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Il blog di Clelia Mazzini


voyages sentimentales


6 maggio 2005


Il castello di CombourgIn fondo alla corte, il cui terreno saliva a poco a poco, il castello appariva fra due gruppi di alberi. La sua facciata, severa e triste, presentava una cortina portante una galleria a piombatoia, dentellata e coperta, che univa due torri diseguali per età, materiali, altezza e mole. Le torri terminavano con una merlatura sormontata da un tetto aguzzo, come un berretto posato sopra una corona gotica...

Celato ora soltanto in parte dai sipari verdi dei grandi alberi, che un tempo si spandevano nelle lontananze, il
castello di Combourg apparve ai miei occhi così come lo descrive nelle Mémoires d'outre-tombe il suo inquilino senz'altro più celebre: François-René de Chateaubriand.
Aveva già nel capiente baule del suo passato i furori della Rivoluzione, i viaggi in America, l'esilio in Inghilterra, l'incarico di segretario d'ambasciata a Roma, la gloria letteraria venuta con
Atala e Le Génie du Christianisme quando, nel 1811, il visconte di Chateaubriand incomincio a scrivere quelle Memorie d'oltretomba destinate ad apparire postume tra il 1848 e il 1850 e in cui sono distillati e sublimati gli anni di malinconia e di esaltazione dell'infanzia che formarono la sua personalità. Dopo che a Saint-Malo, nella notte di tempesta del 4 settembre 1768, la madre gli "inflisse la vita", venne un tempo di ozi e di scorribande tra le vie François-René de Chateaubriand (1768-1848)strette della città considerata una "estremità della terra", lungo i suoi bastioni possenti, sulle vaste spiagge fra l'alternarsi delle maree, abbandonato alla cura dei domestici, fra studi distratti a Rennes, a Dol e a Dinan, cui preferiva la contemplazione del mare "ascoltando il ritornello delle onde".
Venne poi la stagione di
Combourg da cui (è stato scritto) "in un quadro degno di Ossian l'avventura della più alta prosa francese è partita". Un "quadro" con tutti gli impasti e le campiture per risvegliare la sensibilità di quel giovane emotivo percorso da ansie di solitudine ma anche di intensi bisogni di sensazioni alla ricerca dell'immaginario.
"E' nei boschi di Combourg", leggo nelle Memorie che ho qui davanti ai miei occhi, "Che sono diventato quello che sono".
Potenza del luogo, e della venerata solitudine.
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8 aprile 2005


...scrivere e leggere, Affezionata come sono alle mie lunghe e solitarie passeggiate pomeridiane per boschi e lungolago, fra ombre d'alberi secolari e timidi (e coloratissimi) fiori scossi dal fresco vento del Nord, mi vado sempre più convincendo che scrivere sia come percorrere un tratto di strada a passo svelto. Per farlo con felicità (e profitto) non si può partire sapendo già dove si arriverà e, soprattutto, cosa si potrà (o dovrà) vedere.
Bisogna anche sapersi lasciare andare: ai rumori improvvisi, agli odori, alla luce che sbuca repentina dai rami o da dietro un gigantesco masso che porta ancora su di sé i segni del trascinamento morenico. Bisogna essere capaci di guardare tutto così come ogni cosa "merita" di essere guardata, e cioè secondo le proprie peculiarità.
Alcuni scrittori mi danno l'impressione di non riuscire a farlo del tutto; semplicemente perché, a volte, sembrano non raccontare per se stessi, per il proprio piacere (come sono assolutamente convinta si debba fare), ma per piacere ad altri. Ed è a questo punto che subentra quasi sempre la forzatura, la frase "ad effetto", il dettaglio che manda a monte qualche bella pagina precedente. Fortunatamente in letteratura sembra vigere la regola che circolava, non scritta, fin dai primi nostri anni scolastici: e cioè che, come per la lingua italiana, sono più valide le eccezioni che le regole. Ed è così, dunque, che molti scrittori sono pronti a smentirmi, con mio sommo gaudio.

Non ho citato le "regole" e non citerò le "eccezioni", ma ogni nuovo autore, ogni nuova opera che "scopro"  ed a cui vado incontro con entusiasmo (parlo di quelle appartenenti al folto "catalogo" delle eccezioni, appunto), è per me un universo nuovo, una nuova "lingua" da scoprire ed imparare, un suono che mi affascina, una luce che mi incanta. Come una delle mie appassionanti passeggiate quotidiane, queste opere sono tanto varie da rendere la noia impossibile.

Vorrei concludere queste mie (forse inopportune) frasi in libertà ricordando in proposito un pensiero di
Anna Maria Ortese  la quale, in un'intervista a se stessa risalente al 1977, ebbe a dire:

"...Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E' tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando - per ragioni pratiche - è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. E' povero, e rende la vita più povera...".

Non so se sono una devota "applicatrice" di tale precetto, quel che so è che faccio di tutto per metterlo in pratica (naturalmente per quanto riguarda il mio ruolo di lettrice; non mi permetterei mai, infatti, di usurpare un ruolo non mio...).
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Jean Gabin e Michéle Morgan sul set de Il porto delle nebbie


- ...Dove vai?
- Mah... Non lo so.
- Allora andiamo dalla stessa parte...

Jean (Jean Gabin) a Nelly (Michéle Morgan)
ne
Il porto delle nebbie di Marcel Carné




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6 aprile 2005


Alfred Döblin (1878-1957)In Alexanderplatz buttano all'aria il marciapiede per costruire la metropolitana. I tram traversano la piazza sferragliando. Delinquenti, disoccupati e sciami di prostitute dissipano la loro vita nelle birrerie. Gli automezzi della polizia lasciano il presidio ogni giorno per depurare il quartiere malfamato. L'aria della piazza vibra per la tristezza e lo squallore. Questa è la piazza che Alfred Döblin descrive nel suo Berlin Alexanderplatz (romanzo uscito nel 1929).
Franz Biberkopf, l'eroe del romanzo, è appena uscito di galera. Aveva una fidanzata fragile e bellissima, prima l'ha costretta a prostituirsi e poi l'ha uccisa per gelosia. Ora vuole rifarsi una vita, ma non è semplice. Corre alla cieca per tutta Berlino, inciampando nelle trappole del destino, smarrendosi nella sinfonia della metropoli fatta di scritte pubblicitarie, frasi vuote, crimini. Ma ritorna sempre nell'Alexanderplatz. Per vendere giornali, per vedere il cielo, per farsi incastrare dai delinquenti.
La piazza prese il nome nel 1805 dallo zar Alessandro I. Era l'antico mercato del bestiame. Ai tempi di
Döblin divenne il simbolo dell'umanità eccessiva e dolente nella Germania espressionista. Dopo la guerra non rimase in piedi quasi niente dei vecchi edifici. Ai tempi del Muro divenne una delle zone più trafficate della Ddr. L'odore acre delle automobili Trabant, gli affreschi dedicati all'uomo socialista sulla "Casa degli Insegnanti", la "Fontana dell'amicizia tra i popoli", gli orgogliosi palazzi della Berlino comunista che sperava di poter cancellare l'abiezione che aveva visto Biberkopf prima delle nefandezze di Hitler e dei suoi scherani.
Ora la Storia ha virato ancora e, 
in quella piazza (e altrove), ha ripreso a macinare i destini come solo lei sa fare
Quando vidi Berlino l'ultima volta, i martelli pneumatici avevano iniziato di nuovo il loro lavoro "preparatorio". Di quel lavoro non conosco personalmente gli esiti. Qualcuno dice che essi non siano affatto disprezzabili.
Meglio così.

...Il sole nasce e tramonta. Vengono belle giornate serene, per la strada viaggiano le carrozzine, come scrivere febbraio 1928.
Nel febbraio Franz, nel suo disgusto per il mondo, nella sua noia, continua ad ubriacarsi. Beve quel che ha e non gli importa di quel che sarà. Aveva avuto l'intenzione di essere onesto, ma ci sono troppi farabutti in giro, così Franz Biberkopf non vuole vedere né sentire più niente del mondo e anche se dovesse restare senza tetto vuol bersi fino all'ultimo pfenning il suo denaro...

Alfred Döblin - Berlin Alexanderplatz
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Robert De Niro e Jean Reno sul set di Ronin di John Frankenheimer-...Vedi, se c'è qualche dubbio, non ci sono dubbi.
E' la prima cosa che mi hanno insegnato.
- E dove l'hai imparato?
- Non me lo ricordo.
E questa è la seconda cosa che mi hanno insegnato...

Sam (Robert De Niro) e Vincent (Jean Reno) in
Ronin di John Frankenheimer
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30 marzo 2005


Joseph Roth (1894-1939)La Cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofaghi di pietra...

Tramontata l'era absburgica, al suo culmine il nazismo, Carl Joseph Trotta, alter ego romanzesco di Joseph Roth, scende nel sepolcro viennese in cerca di una luce: "Dove devo andare, ora?"
Sono centoquarantasei gli
Asburgo, accolti nella Cripta. Nel 1989 l'ultimo, solenne funerale. Toccò a Zita, moglie di Carlo I, che abdicò nel 1918, raggiungere il Pantheon. Per due volte, in ossequio all'antico rituale, un uomo del popolo bussò. Alla domanda del frate ("Chi chiede di entrare?"), rispose: "Zita imperatrice d'Austria, regina d'Ungheria". Il portale si aprì solo al terzo tentativo, quando la risposta fu corretta con l'accento dell'umiltà: "Sono Zita, una povera peccatrice".
Le esequie dell'ex-sovrana vennero celebrate nella
cattedrale di Santo Stefano, a un chilometro e mezzo dalla Chiesa dei Cappuccini, tempio vicinissimo alla Kärntnerstrasse. Con Zita "giacciono", fra gli altri, l'imperatore Franz Joseph, sua moglie, la principessa "Sissi", il suicida Rodolfo.
Ma i cuori degli Asburgo (non tutti, dall'imperatore
Ferdinando I all'arciduca Francesco Carlo) battono altrove. Sono conservati nella Chiesa degli Agostiniani (Augustinerkirche), in una gelida cappella, la Herzgrüftl, letteralmente "sepolcro dei cuori". Visitarli non è proibitivo: a me bastarono cinque scellini o poco più (non vigeva ancora l'Euro come moneta unica, quando entrai nella cappella).
Chi "sa", non se ne andrà deluso: potrà persino cogliere l'eco di nozze coronate, quelle tra Elisabetta di Baviera e Francesco Giuseppe.
Favole d'altri tempi, irrimediabilmente (e forse fortunatamente) lontani.
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>>>qui: Il sito ufficiale dedicato a Joseph Roth
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Jason Robards (1922-2000)-...Quando Cable Hogue morì non c'era un animale nel deserto che lui non conoscesse, non c'era stella del firmamento a cui non avesse dato un nome, non c'era un uomo di cui avesse paura. Ora la sabbia che egli ha tanto amato e combattutto lo ha finalmente ricoperto. Egli si è tuffato nel calmo torrente dell'eternità, delle anime che passano e non si fermano mai. Sotto un certo aspetto egli era una tua vaga immagine, o signore, e a torto o a ragione credo che meriti la tua considerazione, ma qualora tu non sia dello stesso avviso, ricordati che Hogue ha vissuto ed è morto qui in mezzo al deserto, e io sono sicuro che l'inferno non sarà mai troppo caldo per lui. Non metteva mai piede in chiesa: non ne aveva bisogno, il deserto era la sua cattedrale... Hogue amava il deserto molto più di quanto non volesse ammettere, aveva costruito il suo impero, ma era abbastanza uomo da rinunciarci per seguire il suo amore...

Il reverendo Joshua Douglas Sloan (David Warner) declama l'orazione funebre per Cable Hogue (Jason Robards) da La ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah
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28 marzo 2005


Scorcio di LésvosL'isola di Lesbo, o di Mitilene, come a volte viene chiamata oggi, si alza come una montagna scavata da due baie profonde e nonostante il mito ce la faccia immaginare quasi in una terra magica è facilissimo raggiungerla, anche per via breve (in aereo occorre circa un'ora); se invece vi si vuole arrivare per mare ci vogliono almeno quattordici ore di navigazione traversando tutto l'Egeo, lasciandosi a dritta le Cicladi e le Sporadi a mancina.
Chi ha qualche volta navigato questo supremo tra i mari, ricorderà, oltre il suo azzurro vivido e tiepido, anche il viola delle sue tempeste, e la presenza quasi allucinatoria di isole che lo scafo delle imbarcazioni sembra non poter evitare.
Lesbo invece è al di là di un gran braccio di mare deserto, quasi all'approdo con la Turchia. Qui i mitografi sostengono (e c'è forse una ragione per non credere loro?) che arrivarono portate dalle onde la testa di Orfeo mozzata dalle Menadi nella Tracia, e la sua lira, che non avevano mai smesso di cantare e di suonare. La testa fu collocata da mani riverenti nel tempio di Dioniso, la lira in quello di Apollo: ebbrezza e quiete, oscurità e luce, dismisura e misura, vino e sole, la vera poesia di Orfeo era tutto questo, e forse anche di più.
E Lesbo, dove poi non a caso ebbero dimora
Alceo e Saffo, fu consacrata alla poesia per sempre, dal mare, da quella testa e da quella lira che galleggiavano unite in una delle sue baie specchianti, che io ho visto e che non potrò mai dimenticare.

Già sulle rive dello Xanto ritornano i cavalli,
gli uccelli di palude scendono dal cielo,
dalle cime dei monti
si libera azzurra l'acqua e la vite
fiorisce e la verde canna spunta.
Già nelle valli risuonano
canti di primavera.

Alceo
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Anna Galiena in una scena de Il marito della parrucchieraAmore mio, ti lascio prima che mi lasci tu, prima che tu cessi di desiderarmi: perché allora non ci resterebbe che la tenerezza, e so che non sarebbe sufficiente. Me ne vado prima di essere infelice. Porto con me il sapore dei nostri abbracci. Porto con me il tuo odore, il tuo sguardo, i tuoi baci. Porto con me il ricordo degli anni più belli della mia vita, quelli che tu mi hai dato. Ti bacio tanto, tanto da morire: ti ho sempre amato, non ho amato che te. Me ne vado perché tu non mi dimentichi mai più.

Parole che Mathilde (Anna Galiena) lascia su un biglietto al marito Antoine (Jean Rochefort) prima di suicidarsi.
Da 
Il marito della parrucchiera di Patrice Leconte
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24 marzo 2005


Il mulino daudet nei pressi di FontvieilleSi lasciano le viuzze di Fontvieille, nella piana tra Arles e Avignone, e si sale dolcemente tra i pinastri, su una collinetta panciuta come Tartarino: sta lì il mulino di Alphonse Daudet, con la sua grande ruota, immobile sotto un sole ambrato, in un frinire di cicale e di fronte allo scenario suggestivo de les Alpilles: "Un mulino a vento per la farina, sito nella valle del Rodano, nel cuore della Provenza, su di una costa boscosa, abbandonato e non più adatto alla macinatura": il signor Alphonse Daudet, poeta residente a Parigi lo comprò a vent'anni, nel 1860, trovandolo "confacente alle proprie necessità" e "adatto a favorire il proprio lavoro poetico: è da qui che vi scrivo, con porta spalancata al caro sole... all'orizzonte le cime frastagliate e sottili delle Alpilles... nessun rumore... solo, di tanto in tanto, un suono di piffero, un chiurlo nelle lavande, i sonagli dei muli per sulla strada" confessa nelle Lettere dal mio mulino, date alle stampe nel 1869.
Alphonse Daudet (1840-1897)Gli "Amici di Daudet" lo hanno ripristinato nel 1935: nella stanza di sotto "una stanzetta bianca a calce, bassa e a volta, come il refettorio di un convento" si conservano i souvenirs, lettere e foto dello scrittore. L'obiettivo di Nadar fissò il suo sguardo da romantico perbene, femmineo e malinconico, un po' larmoyant: se Flaubert gli rimproverava "troppe pagine", Barbey D'Aurevilly gli riconobbe "profondità d'impressioni": colori e profumi, caratteri e sentimenti schizzati al vento della sua Provenza: "Quante volte sono andato lì a riprendermi a contatto con la natura, a guarire da Parigi e dalle sue febbri".
In quel mulino, solitario e ricco di silenzio, si dispiegò la qualità migliore di
Daudet: la sensiblerie, una qualità che, per lo scrittore, sta a metà strada tra sensibilità e sentimento.
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Dennis Hopper in una foto di scena per Easy rider-...La libertà è tutto, d'accordo... Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere libero quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale. Ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura...

Billy (Dennis Hopper) in Easy rider di Dennis Hopper

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20 marzo 2005


Lo Stary Zidovsky Hrbitov a PragaJosef K. visita nel sonno un vecchio cimitero. Vede un artista con il berretto di velluto che scrive lettere d'oro su una pietra tombale. Ed è proprio sotto questa lapide che finirà. Franz Kafka, nel racconto Un sogno, rendeva così omaggio al cimitero ebraico del V quartiere, lo Stary Zidovsky Hrbitov. Del ghetto di Praga, raso al suolo e ricostruito alla fine dell'800, questo era forse l'ultimo vero cuore magico rimasto.
La leggenda lo vuole vecchio come l'eternità. Ma la lapide più antica è quella di
Avigdor Karo, poeta e rabbino (1439). L'ultima è del 1787: Giuseppe II ordinò di chiudere il cimitero durante la peste, perché si trovava in mezzo alle case abitate e si temeva il contagio. In questa lingua di terra, compressa tra sinagoghe, case, negozi e altro, si assiepano undicimila cippi di pietra e di marmo. Quando lo spazio cominciò a scarseggiare si seppellirono i morti gli uni sugli altri, oppure in posizione verticale. In alcune zone si dice ci siano dodici strati di tombe, ma non so quanto la persona che me lo riferì fosse attendibile.
Molti cantori degli incubi praghesi sono venuti qui a tributare il loro omaggio malinconico ai simboli ebraici scolpiti nell'arenaria.
Meyrink qui sentiva l'odore del Golem. I personaggi di Karasek si incontrarono per decifrare il segreto di Rabbi Löw e fabbricare l'automa di creta. Qui passeggiava la bellissima e fragile Jenima creata dallo scrittore Wilhelm Raabe. In molti hanno creduto che molti aspetti della cultura ebraica della Mitteleuropa affondassero nella terra di questa necropoli.
Quando la visitai, spinta dalla leggenda che vi avevo costruito sopra con la fantasia, mi apparve come un'improbabile foresta di pietra nella
Città vecchia, una specie di Spoon River mitteleuropea che mi raccontava destini e azioni meritorie; dove il visitatore distratto poteva rischiare di non comprendere ciò che vedeva e non sentiva, mentre quello compunto doveva invece stare molto attento a non smarrire se stesso.
Io rimasi a metà del guado: non sentii tutto ma un po' mi persi. Fu una sensazione difficile da descrivere, momentanea ma intensa, da provare ma da non ripetere; se non con la memoria.
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Francesco Petrarca (1304-1374)...Sono posseduto da una passione che finora non ho potuto né voluto frenare... Non riesco a saziarmi di libri. Può darsi che io ne abbia già più del necessario; ma succede con i libri quel che succede con le altre cose: il riuscire a ottenere quel che si cerca stimola ulteriormente l'avidità. E in verità c'è un fascino tutto singolare nei libri: l'oro, l'argento, le pietre preziose, le vesti purpuree, i palazzi di marmo, i campi ben coltivati, i dipinti, un destriero con splendidi finimenti, tutti gli altri beni di tal genere offrono solo un piacere muto e superficiale; i libri ci danno un godimento intimo, parlano con noi e ci danno consigli e si congiungono a noi con una familiarità per così dire viva e loquace... E allora tu, se ti sono caro, affida questo incarico ad alcuni uomini fidati e di buona educazione letteraria: che esplorino la Toscana, che esaminino le librerie dei religiosi e degli altri uomini di studio, per vedere se ne emerge qualcosa che sia adatto ad alleviare, o piuttosto a stimolare ulteriormente, la mia passione. E sebbene tu sappia bene dove cadono le mie preferenze, senza possibilità che ti sbagli, includo una lista di ciò che desidero maggiormente. E per stimolare il tuo interessamento, sappi che ho spedito richieste uguali a questa ad altri amici in Inghilterra, Francia e Spagna...

Lettera di
Francesco Petrarca a Giovanni dell'Incisa (Fam., III 18, 2-3 e 14-15)
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18 marzo 2005


I ragazzi di via Pál (immagine tratta dall'omonimo film di Davide Ferrario)La via Pál c'è ancora. Dove l'aveva immaginata Ferenc Molnár nel romanzo del 1907 che l'ha reso celebre.
E' ancora quel breve segmento d'asfalto tra la via Maria e il József Körú
t (lo scrittore abitava qui al numero 68) che lui, giovane giornalista, attraversava ogni giorno per andare al lavoro.
E intorno sopravvivono anche l'Orto Botanico, il viale Ullö e il Museo.
Nel romanzo più famoso della letteratura ungherese correva l'anno 1889, la via Pál era circondata di prati e di terreni edificabili. Ci viveva una banda di ragazzini che credeva nell'amicizia e nella libertà. Per difendere le loro fortezze di legno erano disposti a combattere fino alla morte. E uno di loro, il gracile Nemecsek, morì sul serio. Sul campo i ragazzi vinsero. Ma non riuscirono a bloccare i progetti edilizi degli speculatori.
Gli architetti dell'Impero volevano che l'VIII distretto diventasse un quartiere per la ricca borghesia. Innalzarono al cielo solidi palazzoni con stucchi, fregi, ambienti spaziosi. Ma il lusso rimase solo sulla facciata. Lenti e silenziosi arrivarono sciami di poveri mercanti ebrei, di sarti, di bottegai, che occuparono le case partendo dal basso, dalle cantine.
Quattro decenni dopo, anche questo nuovo mondo fu sconfitto, spazzato via dall'olocausto. Quando visitai per la prima volta questa piccola strada di Budapest mi parve che vi si aggirassero ancora molti fantasmi.
I palazzoni imperiali ci sono ancora, e su di loro, assai dolorose, percepii le ferite del tempo.
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Mario Tobino (1910-1991)...Anche quella estate finì. Non si rividero più.
Non si rividero più, eppure rimasero sempre in un reciproco pensiero: erano stati felici molte ore, spontanei, sinceri, con la confidenza di tutta l'anima; si erano incontrati in un paesaggio eccezionale, paesaggio che col tempo diveniva sempre più di favola. Erano stati giovani innamorati tutti e due nel maggior splendore; si erano sorrisi con sicurezza e speranza e anche il non essere stati preda dei sensi, non aver varcato dei limiti, dava al ricordo una trasparenza, una grazia.
Qualche cosa di più forte di loro, di fatale, li aveva distaccati, e un certo reciproco oscuro istinto sussurrava non essere possibile un loro lungo domani, mancavano i sassi, la sufficiente calce, le robuste travi per farsi in comune una casa, abitazione di tutta la vita.
Reciprocamente continuarono a ricordarsi con tenerezza. Un giorno che Alfredo si ammalò - erano passati tanti anni - e la Dedé lo seppe, scrisse ad Alfredo la solita letterina celeste - laconica come sempre - che pure sussurrava il costante affetto, il frequente pensiero.
Una volta che Alfredo si trovò a passare vicino a Carpi si fermò a un bar, trovò un foglio e, alla maniera succinta della Dedé, le scrisse manifestando un rimpianto, viva ancora la luce delle ore passate insieme.
Ora tutti e due hanno i capelli bianchi, le rughe, spesso un mesto sorriso.
Se per caso un giorno si incontrassero l'autore pensa che andrebbero l'uno verso l'altra guardandosi senza alcun rancore.

Mario Tobino - Il perduto amore
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16 marzo 2005


Thoor Ballylee...Passeggio lungo i merli della torre e osservo / le fondamenta di una casa o dove un albero, / come un dito coperto di fuliggine, sbuca da terra...

Il signore che ha occhi così inclini a cogliere simboli e fantasmi, che se ne sta in vetta a contemplare i punti su cui tutto (un edificio, un tronco) poggia per venire alla luce, è
William Butler Yeats, il grande poeta irlandese, il grande sapiente; la torre, è Thoor Ballylee, di cui entrò in possesso nel 1917, e dove nel 1918 portò a passare l'estate la donna appena sposata.
La torre è nella contea di
Galway, a sud del Connemara, terra di laghi, brughiere, folletti e cigni selvatici, è a quattro piani, di una stanza ciascuno, con una cinta merlata alla cima, un edificio di rude, geometrica, straordinaria eleganza.
Per Yeats è un simbolo vivente: simbolo innanzi tutto di isolamento, ascesi, meditazione e altezza poetica, poi della spirale, ascendente e discendente della vita e del cosmo, infine della rocca di Troia, della bellezza per cui si combatte e si distrugge: nella stessa torre infatti era morta la Elena delle brughiere,
Mary Hynes, cantata dal poeta gaelico, cieco come Omero, Anthony Raftery: ragione non ultima per cui Yeats amò quella costruzione, e per cui dovrebbero andarci in pellegrinaggio oggi tutti quelli che nella bellezza e nel valore della poesia continuano a credere.
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Charles Dickens (1812-1870)...Mia sorella, Mrs. Joe Gargery, aveva oltre vent'anni più di me, e si era guadagnata un'ottima reputazione, ai suoi occhi e a quelli dei vicini, per avermi tirato su "con le mani". Dato che a quel tempo dovetti scoprire da solo il significato di quest'espressione, e sapendo che ella aveva mani ruvide e pesanti e che usava metterle di frequente tanto su suo marito che su di me, supponevo che io e Joe Gargery fossimo stati entrambi tirati su con le mani.
Non era una donna avvenente, mia sorella; e avevo la netta impressione che avesse indotto Joe Gargery a sposarla con le mani. Joe era un bell'uomo, con riccioli di capelli biondo chiaro ai lati del viso liscio, e occhi di un azzurro così incerto che sembravano essersi mescolati, in qualche modo, col bianco. Era una persona dolce, benevola, dal temperamento mite, un uomo caro e semplice... una specie di Ercole quanto a forza, e anche quanto a debolezza.
Mia sorella, la signora Gargery, con capelli e occhi neri, aveva una pelle tanto rossa che talvolta mi chiedevo se per caso non si lavasse la faccia con una grattugia per noce moscata, invece che col sapone. Era alta e ossuta, e indossava quasi sempre un grembiule molto ruvido, legato sul dietro con due lacci, e fornito, sul davanti, di un inespugnabile pettino quadrato tutto pieno di aghi e spilli. Ella considerava un suo grande merito il fatto di portare questo grembiule così spesso, e ne traeva motivo di forte biasimo nei confronti di Joe. Eppure, io non vedo il motivo per cui dovesse indossarlo o, se pure lo indossava, perché non se lo dovesse togliere ogni giorno della sua vita...


Charles Dickens - Grandi speranze
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14 marzo 2005


Il Castello di DuinoAl castello di Duino, "immenso, torreggiante sul mare come un promontorio di essenza umana... che dà sul Tutto", Rainer Maria Rilke arrivò nel 1911 con l'intento di "lasciarvi depositare il cuore", dopo il travaglio emotivo che aveva accompagnato la stesura dei Quaderni di Malte Laurids Brigge e dal quale la sua creatività era uscita dolorosamente prosciugata. L'occasione per rigenerare il silenzio interiore che gli era indispensabile per scrivere gli veniva ora offerta dall'amica Marie, principessa Thurn und Taxis e proprietaria del maniero. Qui, una mattina d'autunno, lungo lo stretto sentiero tra i bastioni a picco sul golfo di Trieste, Rilke "ricevette in dono" le Elegie, dette appunto Duinesi in omaggio al luogo in cui erano maturate.
Lo diceva l'amico
Paul Valéry: il primo verso lo scrivono gli dèi. E anche Rilke credette di riconoscere nello spirare della bora la voce di dio, che gli dettava l'inizio della prima Elegia: "Chi, se io gridassi, m'udrebbe dalle schiere degli angeli?". Prima di sera, la composizione era terminata. Tra le mura del castello (che il poeta paragonava a un frutto "con una buccia spessa e molta polpa, entro il quale si vive con pienezza, anche se bisogna adattarvisi non senza fatica") prendeva forma uno dei pià grandi cicli lirici del nostro secolo. La seconda Elegia fu composta di lì a poco. La stesura delle altre otto fu ultimata molto più tardi, nel 1922, lontano da Duino.
Fu la stessa padrona di casa, Marie, a tradurre per prima in italiano alcune Elegie, come per un tacito diritto di prelazione intellettuale. Nel castello "maschera di ferro" che protesse la solitudine del poeta agli sguardi altrui, credo abitino ancor'oggi i pronipoti della principessa Thurn und Taxis. Chissà, se ripercorrendo le orme dell'illuminata ava, anche loro pensino di ospitare, prima o poi, un poeta che, profittando del luogo, lasci a sua volta dei versi immortali. Non credo sarebbe una cattiva idea, anche se temo che gli attuali proprietari
abbiano scelto altre strade per passare alla storia...
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Claudio Magris...Non è detto che l'universo debba essere organizzato secondo leggi corrispondenti alle strutture della mente e della percezione umana: trasformare in metafora poetica le conoscenze sempre più astratte di una natura indeterministica è l'ardua sfida culturale che si pone oggi alla letteratura.
La letteratura difende l'individuale, il particolare, le cose, i colori, i sensi e il sensibile contro il falso universale che irreggimenta e livella gli uomini e contro l'astrazione che li isterilisce. Alla Storia, che pretende di incarnare e realizzare l'universale, la letteratura contrappone ciò che è rimasto ai margini del divenire storico, dando voce e memoria a ciò che è stato rifiutato, rimosso, distrutto e cancellato dalla corsa del progresso. La letteratura difende l'eccezione e lo scarto contro la norma e le regole; essa ricorda che la totalità del mondo è infranta e che nessuna restaurazione può fingere di ricostruire un'immagine armoniosa e unitaria della realtà, che sarebbe falsa...


Claudio Magris - Utopia e disincanto
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