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Il blog di Clelia Mazzini


leviores artes


17 maggio 2005


El Greco - L'Espolio (1577-79, part.)Benché morto da secoli, El Greco continua ad essere uno tra gli artisti più vivi e più inquietanti del nostro tempo. Molte sono le mostre che gli sono state dedicate in tempi recenti, e gli storici dell'arte continuano a scrivere pagine su pagine sulla sua pittura, pagine che però quasi mai ci offrono un quadro esaustivo della sua persona. Chi era realmente quest'uomo, nato nel 1541 a Creta, l'isola degli enigmi, e morto a Toledo, città non meno misteriosa della Cnosso del Minotauro, nel 1614?
Tutti lo presentano come un essere immateriale, quasi un santo da paragonare a
Teresa d'Avila e a Giovanni della Croce. A leggere gli scritti dei numerosi panegiristi si direbbe che l'Arte del Greco scaturisce dalla fervida devozione che lo  portò a raffigurare continuamente la tremenda religiosità controriformista della Spagna di Filippo II, piuttosto che dal genio creativo che anticipò di tre secoli la moderna pittura europea.
Era un santo o un agnostico? Gli argomenti per affermare l'uno e l'altro si equivalgono. Certamente, nel suo inconscio c'era una profonda religiosità, poiché era nativo di Creta, l'isola che aveva dato i natali al padre degli dei,
Zeus, e dove, molto prima che venisse al mondo la Madonna, era fiorito il culto della Grande Madre. Ma quale religiosità? El Greco non era un semplice uomo "di fede", che crede e tace, ma un uomo di profonda cultura, che pensa e grida: un umanista, amico di umanisti. Possedeva lo spirito indagatore dei Greci e la mente critica dei viaggiatori i quali, avendo conosciuto paesi e culture diverse, sono in grado di confrontarle.
L'immagine del
Greco che ci è stata tramandata è sicuramente convenzionale e falsa, frutto di conformismo e di pigrizia. Qualcuno, nell'antichità, prese il vezzo di considerarlo "un mistico della pittura" solo perché dipingeva divinamente santi e madonne e i critici moderni sembrano ripetere spesso quest'errore. Nessuno pare domandarsi che cos'altro avrebbe potuto dipingere nel suo tempo e in una città come Toledo, dove il potere e il denaro erano quasi esclusivamente nelle mani degli ecclesiastici. El Greco viveva di ciò che guadagnava dipingendo, e nessuno lo avrebbe mai pagato perché dipingesse cortigiane. I suoi clienti erano le chiese e i conventi. Costretto dalle circostanze a dipingere santi, li dipingeva come sapeva: cioè prodigiosamente.
E' forse indispensabile essere santi per dipingere un santo? Non credo.
Sarebbe come pretendere che solo pittori morti siano in grado di dipingere efficacemente una natura morta. Cosa umanamente impossibile...
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W.M. Thackeray (1811-1863)...Aveva un gusto innato per qualunque genere di libro non previsto dai suoi corsi scolastici. Era solo quando gli affondavano a forza la testa nelle acque del sapere che egli si rifiutava di bere...

William Makepeace Thackeray da Pendennis

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14 maggio 2005


Conference at night

Che io ricordi Conference at Night è uno dei rari quadri di Edward Hopper dove i protagonisti del dipinto dialogano. Ma osservando bene i volti mi rendo conto che si tratta di una conversazione molto "sui generis"; infatti al di là del semplice gesticolare dell'uomo sulla destra, gli altri due interlocutori sembrano del tutto immobili, come rapiti da un'innaturale fissità (soprattutto la donna).
La "conversazione" di cui reca traccia il titolo del quadro si svolge in una stanza priva di illuminazione artificiale (e che sia notturna lo ricaviamo dal titolo del quadro); la luce, in realtà, proviene dall'esterno, e di per sé è sufficiente per non lasciare nell'oscurità la stanza e i suoi abitanti. E' opportuno notare come l'emissione luminosa esterna provochi una quasi netta divisione in più parti del quadro, (la parte inferiore del dipinto è illuminata, quella superiore no, ma anche fra le figure umane solo due sono investite dal fascio di luce, l'uomo in piedi resta invece in un cono d'ombra).
Sono rimasta per lungo tempo ad ammirare la perfetta armonia dei colori, la luce non solo "fisica" che promana dall'ignota fonte luminosa esterna, le non-espressioni dei personaggi, il loro dialogare muto, la vaga gestualità che accompagna le parole di uno di loro, il tormento che si legge sul volto della donna, l'oscuro silenzio dell'altro uomo. Non accade nulla dentro la tela, se qualcosa è avvenuto esso è da cercare fuori di lì, forse verso la luce dalla quale la donna sembra rapita.
Ci sono opere che hanno il potere di coinvolgere, di farsi "sceneggiare"; io, sulla scorta delle scarne note scritte qui sopra, ho pensato ad una storia per i tre ignoti protagonisti della magnifica opera di
Hopper. E' una storia di passioni e segreti, di desideri e sconfitte. Un giorno forse la metterò per iscritto.
Magari proprio qui.
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Sogno di gioiaTanto sembra mancare la gioia che vivere la sua esistenza nella storia è soprattutto sogno. Ogni credo la profetizza, ogni uomo ne lamenta l'assenza. Anche nella vita individuale la gioia è soprattutto pensata, in forma di ricordo, di aspettativa, di desiderio.
Chi è, o meglio, cos'è la grande assente? E' solo un'esplosione oltre la crosta dell'abitudine delle nostre potenzialità vitali oppure è solo conoscenza?
(Vago fra la "selva oscura" delle risposte possibili; l'utopia è dietro l'angolo, la speranza di cogliere un barlume di traccia da seguire è remotissima; ma non demordo, la curiosa ostinazione - e il tempo che ho messo da parte - mi aiuteranno nell'impresa. Forse.)


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Antonella AneddaAspetta che scenda la temuta notte, che scompaia
la luce del crepuscolo, e ruoti
la terra sul suo asse.
Questa è la verità di questa sera incerta
sui cespugli di acacie e sulle case
questa è la sua misura - un acro di deserto.

Sopporta i tuoi pensieri dentro il buio
che avanzino in fitte di memoria.
Puoi schierarli fino a crinali di spavento
fissarli vacillare quando la pianura si oscura
attenderne il ritorno ora che il cane tace
e la mente si spegne
per un attimo forma senza male
anima del geranio
tesa sulla ringhiera.


Antonella Anedda, da Notti di pace occidentale
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29 aprile 2005


Arte del Benin - Testa di Re (XVI sec.)La città di Benin, che sorgeva a poco più di 200 chilometri da Lagos, venne cancellata da un incendio appiccato dagli Inglesi nel 1897. Nel bottino di guerra figuravano oltre 2000 opere d'arte. Quando giunsero in Europa innescarono una sorta di corsa all'accaparramento. Vienna si assicurò la parte migliore; altri pezzi vennero dispersi; l'Italia rimase a guardare e non acquistò nulla ma l'esclusione dalla "gara" non fu determinata da inique lottizzazioni dello strabiliante patrimonio, bensì da puro disinteresse.
Per il suo fascino, arte del Benin fu per decenni sinonimo di
arte africana; era la sola infatti a poter contare su una gran quantità di materiale stilisticamente omogeneo, e che perveniva da un luogo definibile per storia, tradizioni e qualche data. Le ragioni dell'interesse erano, anche di altra natura; l'arte del Benin è caratterizzata da una forte impronta naturalistica che la rende immediatamente riconoscibile, almeno per quanto concerne gli esemplari di più alta qualità, e da un potente espressionismo trattenuto entro belle forme.
Olfert Dapper, nella sua Description de l'Afrique (1668), scrive che grandi placche di bronzo ornavano i pilastri di sostegno della reggia di Benin. La narrazione non si inoltra in dettagli, ma è evidente che alluda alle lastre di lega metallica sulle quali sono rappresentati re scortati da dignitari di corte, scene di sacrificio e di caccia ad alto rilievo. Si tratta di un naturalismo del tutto particolare, piuttosto astratto. Le figure del Benin posseggono una straordinaria regalità. Niente di così altamente perfezionato e aulico è noto in tutta la produzione di arte africana, tanto che risulta immediato anche al profano domandarsi quali influenze simili sculture abbiano subìto.
S'insinua quindi il sospetto che questo straordinario capitolo dell'arte africana, per molte ragioni incomprensibilmente autonomo, sia in qualche misura debitore della sua bellezza all'Occidente conquistatore. Del resto la produzione comincia ad aumentare e a mutare connotati dopo l'arrivo dei Portoghesi, imitando se stessa fino agli ultimi giorni. Gli studi sull'argomento sono ancora in corso, ma questo ponte fra Nord e Sud del mondo sembra ormai ampiamente documentato ed
assimilato nel nostro àmbito artistico e culturale.
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Per chi volesse approfondire la conoscenza dell'arte africana (non solo del Benin) consiglio una visita (almeno virtuale) al
Museo Dapper di Parigi.
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John Leguizamo in Moulin Rouge di Baz Luhrmann


- ...No, non è vero che l'arte sia semplice.
Perché lo sarebbe?
La vita stessa non è semplice, né lo è la mente umana...
Né in quanto a questo lo è il cuore...


Henri de Toulose-Lautrec (John Leguizamo)
in
Moulin Rouge di Baz Luhrmann



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28 aprile 2005


Greta GarboLa data di nascita è sempre imprecisa. Può variare di giorni, di mesi o, addirittura, di anni. Anche il luogo è spesso fumoso. Piccole cittadine portano ricordi fotografici di una irriconoscibile infanzia, vecchie contadine giurano di averla vista in fasce. Chi può dire con certezza dove e quando è nata una diva? E' praticamente impossibile, perché una diva deve avere un passato difficile da ricostruire. Seguono poi (di solito) una famiglia sbiadita, un'infanzia senza storia e un padre il più delle volte troppo debole per essere un punto d'appoggio.
Approfondendo un po' scopriamo che, per esempio, il padre di
Greta Garbo, Karl Gustafsson, non fu un personaggio eccezionale o un pilastro della società, bensì un poveruomo alto e magro, dai lineamenti delicati e sfuggenti, discendente da cinque generazioni di contadini e sprovvisto tanto di buona salute quanto di ambizioni particolari. L'indole della bambina, paffuta e disponibile ma di aspetto non superiore alla media, si formò inequivocabilmente in un alveo di quieto anonimato, di assoluta nonchalance esistenziale. (Lo stesso fu, pare, anche per Sophia Loren che parlando del padre, in un'intervista, ebbe a dire: "C'era e non c'era. E, se c'era, era solo per darmi delle delusioni").
Per molte dive la mancanza di un padre "modello" (o, meglio, di un "modello" di padre) ha coinciso con la comparsa, più o meno in giovane età, di un pigmalione. Di un uomo da cui imparare tutto, dal modo di camminare a quello di atteggiarsi, una fonte di certezze da cui abbeverarsi. Per qualcuna è stato un fotografo, per altre un Greta Garboamante o un marito, per altre ancora un regista. Ma per tutte fu la molla che fece scatenare il meccanismo della "divinazione".
Greta Garbo (sempre per rimanere in tema di archetipi) ebbe Mauritz Stiller, un personaggio del cinema svedese, molto in vista all'epoca, che, pare, non solo le diede il nome (anzi, un "cognome", visto che Greta era proprio il suo primo nome), ma addirittura l'ammaestrò secondo il suo prototipo femminile: ipersensuale, spirituale e mistico. Alla fine lei, gelida e morbosa come abbiamo imparato a conoscerla dai (purtroppo pochi) film che ci sono rimasti, restituirà ottimamente il tempo impiegato da Stiller per "educarla".
La "
divina", infatti, una volta imparato a "volare" non scenderà più dal cielo. Un suo sguardo, una sua parola, anche solo un semplice gesto sono diventati "cinema"; pura espressione di un'arte che lei stessa, come pochi altri, ha contribuito a creare.
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Glora Swanson e William Holden in Viale del Tramonto di Billy Wilder- ...Lo dicevo che nel cinema c'è qualcosa che non va.
- E' finito, distrutto. Un tempo, col nostro mestiere, gli occhi di tutto il mondo erano stregati da noi. Ma non era sufficiente per loro, oh no!, dovevano impadronirsi anche degli orecchi. Allora aprirono le loro bocche bestiali e vomitarono parole, parole, parole...
Avete fabbricato un capestro di parole per strangolare il cinema. Ma il microfono registrerà i suoi rantoli, e il technicolor fotograferà la sua rossa lingua ciondoloni...
- Siete Norma Desmond, la famosa attrice del muto. Eravate grande...
- Io sono sempre grande. E' il cinema che è diventato piccolo...


Joe Gillis (William Holden) e Norma Desmond (Gloria Swanson) in
Viale del tramonto di Billy Wilder
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5 marzo 2005


Antonio Donghi, Prima della canzone, 1930Allucinate ombre, dense e funeree, sovrastano gli splendori di Roma. Che si fa scenario irreale, evanescente visione di una gloria che non è più. Hanno quelle ombre i loro solitari, spiritati, a volte compiaciuti cantori. Li capeggiano Scipione e Mario Mafai. Dietro di loro uno sparuto stuolo di fedeli adepti. Uniti nella celebrazione di quella greve decadenza, che non è solo di Roma ma si insinua nelle smorfie stravolte degli uomini, nella loro demente allegria, nell'atteggiarsi seducente ed invitante dei corpi.
E' questo
il clima, carico di sulfurei ed allarmanti rintocchi, della Scuola Romana, certamente un mondo tra i più rappresentativi ed universali della pittura italiana del Novecento.
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Nicolas Cage e Cher sul set di Stregata dalla luna di Norman Jewison...L'amore non semplifica le cose, sai: quello che trova distrugge, ti spezza il cuore. Ma noi, noi non siamo qui per cercare le perfezione. I fiocchi di neve sono perfetti, le stelle sono perfette: non noi. Noi siamo qui per distruggere solo noi stessi, e per spezzare i nostri cuori, per innamorarci delle persone sbagliate e per morire...

Ronny (Nicolas Cage) a Loretta (Cher) in
Stregata dalla luna di Norman Jewison
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24 febbraio 2005


Michelangelo Buonarroti (1475-1564)Gli era stata pagata dal papa tremila scudi. Lui ne aveva spesi venticinque per i colori e aveva lavorato "con grandissimo disagio" col capo all'insù, sino a perdere quasi la vista "che non poteva leggere, né guardar disegni, se non all'insù per parecchi mesi", come racconta il contemporaneo Vasari. Ma il risultato fu eccezionale: la volta della Cappella Sistina dipinta da Michelangelo si rivelò subito per quello che era: un capolavoro.
Il maestro toscano aveva ricevuto l'incarico di dipingere
la volta della Cappella Sistina il 10 maggio 1508 da Giulio II. La dipinge in due tempi, interrotti dal soggiorno del papa a Bologna. La prima metà (da "Zaccaria" alla "Creazione di Eva"), tra il 1508 e il 1510. La seconda tra il 1511 e il 1512. Il 31 ottobre di quell'anno, Giulio II può ammirare la sorprendente visione dei nove episodi della Genesi in un gigantesco e vorticoso tripudio di "ignudi".
La Cappella Sistina dipinta da Michelangelo dal 1508 al 1512I disegni preparatori, oggi al
British Museum di Londra, rivelano le prime, embrionali idee dell'artista. Apostoli nelle lunette, studi di mani e braccia, dettagli anatomici e paesaggistici, ecc. Un foglio di taccuino (Oxford) del 1511 testimonia come il maestro inventasse ed elaborasse i motivi di figura. Nudi, teste, gambe, braccia, cornici architettoniche fatte più volte su uno stesso foglio, a diritto o di traverso, testimoniano la meticolosità con cui Michelangelo si accinse a dipingere uno delle più grande opere consegnate alla storia dell'Arte.
Purtroppo non ci restano i cartoni preparatori, che dovevano essere molti, grandi e dettagliati. Essi ci avrebbero restituito certe visioni prospettiche e certi contesti dei quali possiamo solo immaginare il faticoso percorso per giungere alla perfezione finale. Sotto questo aspetto, fondamentale si rivela l'insegnamento del fiorentino
Ghirlandaio, di cui Michelangelo "adotta" l'intera équipe di allievi fiorentini, il metodo di bottega, la tecnica del buon fresco e del colore puro e raffinato. A differenziarlo dal capo-bottega è l'eccezionale estro pittorico ed il suo stile che scolpisce e crea forme plastiche anche con i colori e le ombre. Forme che, a chi guarda ancor oggi "a capo insù" l'opera michelangiolesca, danno come l'impressione di essere vive, tanto sono dinamicamente proiettate in un movimento illusorio creato dai toni magici e cangianti del pennello del Maestro.
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Scena tratta da Furore di John Ford (1940)- Io non saprò più niente di te, Tommy: tu potresti morire e io non lo saprei. E se ti arrestano, chi me lo verrà a dire?
- Ma', forse è come diceva Casy. Uno non ha un'anima per sé solo, ma un pezzetto d'una grande anima, che è la grande anima di tutta l'umanità. Quindi...
- Che cosa, Tommy?
- Quindi non importa, perché io non potrò mai morire. Io sarò dovunque, dovunque ci sia un uomo. Dovunque ci sia un uomo che soffre e combatte per la vita, io sarò là. Dovunque ci sia un uomo che lavora per i suoi figli, io sarò là. Dovunque il genere umano si sforzi di elevarsi, coi ricchi e coi poveri, in questa comune aspirazione di continuo miglioramento, e dove una famiglia mangerà la frutta d'un nuovo frutteto, o andrà ad occupare la casa nuova, là mi troverai...


Tom (Henry Fonda) alla madre (Jane Darwell) in
Furore di John Ford
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23 gennaio 2005


Jorge Louis Borges (1899-1986)Nella cecità degli ultimi anni ("finissima l'ironia di Dio nell'assegnarmi ottocentomila libri e l'oscurità") abbandonato dai colori, dalle ombre, dalle forme, precluso all'orizzonte dello scenario quotidiano, il vecchio Borges, con una luce tutta interiore, penetra nel mistero illusorio della vita, nella inafferrabilità delle cose in bilico tra assoluta realtà e assoluta irrealtà. Eppure lo fa con un'estrema resistenza umana: "Tutto ci disse addio, tutto svanisce. / La memoria non conia più monete. / E tuttavia qualcosa c'è che resta / e tuttavia qualcosa c'è che geme". 
E ancora "Come potrebbe morire una donna o un uomo o un bambino, che sono stati tante primavere e tante foglie, tanti libri e tanti uccelli e tante mattine e tante notti...".
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Gustave Courbet (autoritratto col cane nero, 1842)Si ha idea del reale valore di un artista solo confrontando la sua grandezza con la "normalità" di chi gli sopravvive; di coloro che furono i suoi immediati successori, ma anche con la nostra, che spesso non possiamo far altro che essere muti e attoniti spettatori di quel "valore".
La grandezza di certi artisti giunge a noi rabbiosa come un uragano, mira a distruggere la nostra tranquillità, ci impone di riflettere, ci giudica e, alla fine, non ancora soddisfatta, ci emargina nel limbo di chi può solo "ad-mirari".

Da eterna "comparsa" ringrazio ogni giorno un mio (diverso e agognato) "protagonista".

Oggi tocca a
lui.
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Antonia Pozzi (1912-1938)Che cos'è un ritorno? Una cosa che, per qualche ora, scioglie i groppi duri che separano l'oggi dall'ieri e fonde il passato e il presente con sicurezza fresca, e li unisce lì, dove il male non ha luogo...

Antonia Pozzi - L'età delle parole è finita (Lettere 1927-1938)

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11 gennaio 2005


Come un quadro manierista...L'obiettivo si blocca su una scena, la riprende dapprima per intero, poi la seziona e la scruta nei suoi particolari come fosse un quadro d'autore. E lo è: il regista ha voluto derogare alla prima norma del cinema, rappresentare il movimento, per fermare i suoi attori in una posa inventata cinque secoli fa da un manierista.
A questo punto i cinefili avranno già capito che il regista in questione è
Pasolini, e che il film di cui sto parlando è Ro.go.pa.g, una pellicola collettiva firmata da Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti. Nell'episodio intitolato La Ricotta egli volle riprodurre fedelmente le Deposizioni dipinte da Pontormo e da Rosso Fiorentino.
Quando, nel 1963, il film entrò nelle sale, quella contaminazione sfacciata fece arricciare più di un naso; e non tanto tra gli storici dell'arte, preparati a ogni tipo di citazione (dai plagi che
Raffaello perpetrò ai "danni" del Perugino a quelli che Bramante operò nei confronti delle rovine romane). Furono soprattutto i fanatici dello "specifico filmico", quelli che ritenevano con Ejzenstejn che il cinema fosse l'arte del secolo, a criticare quel prestito come un segno di riverenza ad un'altra arte. Quella scena segnava, in realtà, proprio il momento in cui il cinema affermava la propria autonomia, tanto forte da non lasciarsi scalfire neppure dai confronti più temuti.
Ma ci sarebbero voluti altri artisti della levatura di
Pasolini, per capirlo, i critici cinematografici quella volta non bastarono.
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Da consultare: Pier Paolo Pasolini - Per il cinema
                                    Pier Paolo Pasolini - Saggi sulla letteratura e sull'arte
                                    Serafino Murri - Pier Paolo Pasolini
                                    Piero Spila - Pier Paolo Pasolini
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10 gennaio 2005


Bruce Davidson (n. 1933)Nato a Chicago nel 1933 da una famiglia di origine polacca, Bruce Davidson ha iniziato fin da bambino a fotografare ed ha al suo attivo mostre, documentari e reportage per le più importanti riviste americane. Fino agli anni Ottanta ha lavorato in bianco e nero, e solo successivamente ha iniziato ad appropriarsi del colore.
Da Parigi a New York, dall’Inghilterra a Los Angeles, dai nani del circo alla miseria dei neri di Harem, dalla solitudine in un bar a quella di un cimitero abbandonato, dal supermercato americano ai lavoratori che innalzano un ponte,
ogni fotografia è un mondo, ogni suo fotogramma rispecchia una sensazione o uno stato d’animo. Non mancano le immagini della gente sugli autobus e nella metropolitana. Tutto il campionario degli "ospiti" (viaggianti e non) si fissa con violenza o con struggente malinconia nelle sue pellicole Kodachrome.
Fra tutte, sono quelle "sotterranee" le "pose" di
Davidson che più ho amato.

[Chissà se
lei conosce questo fotografo. Qualcosa, a volte, me lo fa pensare.]

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Da consultare: Bruce Davidson - Subway
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18 dicembre 2004


Camille Claudel (1864-1943)E' un destino che ha gli ingredienti della passione e della tragedia quello di Camille Claudel artista da poco tornata all'attenzione dei critici e del pubblico. Figlia di un funzionario delle tasse e soprattutto sorella di Paul, il poeta che sarà poi famoso, inseguì la sua vocazione di scultrice a diciassette anni contro i pregiudizi della famiglia. Decise di lavorare nello studio di Rodin prima come modella, poi come allieva, fino a divenire l'amante del maestro; scambiò con lui affetti e ispirazioni, per precipitare poi nella più cupa solitudine. Accusò la sua illustre guida di averle rubato l'anima e il corpo per poi finire la sua esistenza in un manicomio. Fu ricoverata nel reparto dei "grandi calmi", restandovi per trent'anni, dimenticata, mentre le sue opere finiranno disperse. Il suo è un cammino bruscamente interrotto, segnato da una forte emotività, dalla ricerca geniale di una personalità fuori dal predominio altrui. Dai primi busti un po' accademici (che risentono di influenze classiche), ai volti dove appare già quella tensione che sembra voler cogliere "un attimo dell'anima".
Quando lei lavora con Rodin (si specializza dapprima nelle mani e nei piedi, ma fa anche "piccole teste") è difficile stabilire quale sia la sua vera parte creativa. Era già più grande di quanto allora si pensasse? Chissà. Ma c'è una scultura come
Sakountala che le vale, a 23 anni, una menzione al Salon des Artistes. Poi, prima della malattia, la virata verso opere dal gusto sempre più personale.
Ne
La valse ci sono due danzatori che non volteggiano, ma pendono, sembrano imprigionati in una spirale. In un primo tempo sono nudi, in altre versioni la donna è avvolta in un drappeggio che le sale sul corpo come un'edera. Più che ritmo e slancio, c'è attesa e abbandono. E' un istante dove il tempo si ferma e qualcuno romanticamente vi ha scoperto "l'innocenza della passione e della morte". E' la scultura da camera, l'erotismo pervaso di tenerezza, il soffio dell'Art Nouveau che arriva nel laboratorio solitario della scultrice.
Altre opere sono autoritratti interiori di Camille
, spesso con un senso di incompiuto o di sospeso, quasi un preludio ai frutti che avrebbe potuto portare la maturità, se essa fosse mai arrivata.
Ma il suo capolavoro è forse l'
Age mûr, una saga, un grido soffocato, un'allegoria fatta di tensione. Raffigura, nel bozzetto in gesso, un uomo che si volta verso una vecchia e abbandona una giovane inginocchiata che cerca di trattenerlo. Il riferimento personale è bruciante (Rodin infatti decise di abbandonarla, dopo averla costretta ad abortire, per timore che l'anziana moglie scoprisse la loro relazione), anche se nelle successive versioni il soggetto diventa più simbolico. Ma quella giovane con le mani protese, percorsa da una melodia triste, gli occhi rivolti al cielo, quasi strappata alla sua materia, è un'immagine che torna, da sola, ne L'implorante e in Le Dieu envolé.
Scriveva Paul Claudel: "Questa giovane nuda è mia sorella! Mia sorella Camille. Questa superba, questa orgogliosa, si è rappresentata così: implorante, umiliata, in ginocchio e nuda... Tutto è finito! E' questo che lei ci ha lasciato da guardare per sempre!". Infatti, quasi subito, subentra il silenzio. "Sequestrata" in manicomio per delirio di persecuzione, Camille non creò più nulla.
"Fui felice un tempo, ero bella. Ma d'un tratto tutto si spezzò come uno specchio...". Chi scrive così è sempre il fratello, colui che portò su di sé il peso del suo internamento ("mi sono sentito un miserabile") ma anche l'unico che, appena poteva, andava a farle visita.
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Da leggere: Una donna chiamata Camille Claudel
 di Anne Delbée
                 Camille Claudel - Anatomie della vita interiore a cura di Sandro Parmiggiani
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Novità in Biblioteca: Il dito di Galileo
[In Biblioteca è tornato tutto alla normalità. Ringrazio la redazione di Splinder per il tempestivo intervento]
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 Segnalo
: Sardegna: Grazia Deledda e Maria Giacobbe dal blog
vibrisse
              Mary Robinson: Dimmi dal blog i Miserabili
              Il dovere di essere felici dal blog plurale
             
Tormenti dal blog insolitacommedia
              L'alfabeto di william nicholson dal blog to drown a rose
             
Il silenzio, il bianco, lo zero [1] dal blog Percebar



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Blog nato il 7 maggio 2004
(riaperto il 15 ottobre 2004)


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