.
Annunci online

aletheia
Il blog di Clelia Mazzini


perí tinos


11 maggio 2005


Jospeh Turner - Snowstorm (1842, part.)Spesso la poesia esprime l'angoscia di un'esperienza individuale, e così facendo non alberga in sé una realtà "oggettiva", bensì l'altra faccia della poesia stessa, quella cioè della soggettività avvolta nel dolore, che in fin dei conti altro non è che il momento stesso dell'abbandono del "pensiero poetante". Poiché la poesia, nella pienezza creativa, non conosce questi vuoti, se non nel silenzio. Il fare poesia, come scrive Leopardi, sostituisce l'allegria, l'ebbrezza della forza vitale.
Si può ascoltare efficacemente il nulla soltanto da una ricca pienezza. Giacché l'energia informa il pensiero e genera amore, che, a sua volta, ricostituisce la pienezza, oltre la pratica del dolore, dello smarrimento, del dubbio.
E dunque, come ha ben visto
Kant, l'uomo non può vedere oggettivamente il reale essendovi immerso (condizione tra l'altro già ben espressa da Dante nei celebri versi: ...la vista che riceve il vostro mondo,/ com'occhio per lo mare, entro s'interna; / che, ben che da la proda veggia il fondo, / in pelago nol vede; e nondimeno/ èli, ma cela lui l'esser profondo...).

Ecco allora parole che discendono dal silenzio di un desiderio insoddisfatto e differito. Parole che non sono divinità immutabili sottratte alle intemperie dell'esistenza: che resistono alll'aria e che ci restituiscono il colore, il tempo, il vento, l'incanto fragile come neve sospesa tra la notte e le strade. Parole che affidano alla pietà di un verso il sapore amaro dei sorridenti addii.
Un tempo si sentiva il poeta come un vate che chiamava le cose per nome come nel primo giorno della creazione: oggi abbiamo l'impressione che i poeti contemporanei si accomiatino da loro.
Il libro che si va scrivendo non è la narrazione della vita, ma il congedo da essa. Le luci degli oggetti e dell'esistenza sono poca cosa rispetto al silenzio di quello che non è accaduto.
Forse nella fine della scrittura, la parola verrà consegnata allo sguardo senza confini del nulla che si manifesterà, minaccioso e ultimativo, nell'assenza di canto, nel vuoto torpore dell'inespresso, nella calma piatta dell'occhio del ciclone, che manterrà intatta una piccola parte del mondo dell'anima mentre, tutto intorno, la forza distruttrice della Natura (che noi siamo) raderà al suolo ogni residuo di speranza.
Dalle macerie dei giorni tornerà forse a sorgere la luce di una parola creatrice.
Ma saranno altri a darle un nome.
Un nome che, probabilmente, non sarà più Poesia.
________________________________________________________________

Margherita Guidacci (1921-1992)Se il muro fosse di pietra e non d'aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d'ombra che ti rigano l'anima
fossero l'ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d'una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell'orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s'aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d'ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l'aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.


Margherita Guidacci, Il vuoto e le forme, Rebellato, 1977
________________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultimo libro inserito in Biblioteca: Mademoiselle Anicet



permalink | inviato da il 11/5/2005 alle 4:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


10 maggio 2005


E' vero che noi nasciamo per un atto determinato (o indeterminato?) che siamo soliti chiamare procreazione, ma mi vado sempre più convincendo che non sia quella la nostra nascita reale. Noi nasciamo ad una vita nuova nel momento in cui decidiamo di raccontare (a noi stessi, ad altri) la nostra storia, ridefinendola con la nostra scrittura, che stabilisce il nuovo stile secondo il quale noi esigiamo di essere compresi dagli altri. E' questa la nascita che, attraversando la vicissitudine imprevedibile della scrittura, ci diamo da soli. Essa non è dunque l'effetto di un atto arbitrario che appartiene ad altri e di cui non siamo soggetti. Non è nemmeno (non deve essere) il resoconto obbiettivo e neutrale della nostra esistenza passata.
Da un lato la ricerchiamo e la definiamo come una legge misteriosa ma necessaria del nostro esistere e dall'altra la scopriamo come la nostra vera nuova vita, che si forma e si costituisce attraverso l'atto del nostro scrivere.
La nostra nuova vita sorge in bilico tra scoperta e invenzione, ed è davvero sorprendente come la realtà del nostro essere si debba raggiungere attraverso un processo paradossale mediante il quale bisogna reinventarsi attraverso la scrittura, per diventare, infine (per dirla con Nietzsche), quello che si è.
_________________________________________________________________

Gerard Richter - Betty

Di te non scriverò
io sono tutta scritta di te.
Non c'è al di là del mio margine ombroso
pagina chiara che ti possa accogliere.


Elena Clementelli, Così parlando onesto, Garzanti, 1977



_________________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultimo libro inserito in Biblioteca: Introduzione alla filosofia della biologia



permalink | inviato da il 10/5/2005 alle 3:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


24 aprile 2005


Il monocero e l'orso dal Bestiario di AberdeenIn una delle sue lettere, precisamente quella catalogata con il numero 55 (integralmente leggibile aprendo il collegamento precedente e sfogliando l'elenco), Agostino di Ippona ricorda che i simboli contengono un insegnamento; senza temere l'esagerazione egli sostiene che essi hanno lo scopo di risvegliare e nutrire il fuoco dell'amore affinché l'uomo riesca ad elevarsi verso ciò che è al di sopra di lui e che da solo non saprebbe raggiungere. Nel De doctrina christiana il "dottore" studia i segni, i simboli racchiusi nelle sacre scritture. Confessa che taluni passaggi sono ardui, quasi impossibili da spiegare, altri gli appaiono ambigui (signa ambigua, scrive proprio così).
Dall'universo evocato di piante, animali, minerali, dal mondo criptico che ha attraversato egli esce a testa alta, e l'opera che ho appena citato è senz'altro alla base delle scienze naturali, geografiche, mineralogiche, botaniche e zoologiche del Medio Evo. Da essa nasceranno i bestiari e i lapidari dei secoli di mezzo.
Non deve stupire quest'apparente aporìa che potrebbe manifestarsi tra sacro e profano; per convincersene basta saper cogliere la complessa simbologia delle cattedrali, dove tutto era organizzato secondo un preciso calcolo. Anzi, una definizione di cattedrale potrebbe essere: luogo ove si incontrano i simboli adatti ad avvicinarsi alla conoscenza del supremo. Le bestie, le pietre, le forme mostruose e angeliche si incontravano qui con la proporzione (il regno del numero) e con la musica, la quale (come ho
avuto modo di scrivere altre volte) altro non era considerata che sviluppo del numero. Ed è anche vero che la cattedrale rappresenta l'ultima grande interpretazione del Timeo platonico e l'estremo abbraccio alle dottrine pitagoriche.
Non a caso, quando i musici evocano con le note il cielo visibile e quello invisibile, essi si rivelano in tal luogo attraverso il "concerto". Ma il discorso si farebbe estremamente complicato, perché infiniti sarebbero i concetti matematici e musicali da approfondire. Chi volesse affrontare questa danza di simboli e di sensazioni può allora recarsi al
Museo Nazionale del Medioevo a Cluny. Qui troverà due capitelli che presentano i diversi toni musicali. Non ci sono le note ma le otto formule musicali che servivano da base al canto dei Salmi e ai diversi canti della liturgia. Vedrà i simboli. Si incontrerà con i numeri. Sentirà una musica diversa. E rimarrà incantato guardando la danzatrice che tiene in mano un cembalo costituito da due forme circolari riunite da un anello che indica le labbra.
Parola? Canto? (Ri)nascita? Forse l'insieme delle tre cose, nell'infinito ed imperscrutabile disegno della conoscenza.
_______________________________________________________________

...giustizia o perdono?...Un racconto di 'Abdallāh al-Yāfi'ī (Rawd, 238, riportato da
Elémire Zolla ne I mistici dell'Occidente, vol. I) mi ha fatto riflettere sul concetto di giustizia e su quello di perdono (o "indifferenza alle offese" che dir si voglia). Temi che non mi pare abbiano perso di attualità (e che, soprattutto, dovrebbero essere cari a chi, a qualsiasi titolo, si professa "religioso" - ma, a pensarci bene, utili anche agli agnostici come me).
Vi si narra di un fachiro che chiede ad uno sceicco di svelargli il nome segreto di dio, conoscendo il quale si è onnipotenti. Lo sceicco domanda all'uomo se egli se ne sente degno e questi risponde di sì. Lo sceicco gli chiede allora di andare alla porta della città e di riferirgli quanto vi avrà visto. Il fachiro si reca dove ordinato e vi vede passare un vecchio che guida un asino carico di legna. Un soldato aggredisce il vecchio, lo deruba e lo scaccia. Quando il fachiro fa ritorno al cospetto dello sceicco riferendo quanto ha visto, l'altro gli domanda che cosa avrebbe fatto se avesse posseduto il nome segreto di dio. "Avrei fatto giustizia del soldato", risponde il fachiro senza esitazioni. E lo sceicco: "Bene. Allora sappi che quel vecchio è colui che anni fa mi svelò il nome segreto di dio".
______________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultimo libro inserito in Biblioteca: Spazio, tempo, numeri e stelle (Maria Rosa Menzio)



permalink | inviato da il 24/4/2005 alle 5:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


23 aprile 2005


Edward Hopper - New York Movie, 1939Abituàti ad inseguire l'armonia prodotta da una grande orchestra, da uno strumento o da una semplice voce (e mi fermo ai suoni senza parlare dei "rumori"), abbiamo forse finito per smarrire il significato del silenzio; pensiamo ad esso come ad un mezzo religioso, magari per ottenere quello che impetriamo con la preghiera, non come ad una delle dimensioni certe dell'universo.
Ricordo qui, con grande piacere, il tentativo dei
Pitagorici di spiegare il silenzio universale con la Musica delle Sfere: ogni corpo celeste nel proprio moto emette un suono che solo pochi mortali possono udire. Gli altri sono condannati a non sentirlo. E tra questi pochi mortali, stando a Nicomaco di Gerasa e a quanto scrive Porfirio nella sua Vita di Pitagorica, vi era proprio Pitagora.
Filone di Alessandria ci assicura che anche Mosè lo udì sul Sinai. Boezio vi crede nel modo più spirituale possibile: la musica delle stelle si sente con un atto dell'intelletto. Solo così è possibile percepire quei rapporti armonici che sembrano regolare ogni ordine cosmico.

Ma si può ascoltare il silenzio? Abbiamo "strumenti" fisici e spirituali atti a percepirlo?
Azzarderei di sì, e dato che esso sta al rumore come la Morte sta alla Vita, oserei dire che, attraverso di esso, potremmo accedere anche a "misteri" ben più complessi.
Dove ogni "onda" si ferma o si disperde, il silenzio può invece penetrare e agire.
Senza necessità di spazio o di tempo per manifestarsi.
________________________________________________________________

Roberto Benigni ne La voce della luna di Federico Fellini


- ...Eppure io credo che se ci fosse un più di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire...

Ivo Salvini (Roberto Benigni) ne
La voce della luna di Federico Fellini




________________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultimo libro inserito in Biblioteca: La luna (Edith Södergran)



permalink | inviato da il 23/4/2005 alle 3:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa


5 aprile 2005


François Millet - L'Angelus (part.)Partendo dal preambolo che sta alla base della dottrina epicurea e cioè che tutto ciò che chiamiamo reale è frutto di ciò che può essere obbiettivamente percepito dai sensi (anche se attraverso l'ausilio non indifferente della coscienza), Lucrezio spiega le ali del suo canto che, in certi momenti, ci appare davvero sublime.
Il poeta-filosofo mira dritto al cuore della filosofia del suo
maestro: è un ortodosso, non (ri-)conosce la mediazione di altri autori. Egli scrive unicamente di ciò che sembra interpretare al meglio la dottrina del "fondatore" e lo fa senza mezze misure, ma con una leggerezza ed una suasività propria di chi vive un rapporto felice con la Poesia.
L'atechnìa tēs physeōs di
Epicuro, cioè quel rapporto irrazionale che la natura pare avere soprattutto rispetto all'uomo, viene accentuata in Lucrezio fino ad assumere i toni più cupi e pessimisti. Certo, non irrilevante in questa visuale più estrema, è il ruolo della condizione sociale e politica della Roma in cui il filosofo viveva, ma senz'altro questo difetto naturale è anche frutto di una più profonda riflessione metafisica, che la declamata indifferenza o il sostanziale disprezzo per il reale non mitigano del tutto:

...Per quel che mi riguarda, preferisco ignorare quali sono i principi delle cose;
oserei tuttavia, e sul semplice studio dei fenomeni celesti,
e su ben altri fatti ancora, sostenere e dimostrare
che il mondo non è stato creato per noi da una volontà divina:
tanto si presenta contaminato da difetti...

(
De rerum natura, II, 177-181)

E' comunque in questa sostanziale "mancanza di perfezione" che Lucrezio ravvisa la causa della dolorosa condizione umana:

...Così, il genere umano lavora senza profitto, in pura perdita,
e si consuma in vane preoccupazioni:
non conosce - è evidente - il limite del possesso
e sin dove può estendersi il vero piacere.
Quest'ignoranza a poco a poco ci ha trascinati nella tempesta
e ha scatenato le burrasche e le rovine della guerra...

(id., V, 1430-1435)

Al poeta non resta che rifugiarsi nella memoria di un più fecondo passato che lo aiuti a dimenticare la difficoltà universale sua e dei suoi simili:

...Già, scuotendo il capo, il contadino carico d'anni sospira senza tregua,
al pensiero che tutta la sua grande fatica è rimasta sterile,
e, quando paragona il presente al passato,
non manca di vantare la fortuna di suo padre.
Anche chi ha piantato una vigna, oggi vecchia e rinsecchita,
incrimina, tutto triste, l'azione del tempo,
affligge il cielo con i suoi lamenti e brontola incessantemente
che gli uomini d'un tempo, pieni di devozione,
ebbero un'esistenza molto facile anche in territorio ristretto,
malgrado la parte ben minore di terra assegnata a ciascuno:
e non si avvede che tutto deperisce a poco a poco.
E si avvia verso la bara, stremato dalla lunghezza del cammino della vita.

(id., II, 1164-1174)

Sono i versi perfetti di un uomo consapevole, al quale altro non è concesso se non il dono della testimonianza.
"Redimere" l'uomo da una culpa non sua non è possibile. Possibile è solo descriverne il doloroso tragitto fra la nascita e la morte. Anche se verso quest'ultima egli ha parole decisive:

...occorre scacciare e rovesciare quel timore dell'Acheronte che,
penetrando sino al fondo dell'uomo, getta la preoccupazione nella sua vita,
la colora interamente del nero della morte e non lascia che alcun piacere
possa sussitere puro e senza ombre...


(id., III, 37-40)
________________________________________________________________

Max von Sydow e Bibi Andersson sul set de Il settimo sigillo- ...Lo ricorderò, questo momento: il silenzio del crepuscolo, il profumo delle fragole, la ciotola del latte, i vostri volti su cui discende la sera, Michael che dorme sul carro, Jof e la sua lira... Cercherò di ricordarmi quello che abbiamo detto e porterò con me questo ricordo delicatamente, come se fosse una coppa di latte appena munto che non si può versare. E sarà per me un conforto, qualcosa in cui credere...

Antonius Block (Max von Sydow) prima di incontrare la Morte ne Il settimo sigillo di Ingmar Bergman
________________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultima recensione in Biblioteca: La filosofia al bivio



permalink | inviato da il 5/4/2005 alle 3:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


26 marzo 2005


Il saper ascoltare è il punto di partenza per vivere secondo il bene.

Parola di
Plutarco, il maestro di Cheronea che cercò, quando possibile, di applicare alla lettera l'assunto che sta alla base della sua operina intitolata appunto L'arte di ascoltare.
Un'arte, questa, non meno difficile del dire:

...Quando si gioca a palla le mosse di chi riceve devono essere in sintonia con quelle di chi lancia: così in un discorso. C'è sintonia tra chi parla e chi ascolta se entrambi sono attenti ai rispettivi doveri...

A volte mi meraviglio di quanto opere così "antiche" siano ancora (soprattutto?) oggi drammaticamente attuali.

[Al testo di Plutarco affiancherei idealmente (e parallelamente)
questo libretto di cui ha parlato diffusamente >>>lui meglio di quanto io riuscirei mai a fare].

Sir Lawrence Alma Tadema - Saffo ascolta Alceo (1881)

- ...Achille è il servo ideale: ha orecchie lunghe e lingua corta.
Ascolta e tace.
Il modo ideale per vivere felici.

Cadmo (Pedro Armendariz) in
Arrivano i Titani di Duccio Tessari
________________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultima recensione in Biblioteca: In cerca di Salinger




permalink | inviato da il 26/3/2005 alle 2:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa


23 marzo 2005


Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attese (1966)Spinta da varie vicende che rimbalzano dal mondo fino alla mie "chete stanze", ho recuperato un testo che piaceva molto a mio padre e che qualche anno fa la benemerita casa editrice Adelphi è tornata a pubblicare. Si tratta della Filosofia dell'assurdo di Giuseppe Rensi un libro del 1924, poi ripubblicato con aggiunte nel 1937 e che, fin dal titolo, dimostrava (e dimostra) tutta la sua tragica inattualità ma anche tutta la sua imponente forza "profetica".
Giuseppe Rensi è stato un filosofo solitario, per lo più incompreso dai suoi contemporanei e quasi completamente dimenticato dopo la sua morte, avvenuta nel febbraio del 1941 in concomitanza con il furioso bombardamento che Genova subì da parte della flotta inglese. La sua vita di studioso non era stata facile e dopo varie sospensioni dall'insegnamento, per un'intrinseca intransigenza nell'aderire agli ideali totalitari del fascismo, fu definitivamente allontanato dalla docenza ed in seguito persino arrestato assieme alla moglie, per essere rilasciato solo dopo che le autorità fasciste avevano ceduto alle pressioni del mondo accademico non solo nazionale.
Il filosofo si reputava un diretto discendente "ideale" di Giacomo Leopardi e da lui senz'altro ereditò sia il suo convinto ateismo (che illustrò in un'opera intitolata Apologia dell'ateismo, del 1925) e sia il suo implacabile scetticismo (che spesso, forse a torto, mi ha spinta a considerarlo un antesignano di Emil Cioran, soprattutto in riferimento alle prime opere del pensatore rumeno). Dal grande recanatese aveva inoltre ricavato l'abilissima capacità di smascherare tutte le ingegnose ed ingenue escogitazioni che l'uomo ha posto in essere per nascondere a se stesso la totale insensatezza della Storia e della vita stessa.
Nella Filosofia dell'assurdo sembra essere sublimata e distillata tutta la teoretica rensiana, attraverso un'arringa avvincente che, curiosamente, il filosofo, per non so quale forma di "pudore", raccomanda ai soli adulti. Chi non abbia passato i quarant'anni, dice, non capirebbe niente di quanto egli scrive. E' l'unico punto, questo, sul quale mi permetto di dissentire dal Maestro (e lo faccio anche per ragioni meramente anagrafiche...); al contrario, mai come oggi dovrebbero essere proprio queste le letture che andrebbero consigliate agli adolescenti, tanto per non incorrere in troppe brutte sorprese più avanti e, soprattutto, per farsi un'idea di cosa ineluttabilmente ci attende nel corso e alla fine di questa che altri "pensatori", da tutt'altra sponda, hanno definito "valle di lacrime".
Dico subito che non è questa l'opera di Rensi che più amo, sono infatti molto più attirata dalle sue opere "morali" (ma mai "moraliste" - e, fra queste ultime, le
Lettere spirituali sono davvero la punta di diamante di un percorso laico che conduce davvero ad una sorta di "nirvana terrestre"), però ritengo comunque di doverla segnalare. In primo luogo, come dicevo all'inizio, perché essa mi lega strettamente al ricordo del mio amato genitore, e poi perché di opere così "coraggiose" mi pare vi sia oggi un gran bisogno.
_________________________________________________________________
Per approfondire consiglio la lettura de
L'ateismo mistico di Giuseppe Rensi
(
I, II, III e IV parte) dal blog minimokarma
_________________________________________________________________

Albrecht Dürer - Il cavaliere, la morte e il demonio (1513)...L'esattezza della visuale qui svolta non possono vedere né i vincitori né i giovani. Non ai vincitori, ma ai vinti, ai seguaci d'ogni idea vinta, non ai seguaci di un'idea nell'effimero momento del suo trionfo, ma ai seguaci d'ogni idea nel momento in cui è vinta, l'esattezza della concezione che illustro si può, soltanto, svelare. Poiché è quando l'uomo vede che la sua idea è prostrata e trionfa quella contraria alle sue più profonde convinzioni (cioè
l'assurdo), che il velo di Māyā gli si squarcia ed egli scorge che il mondo è irrazionale...
...I più giovani non possono vedere (in questo libro) che... quella foschia malata di sguardo, che per solito le storie della letteratura compatiscono nella grandezza di Leopardi come una macula che la diminuisce, e contro la quale mettono in guardia i lettori di lui (mentre per me è ciò che rende il suo pensiero più profondamente affine e mi fa quasi sentire di discendere e dipendere da lui, che in ogni sua pagina mi par che parli non un uomo, ma lo stesso "reale")...
...Che cos'è la storia? E' la contraddizione, il sistema o la serie delle contraddizioni. C'è unicamente perché ogni oggi è diverso da ogni ieri e ogni domani da ogni oggi, cioè ogni oggi contraddice ogni ieri e ogni domani ogni oggi. L'eterno diverso da quel che in ogni momento c'è, ossia l'eterno cambiare e contraddire quel che c'è, è ciò in cui consiste la storia...
...La speranza è in proporzione diretta dell'infelicità. Si spera tanto più quanto più si è sfortunati. L'uomo fortunato e felice non ha bisogno di sperare perché ha già, e se pure (poiché nessuno è contento) spera ulteriormente, spera però senza eccessivo ardore e senza cocente intensità. E' l'uomo infelice che mette nella speranza tutta la sua passione e la sua vita, che spera freneticamente, che quasi a dire
, spera disperatamente , e proprio contro speranza... La speranza è veramente, come aveva veduto Leopardi, una cosa sola col desiderio, e quindi tanto più intensa e ferma quanto maggiore il desiderio, ossia quanto maggiore la sensazione della mancanza...
Salvator Rosa - Democrito...Tutta la filosofia, dal Fedone all'idealismo "attuale", si può prospettare come uno sforzo, sempre più complicato e sottile, sempre meno ingenuo, sempre più astuto, infaticabile a cercare nuove vie, elaborate, tortuose, strane, evanescenti, man mano che ognuna delle più semplici e chiare precedenti veniva distrutta, perdentesi infine nella nebbia, ma incoercibile e sempre risorgente, per cancellare il fatto della morte...
...E', del resto, proprio soltanto dalla sensazione di vivere lanciati e abbandonati senza paracadute nello spazio vuoto d'un mondo d'assurdo esterno ed interno e di cieco caso, che sorge intimo e veramente profondo quel senso tragico della vita... il quale, inaccessibile agli ottimisti e ai razionalisti che non vedono, non sentono, non vivono il dramma e calano su di esso volontariamente il sipario, forma oramai il solo residuo possibile e l'espressione più alta delle antiche concezioni religiose.
A me piace vedere, quando sollevo gli occhi dal mio tavolo di lavoro, accanto alla stampa di Salvator Rosa, in cui, sotto alberi desolati, contorti e tronchi, presso antiche colonne infrante e marmi cadenti e tra ossami d'animali e d'uomini, "Democritum omnium derisor in omnium fine defigitur", la riproduzione del rame di Dürer, in cui il maturo cavaliere procede, severo, rassegnato, impassibile, tra la morte e il demonio.

Giuseppe Rensi
- La filosofia dell'assurdo
__________________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultima recensione in Biblioteca: L'occhio di Freud



permalink | inviato da il 23/3/2005 alle 4:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


13 marzo 2005


Wilhelm Hammershoi - Interno con ragazza al pianoforte (1901, part.)C'è un mondo senza spazio, senza colori, senza cielo, senza aromi, senza suoni, senza vento, senza moto, senza onde, senza odori, senza fiori ed è lo spazio dell'interiorità: paesaggio sterminato e spesso desertico, a volte impassibile, altre mutevole. Là si avvicendano le forme del pensiero, i desideri, i sogni, le certezze, i timori. Là ogni persona è sola e là, se lo vuole, compie (od omette di compiere) gli atti fondamentali della sua vita, quelli che sono il motore stesso della sua coscienza. In quello spazio che nessuno può materialmente definire, perché è invisibile e immateriale, che non è realmente né nel cervello né nel cuore (e non nel sangue che scorre o nelle parole che vanno), che non è nei gesti o nello sguardo, là alberga la consapevolezza ed è sempre là che pronunciamo (o rifiutiamo di pronunciare) due parole, alte e solenni, che danno significato ad ogni singola esistenza: "Io sono".

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito di primavera nascono e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell'età
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre a fianco,
l'una con il segno della grave vecchiaia
e l'altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d'un giorno sulla terra,
e quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.

Mimnermo
________________________________________________________________

Humphrey Bogart e Paul Henreid in Casablanca di Michael Curtiz (1942)- ...Ma vi siete mai chiesto se ne vale proprio la pena, se il gioco vale la candela?
- Sarebbe come chiedere perché respiriamo. Se non respiriamo moriamo, se noi cessassimo di combattere il mondo perirebbe.
- E che importa? Così finirebbero le sue miserie.
- Sapete a chi somigliate? A un uomo che cerca di convincere se stesso di qualcosa a cui egli non crede. Ognuno ha il suo destino, buono o cattivo che sia.
- Sì, capisco bene.
- Non si direbbe. Si direbbe invece che cerchiate di sfuggire a voi stesso: non ci riuscirete mai...


Rick Blaine (Humprey Bogart) e Victor Laszlo (Paul Henreid) in
Casablanca di Michael Curtiz
________________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultima recensione in Biblioteca: Lieder




permalink | inviato da il 13/3/2005 alle 2:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


9 marzo 2005


Soren Kierkegaard (1813-1855)La noia genera il capolavoro e l'insano gesto, la bizzarrìa e il banale, l'inferno e il nirvana. In stagioni remotissime, ci assicura Kierkegaard in Aut-Aut, produsse il mondo: "Gli dèi si annoiavano, perciò crearono gli uomini. Adamo si annoiava perché era solo, perciò fu creata Eva".
Siamo dunque figli di uno sbadiglio? Fu una sequela di "uffa" a scatenare la scintilla, il Big Bang?
L'ironico interrogativo credo sia meno vacuo di quanto in apparenza possa apparire.
La risposta è forse impossibile, forse incredibile, quasi sicuramente inaccessibile.
__________________________________________________________________

G.D. Spradlin sul set di Apocalypse Now...C'è un conflitto in ogni essere umano tra il razionale e l'irrazionale, tra il bene e il male, però il bene non sempre trionfa. A volte, le cattive tentazioni hanno la meglio su quelli che Lincoln chiamava "i migliori angeli della nostra indole", i buoni istinti morali. Ogni uomo ha un suo punto di rottura...

Il generale Corman (G.D. Spradlin) al capitano Willard (Martin Sheen) in
Apocalypse Now di Francis Ford Coppola
_________________________________________________________________
Da visitare e leggere:
I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultima recensione in Biblioteca: Passa la bellezza
_________________________________________________________________

Mi accorgo solo ora che, inavvertitamente, nell'inserire quanto sopra devo aver cancellato l'articolo di ieri (o, più probabilmente, che esso sia stato "fagocitato" per uno di quegli arcani misteri dell'HTML di cui pare soffrire in maniera incurabile questa piattaforma).
Provvedo dunque a reinserirlo in coda a questo e mi scuso con coloro che ieri avevano lasciato i loro commenti a margine del mio scritto (soprattutto con a. le cui parole ho trovato assai stimolanti).

Un caro saluto a tutti C.
_________________________________________________________________

8 marzo 2005

Nell'universo di Magritte appaiono spesso i soliti oggetti: i birilli, le scarpe, la bombetta, il trombone, la pipa. Non sono merci, né feticci, né simboli. Ma all'improvviso si rivelano nuovi e misteriosi perché mutano certi rapporti, cadono certe barriere. E sembrano rimettere in discussione la nostra tranquilla presenza.
Un esempio? Le modèle rouge (1935), un tema abbastanza ricorrente, rappresenta insieme il visibile e l'invisibile: le scarpe hanno le dita. E' un oggetto vivente. "L'unione di un piede umano e una scarpa - scriveva l'autore - rivela in realtà un costume mostruoso".
_______________________________________________________________

Platone scrive che "I poeti... come gli indovini e i vati... non sanno niente di ciò che dicono". La frase, di per sé abbastanza enigmatica, si può applicare in maniera perfetta ai lirici greci, poeti semplici, innocenti, apparentemente inconsapevolii, proprio perché liberi da uno scopo di convenienza, di utilità. La loro poesia non voleva celebrare miti, non voleva insegnare comportamenti, mai assurgere al grado epico di un Omero o tragico di un Euripide. Essi si accontentavano in realtà di raccontare qualche azione semplice, quotidiana, ricorrente, oppure di commentare in tono dimesso un evento, quasi sempre evocando una condizione personale che solo nell'eventuale interpretazione del lettore poteva assumere toni "universali". Insomma, era poesia e basta. E per farla scaturire, quelli che oggi siamo soliti raggruppare sotto il nome di lirici greci, scelsero spesso la natura, quel mare sempre pronto a fare capolino tra gli ulivi e le viti, quel cielo quasi sempre assolato e popolato da magici voli di uccelli, e, naturalmente, i cuori degli uomini e ciò che li faceva palpitare; cioè l'amore.
_______________________________________________________________

...Stavano bene insieme; erano entrambi impolverati di un soffice bruno-dorato, come le ali delle api, ed erano alti, e il sottofondo della loro pelle aveva un color albicocca, e c'era armonia nel modo con il quale egli si protendeva in avanti e lei si appoggiava all'indietro sulla panchetta rivestita in cuoio rosso. Si capiva che lui era ricco e che la ragazza gli piaceva, e si capiva che lei era povera e sapeva di piacergli. Al loro primo incontro si poté vedere soltanto questo; anche se le persone particolarmente suscettibili agli influssi psichici avrebbero potuto percepire, già da allora, un'aura di tragedia turbinare sopra il capo dei due giovani. Sembravano troppo perfetti...

Zelda Fitzgerald - La ragazza di un milionario (da Lembi di paradiso)
_______________________________________________________________
Da visitare e leggere: I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultima recensione in Biblioteca: Insoliti viaggi



permalink | inviato da il 9/3/2005 alle 3:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


16 febbraio 2005


Pathos e tragedia...Anticamente, come si può leggere nell'Agamennone di Eschilo, il sapere umano era strettamente legato al pathos, cioè alla "passione" del mondo. Il sapere dunque penetrava nell'uomo, come esperienza e passione, anche se egli non voleva; attraverso il sonno, per esempio.
Con un gesto "prometeico" di hybris sconfinata, la filosofia ha rotto il rapporto dell'umanità con il pathos.
L'uomo ama soprattutto il sapere, scrive
Aristotele all'inizio della Metafisica. L'uomo vuole sapere, e trasforma tutte le cose del mondo in "oggetti" di conoscenza. Tutte le cose. Nulla rimane estraneo alla grande macchina conoscitiva aristotelica: passioni, animali, stelle, idee, parole, umori, costituzioni, leggi, poesie, gesti...
Forse un retaggio di quell'antico pathos è rimasto solo nella poesia che, grazie al suo moto alogico, ci consegna un sapere destituito da ogni certezza e, soprattutto, un conoscere che non ambisce alla ricerca della verità.
A questo pensa ancora la filosofia, o magari la scienza, per i pochi (come me) che ancora ci credono (visto che la "fede" - o un suo simulacro - sta avendo un così largo séguito da "consigliare" persino ai parlamenti le "giuste" leggi da approvare e ai presidenti le "giuste" guerre da dichiarare...).
_________________________________________________________________

Vasco Pratolini (1913-1991)Fu di quell'inverno il mio amore per Clara. Lavoravamo nella stessa fabbrica, lei al reparto confezionatura. Eravamo ragazzi ancora. C'incontravamo di fronte alla vetreria. Lei abitava da quelle parti, nelle baracche sul torrente, e se mi parlava della sua casa: "Ho delle tendine ricamate alle finestre" diceva, o diceva: "Il babbo ha comperato sei bicchieri a calice, belli", come per farsi perdonare il peccato di abitare nelle baracche sul torrente. Mica era bella, mi piaceva come camminava, e forse mi piaceva che portasse digià i tacchi alti e che al bar dove ci fermavamo, nello stradale delle fabbriche, la chiamassero signorina senza ironia, come se davvero lo fosse. Sapevo che non era bella, non bella come dicevo io insomma: eppure, vedendola di lontano traversare l'argine per arrivare più presto a me che l'aspettavo, un'emozione sempre nuova mi si scioglieva nel petto. Essa avanzava in fretta, accelerando il passo quando s'avvicinava.
"E' tardi?" mi chiedeva. A sera tornavamo insieme, ridevamo di coloro che si ostinavano sulle biciclette nella neve; e siccome era buio, andavamo al lampione davanti la vetreria, per guardarci ancora in viso prima di salutarci. Il nostro amore significò lo stradale lungo delle fabbriche, lo scambio del buongiorno e della buonasera con gli operai che ci raggiungevano oltrepassandoci, e l'indugio a ridosso dei muri delle officine, le mani nelle mani, i baci furtivi, povere parole.

Tramonto a FirenzeSalendo sul tram per raggiungere la città, la mia amica diventava ogni sera un'immagine lontana, un ricordo: col ricordo il rimorso, come di una finzione durata a lungo, cattivamente. La città con le sue luci accese, i tram, le automobili; mi specchiavo nelle vetrine per ravviarmi i capelli. Ero felice dei miei guanti di lana, del tre-quarti col bavero di coniglio, della mia tuta che mi faceva parer grande, operaio veramente. I cartelloni dei cinema, i grandi ristoranti luminosi, le edicole dei giornali, nella città ove la neve era sparita durante la giornata. Allora un senso della vita allegro era in me; non più rimorso della mia piccola amica nella neve della periferia, pietà se pensavo a lei, come per una creatura inibita alla speranza che s'apriva nel mio cuore...
Ma ogni mattina un'emozione nuova si scioglieva in me al suo apparire, di cosa perduta e ritrovata.


Vasco Pratolini - Diario sentimentale
_________________________________________________________________
Da visitare e leggere: I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultima recensione in Biblioteca: Amore



permalink | inviato da il 16/2/2005 alle 2:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
sfoglia     aprile       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
alba pratalia aràba
non opinari sed scire
lingua facunda
archâios historía
voyages sentimentales
perí tinos
mŷthoplásteo
mousiké téchnē
leviores artes
leopardiana
conferre parva magnis
...we, the memories...
qualcosa di me

VAI A VEDERE



Leggi (se vuoi)

I blog e gli articoli segnalati oggi
(continuamente aggiornati)


Visita la
Biblioteca di alètheia
Libri, blog, articoli
e siti in evidenza
Ultimo libro negli scaffali

Informazione



La Biblioteca è dotata di un motore di ricerca interno.
Quello relativo a questo blog è posto invece qui in basso.

alètheia è dedicato a...

Galassia Blog
I blog che leggo

Interconnessioni
Per un elenco dei siti segnalati


Indice completo degli
articoli di
alètheia

Anno 2005
Anno 2004

Blog nato il 7 maggio 2004
(riaperto il 15 ottobre 2004)


[ Yahoo! ]

CERCA