media, e il giro di perle che portava quella sera dava risalto al candore del collo, delle spalle e del petto. Allora la consideravo un'amica, e mi interrogavo spesso sulla sua vita inconscia. Mi domandavo se dietro quella sua maschera algida nascondesse serenità e ordine, o se, molto più semplicemente, riuscisse a dominare le proprie nevrosi meglio di altre donne. Pensavo che chi non la conosceva avrebbe potuto scambiare il suo autocontrollo per freddezza, o addirittura per indifferenza, e in effetti era proprio per questa ragione che, al suo arrivo in ospedale, Stella aveva incontrato resistenze e ostilità...


Patrick McGrath - Follia
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11 febbraio 2005


Giacomo Leoaprdi (1798-1837)Ho sempre pensato a Leopardi come ad un "poeta di confine", o meglio, come lui stesso scrive in una prima stesura dell'Infinito, del "celeste confine". E proprio questa sua celebre poesia svela, oltre all'ultimo orizzonte, anche un limite precedente che è quello di "questa siepe" che "da tanta parte/dell'ultimo orizzonte il guardo esclude".
E' così che Leopardi ci fa entrare dritti nel territorio ardito del paradosso che, etimologicamente parlando, fuorvìa, disorienta, ci allontana da ogni possibile frontiera, oppure, come in questo caso, ce ne indica addirittura due. Una inclusa ed una ulteriore. Ma non è tutto: la siepe che è lì, di fronte al poeta ("questa siepe..."), si fa nel testo improvvisamente più lontana ("...di là da quella") perdendosi così, indefinitamente, in quella zona "oscura" che chiamiamo (non potendola in alcun modo contenere) infinito. In questo modo, osservando quella siepe, è possibile "immaginare", oltre il suo primo confine, "interminati spazi". Ed ecco che allora la voce reale, presente e concreta del vento diventa l'annuncio di quell'infinito silenzio che di per sé è invece irreale, in quanto solo immaginato, ma che possiede comunque un linguaggio, poiché riesce a narrare al poeta le "morte stagioni" ed anche quella "presente", più viva, perché più prossima nel ricordo. La voce del silenzio giunge dall'infinito, racconta dunque sia il tempo concreto che quello astratto; sia la Storia che l'assenza di essa (cioè l'eternità che è infinito tempo, senza limiti).
E' a questo punto che, spinta
verso vette vertiginose di lirismo, la ragione del lettore sembra "naufragare", incapace di districarsi logicamente fra un tangibile limite reale ed un celeste confine che è prodromo di un mistero più profondo.
Mistero che racchiude in sé l'infinità dello spazio e l'eternità del tempo.
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John O'Hara (1905-1970)...Caroline Walker si era innamorata di Julian English quando già era un po' stanca di lui. Si era nell'estate del 1926, uno degli anni meno importanti nella storia degli Stati Uniti e quello in cui si era resa conto che la sua vita aveva raggiunto il massimo dell'inutilità. Aveva ormai terminato gli studi da quattro anni e si sentiva terribilmente vecchia, avendo raggiunto il suo ventisettesimo compleanno. Si era scoperta a pensare sempre più e sempre meno agli uomini e credeva nella verità di questo apparente paradosso senza prendersi il disturbo di analizzarsi più a fondo. Pensava a loro più sovente e pensava a loro meno sovente, ecco tutto. Si era già innamorata parecchie volte, sempre in modo diverso, ed i suoi sentimenti erano stati quasi sempre ricambiati. Gli uomini - tutti accettabilissimi - si innamoravano di lei con confortante regolarità e gli sforzi che aveva dovuto fare per liberarsene avevano finito col convincerla di non avere un aspetto spiacevole. Si era rammaricata di non essere veramente bella fino al giorno in cui un vecchio e simpatico pittore di Filadelfia, che faceva il ritratto alle signore dell'alta società, le aveva detto di non aver mai visto una donna veramente bella...

John O'Hara - Appointment in Samarra
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31 gennaio 2005


Lawrence Alma-Tadema - Saffo ed Alceo (part.)Lo Zibaldone di pensieri, il laboratorio del "vero filosofo", cioè di colui che spiega "chiaramente e distintamente l'arte vera ed utile", l'arte della salda e fredda osservazione dell'effettivo.
Ma il mondo non sopporta di essere svelato "effettivamente". Già la pura volontà di osservare senza finzioni implica uno stacco dal mondo e dalle regole che ne permettono la sopravvivenza. Nel suo stesso attenersi alla "cognizione della natura umana", il "vero filosofo" è incompatibile con il mondo, poiché una "vita civile" tanto può esistere quanto non si chiamino le cose con il loro nome, bensì si tratti e si scriva "col vocabolario della morale... l'arte della scelleraggine". Tener fermo l'effettivo è dunque, per
Leopardi, il colmo dell'ineffettualità.
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George Grosz - I ladri (part.)Parlare senza dire mai nulla, ma saperlo dir bene, è un'arte che possiedono in pochi. Solo qualche politicante e qualche imbonitore di piazza sembra nascere dotato di questa particolare virtù. Ma quando le due categorie trovano ricetto in un unico individuo siamo di fronte ad un caso sublime, un caso che senz'altro sarà studiato nei secoli a venire nei trattati di sociologia e psicologia. In particolare in quelli che tratteranno di "ipnosi collettiva".
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Maria Luisa SpazianiFollia non è sapere che di tutti / quei trentamila giorni che viviamo ne resteranno / forse dieci o venti ben vivi alla memoria. / Ma è pensare che per qualche disordine o disguido o inframmettenza di diavoli scaltri, / quei dieci o venti giorni a cui si affida / la nostra vera storia / non son quelli, ma altri...

Maria Luisa Spaziani - Transito con catene
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Da consultare:
->
Emanuele Severino - Il nulla e la poesia. Alla fine dell'età della tecnica: Giacomo Leopardi
->Elias Canetti - Massa e potere
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27 gennaio 2005


Giacomo Leopardi (1798-1837)Nella carriera poetica il mio spirito ha percorso  lo stesso stadio che lo spirito umano in generale... il mio stato era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi... La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire dentro un anno, cioè nel 1819 dove privato dell'uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, cominciai ad abbandonare la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose... a divenir filosofo di professione.

Giacomo Leopardi - Zibaldone, 143-144

In realtà
Leopardi non smetterà mai di essere poeta anche se è vero che, da quel momento in poi, si trasformerà anche in un filosofo (che attende ancora un reale riconoscimento per il valore della sua opera). Ma, nel farlo, non lascerà un non meglio identificato "giardino dell'innocenza" per immergersi nel "bosco della riflessione"; questo perché, come poeta, egli si darà il compito di stigmatizzare quanto in realtà quell'innocenza non esista affatto.
Con l'andar del tempo infatti 
Leopardi si convincerà sempre più che la poesia non ha nulla da invidiare alla filosofia e che, nei versi, è presente un conoscere forte e denso quanto quello perseguito dai filosofi.
E' così che diventerà un filosofo sui generis (come più tardi capiterà a
Gramsci, che pure seguirà "altre strade", quelle della politica, non meno tortuose), e sarà attraverso la poesia che egli si calerà in un mondo che ha smarrito l'innocenza dei "poeti" (o che, forse, i poeti e il mondo quell'innocenza non hanno mai avuto, come lascerebbe intendere, soprattutto nella parte finale della propria vita e del proprio pensiero, Pier Paolo Pasolini).
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Lalla Romano (1906-2001)...Sono uscita nella strada davanti all'albergo, e ho sentito l'aria. L'aria mi può bastare. E' la mia aria.
In nessun altra valle vicina o lontana c'è quell'aria. Io la riconosco dall'odore leggero che sa di latte, di strame, di erbe amare. Ma non è un odore, se non dopo.
Non è mai esaurito il mio bisogno di quell'aria. Io la penso di lontano, e mi nutre. Mi tormenta, anche: per qualcosa di irraggiungibile, ma anche di fatale. Essa è per me il passato: tutto quello che è avvenuto. Per me è anche "loro". In loro sono compresa io. La conoscenza di loro e di me, come non era veramente distinta allora, tanto meno lo è adesso...


Lalla Romano - La penombra che abbiamo attraversato

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8 novembre 2004


Il mondo in mano...Rispetto a molti critici futuri (ma anche a lui coevi) del mito del progresso, Giacomo Leopardi fu molto chiaro: secondo lui non esisteva nessuna relazione utile fra la condanna dell'idea di progresso e l'adesione a posizioni primitivistiche che esaltavano una natura "incorrotta", condannando conseguentemente la scienza come la forma più deleteria dell'intervento umano sulla natura. Tutta la sua metafisica ha alla base l'idea che non vi è nessuna relazione utile e consequenziale tra pessimismo e rassegnazione. Il suo impegno nell'abbattimento sistematico del mito delle "magnifiche sorti e progressive" trae origine da una visione materialistica della natura entro la quale (come del resto è ravvisabile in tutta la tradizione del materialismo) la scienza occupa un ruolo importante e decisivo.
"Da una stessa sorgente" - scrivera' nello Zibaldone - "
da una stessa qualità dell'animo diversamente applicata e diversamente modificata e determinata da diverse circostante e abitudini, vennero i poemi di Omero e di Dante e i Principi matematici della filosofia naturale di Newton... L' immaginazione è la sorgente della ragione, come del sentimento, delle passioni, della poesia; ed essa facoltà che noi supponiamo essere un principio, una qualità distinta e determinata dell'animo umano, o non esiste, o non è che una cosa stessa, una stessa disposizione con cento altre che noi ne distinguiamo assolutamente, e con quella stessa che si chiama riflessione facoltà di riflettere, con quella che si chiama intelletto ecc." (Zibaldone, 2133)
Anche le diatribe odierne sul rapporto fra scienza e "cultura" (come se la scienza fosse in qualche modo avulsa da ogni tipo di pensiero "culturale") e sui cosiddetti "problemi" fra "scienza" ed "etica" (come se la scienza agisse sempre e comunque su un piano precariamente etico), potrebbero beneficiare senz'altro di citazioni come questa e, nel complesso, di tutto il lavoro svolto da Leopardi attraverso la sua (ancora misconosciuta) opera filosofica.
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Novità in
Biblioteca: Fergus Lamont
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Segnalo: Un nuovo blog
              Lunario dei giorni d'amicizia dal blog Botteghe color cannella
             Eugenetica e fecondazione. Una premessa dal blog oiraid
             Incredibile (ma vero) da la Repubblica



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27 ottobre 2004


...tra realtà ed immaginazione...Il percorso più fecondo della creatività umana non si riconosce nella "verità" (peraltro sempre difficile da identificare e quindi, dramma-ticamente, condannata ad essere sempre "presunta"), ma nell'illusione.
In un mondo ormai necessariamente impostato sui termini della "ragione", tenuto prigioniero da quell'arido vero, cioè da quello che
Giacomo Leopardi chiama sapere di morte, la poesia, attraverso il frequente ricorso all'immaginazione, può concederci l'accesso ad un'altra saggezza: salire fino alle vette della conoscenza perduta, raffigurare, seppure non in maniera totalizzante i "forti errori" e le "illusioni" che ci richiamano continuamente alla vita.
In poche parole offrirci una via di speranza, non rigida, non univoca, non generale. Una strada che ognuno potrà percorrere a suo piacimento, liberandosi dai lacci del contingente. Una strada corta per chi non avrà tempo e coraggio; lunga per chi avrà voglia e forza di sognare.
Comunque sempre e solo una strada "altra" rispetto alla via corrente della razionalità. Non antagonista e neppure complementare, forse parallela.

Pare un assurdo, e pure è esattamente vero, che, tutto il reale essendo un nulla, non v'è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni...
Giacomo Leopardi, Zibaldone, p. 99
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Novità in
Biblioteca: Leopardi fra filosofia e poesia - Estetica contro la comunicazione
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Segnalo:
Numeri dal blog Mestiere di Scrivere;
Contro la violenza? leggo uno, due, mille libri dal blog Le botteghe color cannella;
Insonnia dal blog Contaminazioni



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