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Il blog di Clelia Mazzini


mŷthoplásteo


21 aprile 2005


Victor Brauner - Fascino (1937)Corpi per metà umani e per metà animali (centauri, minotauri, sirene), corpi umani trasformati in bestie, in piante o in astri (le cosiddette metamorfosi tramandate dai Greci e poi da Ovidio ed Apuleio), corpi di demoni e di diavoli (Cerbero, Minosse, il Satana dantesco), corpi bizzarri di esseri fantastici e prodigiosi (chimere, ippogrifi): quelli che oggi comunemente chiamiamo mostri non sono evidentemente un'invenzione recente della moderna narrativa dell'orrore, ma affondano le loro radici molto lontano, addirittura nella classicità. Tutto un prestigioso filone della cultura occidentale è connotato della loro presenza, all'insegna di una concezione dell'artista come artifex monstrorum.
E monstrum in latino significa portento, prodigio, miracolo e sta ad indicare, appunto, che i mostri meravigliano e inquietano. Riportano alla luce alcuni "fantasmi" psichici che l'inconscio collettivo rifiuta di accettare. Turbano e, nello stesso tempo, incantano. I mostri (non solo letterari) mettono in discussione radicalmente l'identità: la nostra come quella di chiunque altro. E contestano, con la loro stessa "presenza" (che è termine concreto dai connotati fortemente "astratti" - e non stupisca l'inciso - per rendersene conto basta ricordare che, in alcuni racconti - non solo di fantasmi - molto spesso si "percepisce una presenza", segno evidente che essa può senz'altro manifestarsi, ma in modo anche diverso rispetto ad un essere "comune"), dicevo che contestano i confini convenzionali con cui siamo soliti ordinare e "perimetrare" il mondo: quelli fra maschile e femminile, sessuato e asessuato, umano e animale, grande e piccolo, reale e immaginario, io e altro. Vampiri e licantropi, revenants e fantasmi, indemoniati e reietti non indicano infatti l'altro dell'uomo, ma qualcosa che è già in noi, e che ciascuno teme e com-patisce nel fondo di sé. Per questo irresistibilmente ci attraggono; possono (idealmente) terrorizzarci ma ci incuriosiscono. Per questo li andiamo a cercare nella letteratura, al cinema, nei luoghi dove pensiamo possano "manifestarsi".
Li cerchiamo perché ci sono affini, perché ci somigliano, perché li "sentiamo nostri".
E dunque non c'è da stupirsi quando, molto spesso, il lungo cammino che ci ha portato a scoprirli finisce proprio nel luogo dov'era iniziato. Qui, accanto a noi. A volte addirittura dentro di noi...
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Heinrich Füssli - Incubo (part., 1781)...Gorgoni, Idre e Chimere, le storie terribili di Celeno e delle Arpie continuano a riproporsi nella mente superstiziosa: ma già stavano lì. Sono copie, modelli - gli archetipi stanno in noi, eterni. Come potrebbe essere, altrimenti, che continuano ad impressionarci racconti di fatti che, in piena coscienza, giudichiamo impossibili? Forse la paura che nutriamo di queste cose è naturale, perché li sentiamo capaci di fare del male al nostro corpo? No, non è questo! Questi nostri terrori hanno una più antica origine, sono più antichi del corpo ed esisterebbero anche se il nostro corpo non esistesse... Che la sorta di terrore qui indagata sia puramente spirituale, che questo terrore sia tanto più intenso in quanto senza oggetto percepibile sulla terra, che predomini nel periodo della nostra infanzia innocente - tutti questi sono dilemmi la cui soluzione ci permetterebbe di penetrare in qualche maniera nella nostra condizione antemoderna, e dunque di gettare uno sguardo nel mondo delle ombre della preesistenza...

Charles Lamb - Witches and other night-fears (1821)
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4 aprile 2005


Jacques-Louise David - Leonidas at Thermopylae (part.)E' continua nell'antichità, fino dalle epoche più remote, l'idea che le anime dei grandi uomini siano sottratte alle angustie dell'Ade per essere destinate immediatamente all'eterna beatitudine dei Campi Elisi. Gli antichi reagivano al pensiero che tante opere di saggezza o di ingegno, che avevano prodotto gloria già in vita, finissero per essere dimenticate nel regno del buio e del silenzio.
La ricerca incessante, nel corso della vita, della felicità, della giustizia, di un giusto compenso per le buone azioni, si esplicita attraverso diverse credenze, le quali non convergono mai verso una dottrina unica (o che tenda almeno ad uniformarsi nei secoli), ma assumono via via forme e teorizzazioni varie, a seconda dei popoli e, ovviamente, anche delle epoche in cui sono state ideate. E, nel dir questo, non faccio riferimento solo alle cosiddette "apoteosi mitiche" come quelle di
Ercole, di Eaco, dei Tindaridi, di Dioniso e, nel mondo, romano di Enea e Romolo [eroi che sono compresi tutti, curiosamente eccetto Enea, all'interno di uno dei più famosi carmi oraziani (l'ottavo del libro quarto, quello diretto a Censorino)].
Nel suo ambizioso progetto di legislazione civile (illustrato nel
De legibus ma con dei cenni anche nelle Tuscolanae disputationes) Cicerone voleva che fossero considerati degni di onore quegli eroi (Ercole e gli altri che secondo il mito erano stati divinizzati per i loro meriti in vita) che potevano fare da punto di riferimento per i loro simili. Questo conteneva implicitamente un'idea cara al filosofo romano, quella cioè che se l'anima di ogni uomo contiene un germe di immortalità, quella degli uomini più eccellenti contiene in sé una stilla di divinità. Ed è appunto a queste anime che egli fa riferimento nel De republica quando assegna loro un posto speciale nell'Eliso, dove possono godere beatamente la meritata eternità fino ad auspicarsi infine, nel De natura deorum, che l'esempio di questi uomini illustri possa essere mostrato in varie città (attraverso are o monumenti) tanto da promuoverli come esempio di virtù civili.

Ovviamente diversa è la visuale se ci spostiamo (anche solo di poco) geograficamente.
In un celebre frammento di
Saffo, così la poetessa si esprime verso una donna che ha vissuto una vita oscura:

...Tu morta finirai lì. Né mai di te
si avrà memoria; e di te nel tempo
mai ad alcuno nascerà amore,
poiché non curi le rose della Pieria.

E sconosciuta anche nella casa dell'Ade,
andrai qua e là fra oscuri
morti, svolazzando.

E' implicito dunque che, per la ragazza di
Lesbo, colui o colei che al contrario ha vissuto una vita "cara alla Muse" non potrà mai aggirarsi nei regni tenebrosi, ergo dovrà per forza essere destinato ai Campi Elisi.
Analogo pensiero pare essere espresso da
Simonide:

...Benché morti, essi non giacciono,
poiché la virtù innalzandoli verso la gloria
li trae fuori dalle spire dell'Ade...

E potrei continuare citando
Tirteo secondo cui la gloria ed il nome di ogni eroe non potrà mai morire perché, pur essendo sotto terra, lui ormai è diventato immortale.
Simili pensieri, come dicevo, sono abbastanza frequenti anche nel mondo latino. Nei
Captivi di Plauto si legge che "chi muore generosamente in realtà non perisce", ed in Properzio:

...La fama acquistata con l'ingegno non cadrà mai,
l'onore che si tributa all'ingegno sarà per sempre...

La chiusa va a
Seneca (e come potrebbe essere altrimenti?) che nell'Hercules Oetaeus afferma:

Lo Stige non conoscerà mai l'anima di colui che ha vissuto nella virtù.
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John Wayne ne Il pistolero di Don Siegel
- ...Voglio che nessuno si occupi della mia morte; neanche chi vorrebbe salvarmi l'anima.
La morte di un uomo è la cosa più privata della sua intera vita...

John Bernard Books (John Wayne) a Bond Rogers (Lauren Bacall) ne
Il pistolero di Don Siegel


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17 marzo 2005


Edipo e la SfingeTiresia lancia un'accusa nei confronti di Edipo (nella tragedia di Sofocle a quest'ultimo dedicata): "E' stato il tuo successo a rovinarti". Infatti Edipo, liberando Tebe dalla Sfinge omicida, è diventato non tanto l'eroe, quanto l'uomo che, raggiunto il massimo del successo, finisce per soccomberne, divenendo così quasi un nostro contemporaneo in virtù delle sue qualità intellettive: "Fui io, Edipo, quello che non sapeva niente, che venni qui e fermai la Sfinge e indovinai con la mia intelligenza, non con i suggerimenti degli uccelli".
Egli vuole dimostrare così che l'uomo di ingegno, l'uomo di successo, non ha bisogno degli indovini per emergere e, prediligendo in questo senso toni e atteggiamenti moderni, sembra sforzarsi di evitare quegli elementi eroici che a volte rendono retorica la dimensione del tragico.
La figura di Edipo esce dunque arricchita da riferimenti al quotidiano che hanno ben presto creato attorno a questo mito di uomo teso al moderno un interesse che, in epoca più recente, ha coinvolto molti studiosi: da 
Freud a Deleuze, da Guattari a Kerényi; studiosi che si sono mossi via via sulla ricerca e l'approfondimento di un personaggio che, con la simbologia profonda che da lui scaturisce, consente di aprire scenari e paralleli di indubbio interesse.
Un altro momento "tragico" di grande spessore e di assoluta modernità è senz'altro quello che
Euripide ci ha trasmesso nell'Alcesti
, un dramma in cui il grande tragediografo sembra andare oltre il destino della necessità tipico della drammaturgia dell'epoca. Quasi a dimostrare che le cose aspettate non si compiono mentre alle inaspettate gli dèi riescono sempre ad aprire un varco. Questa voluta spoliazione dell'eroismo a vantaggio di una sua umanizzazione è, in fondo, una intuizione che fa parte a pieno titolo del mondo tragico di Euripide, l'autore senz'altro più attento a sperimentazioni scenche e ad innovazioni di tipo psicologico.
Non mancano nell'Alcesti angoscia, pathos e la presenza imperscrutabile delle divinità; ma in Euripide si sottopongono ad una mediazione psicologica che tende al naturale e non al naturalismo, a tonalità di tipo popolaresco, a tensioni di carattere familiare: per esempio nel motivo dell'amore coniugale, della gelosia di
Alcesti che, in cambio del suo sacrificio, esige che il marito non si risposi; oppure nell'attaccamento alla vita da parte di Admeto, o la profonda crisi e desolazione che prova quando capisce che dovrà perdere per sempre la donna che ama. L'Alcesti non è un "oggetto misterioso", come potrebbe apparire in un primo momento a noi moderni
, ma un testo di straordinaria fattura, di attualissima sensibilità, e con una struttura che fa pensare al dramma ottocentesco. A differenza di altri eroi della tragedia, in cui sono immediatamente riconoscibili certe costanti della loro condizione, nell'Alcesti gli eroi non esistono più (a pensarci bene non lo è neanche Eracle, la cui figura conserva quel sospetto di grottesco che rimanda all'Eracle delle Trachinie di Sofocle, in cui è già avvertibile quella contestazione alla esemplarità della forma classica che Euripide porta alle estreme conseguenze).
Solo in questo modo è possibile cogliere nella
tragedia greca non il suo momento monumentale, ma quello problematico, quello in cui la forma del tragico si fa specchio della profonda crisi e delle trasformazioni che attraversano l'uomo e la società.
Credo che una simile riduzione dell'eroe mitico, a misura umana, che coinvolge le figure classiche di Edipo e di Alcesti, costituisca il tratto d'unione più forte che si possa avere tra il teatro che ha reso immortali questi due autori e tutto l'apparato di studi moderni che da questa realtà antica ha preso vita fino a contaminare di sé i più ampi settori della cultura e della scienza.
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Per approfondire: Le voci EdipoSofocle ed Euripide dall'Enciclopedia dell'antico (Einaudi)
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William Hurt e Harvey Keitel sul set di Smoke di Wayne Wang- ...Be', Raleigh è quello che ha introdotto il tabacco in Inghilterra, e poiché era un favorito della regina - la chiamava Bess - il fumo a corte diventò subito di moda. Sono sicuro che la vecchia Bess s'è fumata qualche sigaro con lui. Una volta Raleigh scommise con la regina che era capace di pesare il fumo.
- Vuoi dire proprio pesare il fumo?
- Esatto, pesare il fumo.
- Impossibile, è come pesare l'aria.
- Ammetto che è strano, è un po' come pesare l'anima. Ma Sir Walter, che era un tipo astuto, prese un sigaro intero e lo pesò, poi lo accese e lo fumò scuotendo meticolosamente la cenere nel piatto della bilancia, infine mise il mozzicone spento insieme alla cenere e pesò il tutto. A questo punto sottrasse la cifra ottenuta dal peso del sigaro intero: la differenza era il peso del fumo...

Paul Benjamin (William Hurt) e Augustus 'Auggie' Wren (Harvey Keitel) in
Smoke di Wayne Wang
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15 marzo 2005


Piatto greco a figure rosse, V sec. a.C.C'è un momento topico nell'Iliade, e precisamente quando Achille rifiuta, complice la sua terribile ira per l'offesa subìta, di vestire la sua armatura e di correre in aiuto dei Greci. L'eroe acconsente però che sia Patroclo, il suo scudiero, a indossarla, che sia lui a portare morte e rovina ai Troiani in un momento cruciale della guerra. Questo passaggio di armatura, e di conseguenza questo scambio di ruoli nega in pieno la natura del rapporto che nell'epica omerica esiste tra il guerriero e quelli che volgarmente chiameremmo i suoi "ferri del mestiere". Armi e armatura sono infatti tutt'uno con il guerriero a cui appartengono, sono personali, inalienabili, costituiscono la forma che delimita la figura mortale dell'eroe. Privarsi della propria armatura è come perdere la propria identità, e alla stessa stregua indossare l'armatura del nemico significa appropriarsi pericolosamente di qualcosa che non ci compete.
Ecco perché Patroclo non potrà mai essere Achille pur portando il suo elmo, la sua corazza, il suo scudo e per questo soccomberà, privato da un dio dell'armatura invulnerabile del Pelide, nel duello con
Ettore
; così a quest'ultimo non gioveranno lo scudo, la corazza, l'elmo sottratti a Patroclo quando si batterà con Achille. Il travestimento di Patroclo prima, e quello di Ettore poi, risultano oltretutto inesorabilmente incompleti (perché non prevedono l'uso della micidiale lancia che solo Achille è in grado di maneggiare) e, come tali, inefficaci.
Proprio perché forme dell'eroe, strettamente legate al suo destino, le armi di Achille non possono essere alienate completamente da lui, e chi se ne appropria diventa un suo incompleto e tragico alter ego che in un modo o nell'altro non può sopravvivergli.
Le armi dell'eroe mirmidone, del resto, sono talmente "particolari" che porteranno lutti persino dopo la morte del loro legittimo proprietario.
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Per approfondire (in alètheia):
-
Per Omero in guerra cambia tutto

- Il rapporto tra Oriente e Occidente in Omero
Perché muore Ettore?
- Sul dialogo fra Odisseo ed Agamennone nell'Aiace di Sofocle
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Train de vie di Radu Mihaileanu...Dio esiste, dio non esiste: che importanza ha? Vi siete mai chiesti se l'uomo esiste? Dio creò l'uomo a sua immagine... E' bello: Schlomo a immagine di dio. Ma chi l'ha scritta questa frase nella Torah? L'uomo. Non dio, l'uomo. L'ha scritta senza modestia, paragonandosi a dio. Dio forse ha creato l'uomo, ma l'uomo, l'uomo, il figlio di dio, ha creato dio solo per inventare se stesso... L'uomo ha scritto la Bibbia per paura di essere dimenticato, infischiandosene di dio... Noi non amiamo e non preghiamo dio, ma lo supplichiamo. Lo supplichiamo perché ci aiuti a tirare avanti: cosa ci importa di dio per come è? Ci preoccupiamo solo di noi stessi. Allora la questione non è quella di sapere se dio esiste, ma sapere se noi
esistiamo...

Schlomo (Lionel Abelanski) così si rivolge a Yossi (Michel Muller) e Mordechai (Rufus) in
Train de vie-Un treno per vivere di Radu Mihaileanu
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10 marzo 2005


L'elaborazione del mito è qualcosa che, prima della ricostruzione storica, è all'opera nel mito stesso. Si tratta di un nocciolo teorico significativo, la tesi cioè che il mito non è un sapere primitivo, caratterizzato da una immediatezza poetica vicina alle origini. In realtà i miti sono già espressione di una situazione di distacco dall'immediatezza naturale della vita, sono già cultura e non più natura bruta. La mitologia greca, con la sua pletora di dèi in lotta fra loro, mostra che il senso del mito è quello di produrre una visione del mondo rassicurante attraverso la riduzione dell'assolutismo della realtà, cioè della paura che suscita la potenza inconscibile e caotica del reale fuori di noi. Il mito fa ciò distribuendo i poteri, assegnando a ciascuna divinità un nome (mediante il quale noi possiamo metterci in rapporto con essa) e una sfera di azione determinata.
La tesi che il mito non sia una forma di pensiero originario implica quindi un'importante conseguenza: le trasformazioni che esso subisce nel corso della storia, le varianti, eccetera, non devono essere commisurate a un senso originale del mito; il mito, in altre parole, si costruisce nella sua ricezione, nella sua elaborazione. In questo modo però diventa difficile distinguere l'elaborazione "razionale" del mito da quella che invece costituisce una prosecuzione di esso. Non si può configurare il progresso del pensiero come un passaggio dal mito al logós, giacché il mito non è un pensiero primitvo da demitizzare; e anche il logós, come mostra la fortuna del mito di
Prometeo, non si sviluppa nella tradizione occidentale se non in stretta parentela con il mito, che ritorna sempre anche là dove il pensiero (per esempio nell'Illuminismo o nella grande costruzione dell'idealismo tedesco) crede di averlo superato.
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Da consultare:
Hans Blumenberg - Elaborazione del mito - Ed. Il Mulino
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...Prendi un album di fotografie, uno qualsiasi di una persona qualsiasi, come me, come te, come tutti. E ti accorgi che la vita è lì nei diversi segmenti che stupidi rettangoli di carta rinchiudono senza lasciarla uscire dai loro stretti confini. E intanto la vita è gonfia, impaziente, vuole andare al di là di quel rettangolo, perché sa che quel bambino vestito di bianco con le mani giunte e la fascia della prima comunione al braccio, domani (dico "domani" tanto per dire un giorno qualsiasi) piangerà di nascosto perché si vergognerà di se stesso: una piccola turpitudine? Piccola o grande non ha importanza, perché essa prevede il rimorso, ed è di questo che stiamo parlando. Ma quella feroce fotografia, più severa di una governante, non lascia evadere la vera verità dai suoi pochi centimentri. la vita è prigioniera della sua rappresentazione: del giorno dopo ti ricordi solo tu...

Antonio Tabucchi - Si sta facendo sempre più tardi
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23 febbraio 2005


Ulisse porge il vino al ciclope PolifemoMancano nell'Odissea i temi "importanti" dell'Iliade dove, sullo sfondo della "fiaba", s'intrecciano e si urtano destini, rapporti di uomini e dèi, passioni erotiche e sentimenti profondi. Chi giunge all'Odissea da quella lettura non li trova più, o li trova comunque molti attutiti.
Il mondo a cui approda è più vasto e forse meno "vivace", intimo ma non "teatrale". Signori nei loro palazzi e pastori coi loro greggi, porti e
rotte di mare, sentieri e vie di città, l'intero Mediterraneo solcato dalla prima espansione dei Greci, con le sue isole e i suoi pirati, i commerci e le sorprese, e molti giovani, meno dèi, forse più canaglie, e al centro una coppia sposata che cerca di ricongiungersi dopo una lunga e drammatica lontananza.
Le virtù non sono quelle eccelse dell'Iliade, fuse in un destino superiore, ma quelle dell'uomo dalla mente accorta (polymetis), dai riflessi pronti, scaltro e incline all'inganno, abituato ad ogni situazione, coriaceo ed infaticabilmente pronto a porre in essere ogni stratagemma pur di raggiungere lo scopo del suo viaggio.
Nelle vicende di
Odisseo/Ulisse, Omero (o chi per lui) fonde mirabilmente elementi e stereotipi che si trovavano già nella favolistica tradizionale, intrecciandoli in un continuo (che è il primo segno del suo genio); sebbene la serie stessa di numerose avventure sia anch'essa un motivo peculiare di questo tipo di narrazioni fantastiche. Ossia le favole della prolungata (e spesso coercitiva) dimora preso una fata; della discesa agli inferi; del viaggio di ritorno nel sonno, straordinariamente veloce dopo un peregrinare tanto lungo; della ricomparsa dell'assente in vesti dimesse (o sotto mentite spoglie) e del suo riconoscimento mediante un atto di forza e valore eccezionale.
La favola fondamentale di questo stereotipo del viaggio e del ritorno, è apparentemente semplice ma si complica anche per la presenza di chi è rimasto a casa, in questo caso Penelope, che ha pure lei le sue "avventure" di attese e di astuzia.
Un antefatto, il suo abbandono per la partenza dell'eroe, è taciuto, ma esso viene rievocato nel suo momento opposto, quello del ritorno e del riconoscimento con un segno allora stabilito, proprio nel momento in cui la moglie è in procinto di scegliere (pur costretta) un nuovo sposo.
In mezzo fra i due estremi fissi, la serie agitata delle avventure, quasi una biografia per quadri, che affonda le sue radici nel passato più remoto: sia della nostra Storia che della nostra fantasia.
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Da consultare:
-
Uvo Hölscher - Odissea. Epos tra fiaba e romanzo
- Odissea (a cura di Maria Grazia Ciani) - Ed. Marsilio
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Vittorio Gassman (1922-2000)...Che ne ho fatto della mia infanzia, in quale curva ho sterzato per fare di me un bambino vecchio, incapace di assorbire i rumori del mondo, la fatica dei corpi e dei gesti che lo assiepano, terrorizzato in egual misura dal compito di vivere e dalla certezza del morire?
Eppure.
Paura della morte? Ripassa gli intercalari stupidi e saggi: la morte non la incontri mai, o ci sei tu o c'è lei. E di là, il niente; o più verosimilmente la vetta del monte infine rivelato, la sorpresa anelata, la spiegazione di una favola altrimenti vana, banale fino al disgusto.
Guardati allora vivere gli anni che ti restano (dopo tanti che hai predato, gonfi di piaceri e di furti).
Guarda il tuo fantoccio spendere i suoi giorni nel bene e nel male. Trascina con distacco la tua parte di fatica, delegala all'altro te, e raccogli attraverso lui i frammenti insignificanti ma splendidi della vita e della bellezza.
Certo è tardi; non pareggerai i tempi perduti. ma contieni almeno il tuo ritardo, rientra a ridosso del plotone che più avanti morde la strada e si dispone alla gran volata di vittoria. Laggiù, scorgi in quel manipolo i dorsi mulinanti dei tuoi figli; scova nelle reni, gregario, un briciolo di allungo, riportati su loro e regala una spinta che li catapulti sul traguardo.

Figli, figlie
per voi si affacciano
torrenti di parole.
E' così tardi per ricuperarvi!
Vi guardo solo, in silenzio.
Le parole rientrano
e da dentro mi segano il cuore.

Nessuno ti minaccia all'infuori dei tanti te che anelavano a un altro percorso e ti torturano, adesso, perché da un'eternità li conculchi e li disconosci.
Parla con loro, tratta un armistizio...


Vittorio Gassman - Memorie del sottoscala
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26 gennaio 2005


Ricordo di aver visitato ad Orune un luogo di culto antichissimo denominato (in epoca più moderna) Su Tempiesu (credo, se non ricordo male, che voglia dire "il tempietto"). Chi mi accompagnava mi disse che quello era senz'altro uno dei pozzi sacri meglio conservati dell'isola.
Pensai che, essendo la Sardegna una terra dalle precipitazioni molto irregolari, la gente che vi ha abitato doveva aver sempre posto il "culto dell'acqua" ai primi posti dei propri voti agli dèi. Rammento infatti di aver più volte visto, durante le successive visite sull'isola, diversi templi ipogeici a forma di pozzo sacro nei quali, secondo le convinzioni delle popolazioni nuragiche, doveva senz'altro trovare alloggio una divinità ctonia.
Lo stesso modello è andato ripetendosi nei templi a pozzo sardi: una scaletta che scende sottoterra sfocia in una sala dalla copertura a tholos (simile al modello miceneo) ma nel caso di Su Tempiesu, nella pietra terminale della cupola, furono rinvenute venti spade di bronzo; una suggestiva (quanto incomprensibile per noi) offerta alla divinità che elargiva l'acqua a questo popolo guerriero.

[...E come non ricordare poi l'emozione provata durante la visita al tempio ipogeico di San Salvatore a Cabras; con quelle pitture parietali romane e con le iscrizioni latino-puniche. Un vero incanto...]
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Enrico Palandri...Guardavo le bocche masticare pane e parole intorno al tavolo, mi sembrava fossimo già stati tutti in qualche fotografia di gruppo e che ormai, inghiottiti in mondi diversi, ognuno col suo modo di guardare il passato, risalissimo a fatica verso questo momento, nuotando controcorrente, sforzandoci di apparire presenti con risate, battute, cenni del capo. Bastava smettere di nuotare per un attimo, come avevo fatto io, e la conversazione passava avanti, ci si ritrovava in un altro luogo, in un altro tempo, come mi era capitato di continuo in treno durante questo viaggio e di nuovo adesso, a tavola tra vecchi amici...

Enrico Palandri - Le vie del ritorno
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16 gennaio 2005


Bronzetto etrusco raffigurante il suicidio di Aiace (480 a.C. circa)Odisseo non è solo Omero.
Odisseo è grande anche in
Sofocle.
Il dialogo serrato con il quale egli tiene testa ad
Agamennone sul finale dell'Aiace mostra in pieno tutta la logica e l'invincibilità verbale del re di Itaca. Ed anche la sua umanità verso l'uomo. Soprattutto verso l'uomo vinto.
Aiace giaceva morto, suicida, proprio a causa della scelta fatta di consegnare ad Odisseo, anziché a lui, le armi di Achille (dopo che Teti aveva acconsentito a concederle come premio  all'eroe che si era maggiormente contraddistinto durante la guerra di Troia). A nulla erano valse le suppliche di Tecmessa, a nulla la presenza del figlioletto Eurìsace. L'eroe, secondo solo ad Achille, si era ucciso gettandosi sulla spada che gli aveva donato in segno di rispetto (e al termine di uno dei più memorabili duelli dell'Iliade) l'acerrimo nemico Ettore
Teucro, il fratellastro di Aiace, ne pretendeva una giusta sepoltura. Agamennone, spalleggiato da
Menelao, invece, era propenso a lasciarlo insepolto a causa della potenziale strage che Aiace aveva meditato ai danni dei capi Achei (e che invece era stata una strage d'armenti dovuta alla follia dell'eroe ferito nell'orgoglio).
A questo punto entra in scena Odisseo, ad affermare la norma ultima della giustizia e della pietà, si rivolge senza paura ad Agamennone, guardandolo fisso negli occhi e sfidandolo nella sua autorità. Demolendo ad una ad una tutte le eccezioni e riuscendo a strappare al re l'autorizzazione alla sepoltura di Aiace. Ed anche quando Teucro, pur ringraziandolo e lodandolo per il suo intervento, gli fa capire di non volerlo accanto durante la sepoltura del congiunto, Odisseo si dimostra comprensivo ("Vorrei partecipare al rito, ma se tu prefersici di no, t'approvo") ed esce definitivamente di scena.

Agamennone: Tu ti schieri con lui contro di me?
Odisseo: L'odiai, quando l'odio era nobile.
Ag.: E non dovresti schiacciarlo da morto?
Od.: E' un guadagno miserabile da godere...
Ag.: La pietà non è facile a chi regna.
Od.: Però è lecito l'ossequio a chi consiglia bene.
Ag.: L'uomo perbene ascolta chi governa.
Od.: Sarai sempre re anche se cedi ai cari. Falla finita!
Ag.: E tu ricordati a chi stai rendendo omaggio!
Od.: Quest'uomo mi fu nemico, è vero. Ma fu prode.
Ag.: Rispetti tanto un nemico cadavere?
Od.: Il valore ha la meglio, in me, sull'odio.
Ag.: Eccoli come sono gli incostanti!
Od.: Di solito accade che quelli che ti sono amici poi t'avversano...
Ag.: E tu lodi l'acquisto di amici così?
Od.: Ciò che lodo è la sua anima inflessibile.
Ag.: Oggi, a causa tua, ci mostreremo vili.
Od.: E invece no, casomai giusti. Davanti a tutti i Greci.
Ag.: Vuoi dunque che io lo lasci seppellire?
Od.: Sicuro. Un giorno, poi, toccherà anche a me.
Ag.: Al solito: tu pensi per te.
Od.: E a chi dovrei pensare più che a me?
Ag.: Io non ci voglio entrare: la responsabilità sarà tua.
Od.: In ogni caso sarai anche tu nel giusto.
Ag.: E' bene che tu sappia questo: a te posso fare un favore anche maggiore; ma costui mi sarà nemico per sempre, sia da vivo che da morto. Quanto al permesso di fare ciò che occorre, te lo concedo. [Esce di scena]

Altri tempi, altri eroi...

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12 dicembre 2004


Dioniso, un dio che muore...E' possibile guardare tutta la vita in un attimo? Migliaia di anni fa, in Grecia, l'esperienza rispose di sì. La certezza veniva racchiusa in quella dimensione che poi si chiamerà la tracotanza del conoscere, in un dio chiamato Dioniso.
Non era un uomo, ma un animale e assieme un ente divino, una sorta di termine di tutte le opposizioni che l'uomo porta in sé. Egli governava sugli istinti e sulle contraddizioni, era l'impossibile, l'assurdo che si trasforma in vero, la gioia e il dolore, l'estasi e lo spasmo, il maschio e la femmina, il desiderio e il distacco, la benevolenza e la crudeltà, il toro e l'agnello, la vita e la morte.
Nel crearlo la sapienza aveva espresso se stessa, o forse anche ciò che sta oltre, poiché Dioniso è un dio che muore.
Scrisse
Euripide in Ecuba:

E Zeus generò
(affinché le Moire lo conoscessero)
il dio dalle corna di toro, e lo incoronò con corone di serpenti...

E nelle
Baccanti:

Lui è dolce, quando cade a terra tra le schiere che corrono tumultanti.
Si lancia a eccitare con la corsa e con le danze vaganti, incalzandole con grida di gioia...

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24 novembre 2004


...Atride, penso che noi,  respinti indietro, ben presto dovremo tornarcene a casa, se pure sfuggiamo alla morte, poiché la guerra e la peste distruggono assieme gli Achei... (Il., I, 59-61)Come ho già scritto a proposito di Ettore, per Omero, in guerra, cambia tutto. Tutto viene rivoluzionato, scosso, stravolto fino alle fondamenta.
Come si spiega, infatti, se non con lo "stato di guerra", il fatto che sia
Achille a convocare l'assemblea dell'esercito anziché Agamennone (l'effettivo comandante in capo degli Achei), subito dopo l'inizio del conflitto (Iliade, I, 54), e quando ormai l'epidemia infuriava nel campo greco da una decina di giorni?
Il suo è un discorso all'inizio tragicamente pragmatico (con quel palinplánchestai difficilmente traducibile ma che rimanda sia ad un concetto negativo di "ritirata", nemmeno tanto "strategica", sia invece alla decisione di dedicarsi ad una forma di "guerriglia sulla costa"); immediatamente però (e come spesso accade quando si parla di "guerra e segni") ecco una virata "mistica": "Magari sarebbe giusto consultare un profeta, un uomo di religione..." (I, 62). Ed ecco alzarsi
Calcante (lo stesso che aveva convinto Agamennone a sacrificare Ifigenia..., una cima, insomma).
Sono convinta che
Odisseo, scettico per natura e il cui silenzio durante l'adunanza è più che eloquente, abbia guardato sbigottito l'anziano Nestore [l'unico che al termine dell'assemblea (I, 246-284) ha il coraggio di prendere la parola per dire qualcosa che faccia rinsavire Achille (che si crede il capo) e Agamennone (che il capo lo è veramente)], e avrà pensato tra sé, con questi generali qui andiamo poco lontano...
Altro che strategie, altro che guerriglie, vuoi vedere che l'esito della guerra dipenderà da un indovino?
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Un affettuoso saluto a oiraid che ha deciso di chiudere il suo b




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