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Il blog di Clelia Mazzini


archâios historía


10 aprile 2005


Rovine nel Foro RomanoC'è stato un periodo nella storia dell'uomo che sono convinta non tornerà più, non almeno nei modi in cui noi potremmo immaginarlo. Di solito i manuali di storia lo individuano come il periodo della decadenza romana, l'autunno di una certa dimensione dell'uomo. Lo fu per i filosofi, i maghi, i generali, gli scrittori, i poeti. Probabilmente chi abitò quei tempi, che corsero dal secondo al quinto secolo della nostra era, avrà vissuto un'angoscia che poi si è fatta Medioevo. Un'angoscia storica, che ci è dato di conoscere anche (e soprattutto) attraverso alcune pagine importanti della letteratura e della poesia di allora.
L'imperatore
Adriano, per esempio, che Marguerite Yourcenar riteneva "responsabile della bellezza del mondo", ci lascia alcuni famosi versi sulla morte, versi che lasciano intravedere non solo l'angoscia di un uomo impaurito per la sua prossima fine, ma anche pensieroso per i destini di un mondo che egli ha retto nelle sue mani e che con lui potrebbe esaurirsi:

Piccola anima smarrita e soave
compagna e ospite del corpo
ora t'appresti a scendere in luoghi incolori,
ardui e spogli
ove non avrai più gli svaghi consueti.
Un istante ancora
guardiamo insieme le rive familiari
le cose che certamente non vedremo mai più...
cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti...

Ecco invece un anonimo del quarto secolo, autore dei
Distici di Catone (in pdf), un poeta gonfio di saggezza. Ci lascia versi mirabili:

Nella felicità, attento ai crolli,
poiché non sempre il termine risponde all'inizio...

E ancora:

Non paventare la fine della vita:
a temere la morte, va perso quanto si vive...

A volte è addirittura sublime:

Cerca di leggere molto,
e dopo letto dimentica altrettanto:
mirabilia
ma non da credere cantano i poeti...

Sinfosio (v. alla voce "aenigmata" nel collegamento), anch'egli poeta del quarto secolo, amò gli indovinelli. Nella piacevolezza dei suoi versi ci avvisa anche di quel che vive, che prova nel suo mondo, forse inconsciamente:

Mi pasce l'alfabeto, ma ignoro cosa sia.
Son vissuta in mezzo ai libri ma senza diventare più studiosa.
Mi sono cibata di scienza, ma senza fare progressi...

La soluzione è abbastanza semplice: si tratta della tignola.
Ma nell'indovinello c'è un mondo che produce, produce senza voler lasciare, corroso da qualcosa che lo ignora e che riuscirà ad avere la meglio.

Forse solo in questo la nostra epoca pare somigliare a quella decadente e polverosa che vide le fine del mondo antico.
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Humphrey Bogart
- ...Non vorrei dimostrarmi un pauroso.
- Siamo tutti paurosi, il coraggio è una cosa inesistente.
C'è solo la paura: paura di farsi male, paura di morire.
E' per questo che gli esseri umani vivono così a lungo...

Vincent Parry (Humphrey Bogart) e Walter Coley (Houseley Stevenson) ne
La fuga di Delmer Daves


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20 febbraio 2005


Testa in bronzo raffigurante il re Sargon II (VII sec. a.C.)I Sumeri, come gli Assiro-Babilonesi, pensavano che il mondo fosse governato da leggi universali poste e applicate da dèi che, a differenza di quelli di altre civiltà, non erano affatto capricciosi, ma profondamente razionali.
Gli dèi dei Sumeri conoscevano infatti non solo il passato e il presente, ma anche l'avvenire, e a loro insindacabile giudizio potevano rivelarlo agli uomini. Se e quando volevano. Da qui il fiorire di trattati che oggi chiameremmo "libri dei sogni", ma che allora erano concepiti come veri e propri manuali operativi.
In
Mesopotamia comincia non solo la Storia in genere, ma anche la nostra storia perché è da lì che si irradiano concezioni, conoscenze e costumanze che giungono fino a noi, veicolate attraverso due grandi direttrici parallele: quella semitica (in special modo punica ed ebraica) e quella greca.
Essa insomma "è al nostro servizio per fornirci, se vogliamo consultarle, le più antiche carte di famiglia per recuperare il nostro passato, riscoprire la nostra genesi e condurci alla fonte prima di questo lungo fiume che ci porta sempre con sé" (Jean Bottéro,
Dai Sumeri ai Babilonesi. I popoli della Mesopotamia)
In questo senso la civiltà mesopotamica ha un interesse ancora più diretto dell'altra che l'affianca nel tempo, quella egiziana: perché l'
Egitto ci presenta un mondo tanto affascinante quanto in sé conchiuso, che vive ben protetto dal deserto nella sua "civiltà d'oasi". Non così la Mesopotamia, da cui periodicamente ci vengono rivelazioni sulle più antiche forme di cultura, di arte, di pensiero che credevamo nostre.
Valga per questo un esempio concreto ed illuminante: sono state scoperte le favole dei Sumeri, che fra l'altro fanno parlare a fine moralistico gli animali. Un precedente davvero inatteso di
Esopo, Fedro, La Fontaine e Trilussa e che lega (idealmente, vista la distanza di spazio e di tempo) questo mondo ad un altro parimenti affascinante, di cui ho parlato >>>qui.
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Da consultare (bibliografia assolutamente sommaria):
AA.VV. L'alba della civiltà (a cura di Sabatino Moscati) - 3 voll. UTET
Sabatino Moscati - Antichi imperi d'Oriente - Newton & Compton
Barthel Hrouda - La Mesopotamia - Il Mulino
Samuel N. Kramer/Jean Bottéro - Uomini e dèi della Mesopotamia - Einaudi
Mario Liverani - Antico Oriente - Storia, società, economia - Laterza

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Sibilla Aleramo (1876-1960)...Or dunque: la donna nasce con tesori profondi di sentimento, d'intelletto, di volontà, che al contatto fisico con l'uomo possono, o venire sommersi e negati, o svilupparsi e fiorire gloriosamente, o anche non provocare reazione alcuna, non ingrandire né impicciolire.
Credo che la donna più "vera" sia quella che nell'amore più prende: che dal sangue che il maschio le dona, copia maggiore estrae di entità spirituale, non solo per i figli ma per se stessa, per la colorazione e la vibrazione dei propri pensieri... Quella che accoglie con ardore il principio virile e lo elabora, e gli dà trasparenza tutta femminea...
Qualcosa di regale m'appare in questo destino di bella anfora cosciente:
Amo, dunque sono
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Sibilla Aleramo - Amo, dunque sono
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9 febbraio 2005


Santo Mazzarino (1916-1987)Santo Mazzarino è stato uno dei maggiori storici (e fra i più geniali) che l'Italia abbia mai avuto. Di lui amo particolarmente La fine del mondo antico, dato alle stampe nel 1959; un libro assolutamente "rivoluzionario" in cui viene delineata la storia delle idee di "decadenza" e di "morte di Roma" da Polibio ai nostri giorni, e viene al contempo fornita anche un'interpretazione "moderna" della rovina del mondo antico.
La storia diventa, grazie a Mazzarino, oltre che "cronaca di fatti", soprattutto "vicenda" di idee, di sentimenti, di civiltà, in cui il fattore religioso e il fattore culturale hanno una parte mai inferiore, e qualche volta addirittura superiore, al fattore politico: così da giustificare, per esempio, la definizione che lui dà dell'
epoca dei Severi, come epoca di Ippolito e di Callisto.
Ma l'interesse di questo storico è andato ben oltre la storia romana imperiale rivolgendosi ben presto anche alla storia greca, alla storia romana arcaica e a quella dell'antico Mediterraneo, come nei volumi
Fra Oriente e Occidente e Dalla monarchia allo stato repubblicano, cogliendo sempre, al di là della successione degli avvenimenti, le problematiche connesse con lo sviluppo, spesso complicatissimo, della civiltà umana. La genialità stimolante del pensiero del Mazzarino appare come un invito continuo a non rifugiarsi sempre e solo nella certezza dei "fatti" ma a lasciarsi andare, qualche volta e senza timore, anche al fascino dell'interpretazione, su di un terreno pericoloso e scosceso che, grazie alla sua guida, appare però sempre dotato di un fascino "sicuro".

Altre sue opere fondamentali:
Introduzione alle guerre puniche; L'impero romano vol. I e II; Aspetti sociali del quarto secolo. Ricerche di storia tardo-romana.
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Gina Lagorio...Ritrovarsi in casa, dopo l'ultima passeggiata nel freddo della prima notte deserta e i passi risonanti sull'acciottolato, con la luce scialba dei lampioni a dare coraggio alle loro anime che affioravano spaurite, ciascuna da una lunga strada dove avevano proceduto per tanto tempo senza incontrarsi, non gli sembrava un ritorno simile a nessuno di quelli che lo avevano preceduto; rientrava nella sua casa con una sensazione d'irrealtà, come se lo seguisse il brusìo di una conchiglia carica di risonanze. Non poteva ripensare alle ore appena trascorse perché non era la sua memoria a ricordare, ma una memoria che ne specchiava un'altra. Non sapeva fermare le immagini o le parole del loro stare insieme, suo e di Elena, perché in realtà non accadeva loro che una cosa: lui era attento al proprio suono interiore, Elena al suo. La conchiglia del tempo passato: le risonanze della sua vita qualche volta si confondevano con quelle di lei, l'eco diventava più lunga, per pochi istanti si guardavano stupiti, il sentimento di ascoltare l'uno accanto all'altra il ritmo sopito della loro vita li sgomentava, nascevano fra loro improvvisi silenzi. Elena si accendeva nervosa una sigaretta dopo l'altra, Dino riemergeva smarrito da quel mare che riscopriva tenendo fermo l'orecchio sulla conchiglia che Elena era venuta, consapevole o no, a portargli.
Quello che c'era attorno a loro, gli alberi, le case, le
nebbioline
sul fiume, le verdure fradicie buttate sotto il bastione, il disegno dei paesi sulle creste, non lo vedevano veramente: l'avevano davanti agli occhi, ma lo guardavano come attraverso un vapore di cose morte: anche per loro gli anni erano bruciati, come quei rifiuti vegetali da cui si alza ogni sera un fumo chiaro che odora di dolciastro, e in quella nebbia soavemente corrotta respiravano come in un sogno...

Gina Lagorio - Fuori scena
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25 gennaio 2005


Tramonto a SelinunteE un demone avverso / dalla Sicania qui mi ha deviato contro la mia volontà: ancora vestito dei panni del misterioso straniero in cerca di ospitalità, Odisseo, subito dopo il massacro dei Proci, incontra il vecchio padre Laerte e gli narra le sue peripezie. Questi due versi del XXIV canto dell'Odissea sono il primo documento scritto che ci sia pervenuto, in cui la Sicilia è citata con il nome primitivo di Sikanies (poco dopo Omero usa l'aggettivo Sikelè, per indicare l'ancella siciliana del vecchio re di Itaca). Se la leggenda dice che i primi abitanti di questa terra furono Ciclopi e Lestrigoni, Erodoto, il più antico dei grandi storici greci, riporta una tradizione appresa direttamente dai Cretesi, secondo la quale Minosse, partito da Cnosso alla ricerca di Dedalo, sarebbe approdato in "Sikanie, quella che oggi è chiamata Sikelia". Dopo di lui, che vi morì, numerosi altri cretesi si sarebbero trasferiti in Sicilia e che non si tratti solo di mito o leggenda è confermato oggi anche dall'archeologia, che ha potuto verificare i fitti rapporti culturali e commerciali che nell'antichità legarono queste due grandi isole del Mediterraneo.
Dopo i Cretesi, vennero i
Sicani (di qui Sikanie), poi gli Elimi, forse esuli da Troia, i Siculi, provenienti dall'Italia meridionale, i Fenici (che da accorti mercanti quali erano, si accontentarono di poche città portuali, ma situate in posizioni strategiche per i commerci), ed infine giunsero quei coloni greci
, dalle provenienze più disparate, che diedero l'impronta più vigorosa alla civiltà siceliota.
Frutto di tante stratificazioni, questa cultura presenta dei caratteri assolutamente peculiari, che in parte la differenziano anche da quella della contigua
Magna Grecia.
Un errore che non va commesso è infatti considerare la Sicilia come parte integrante della Megale Hellàs. Non è così. Gli antichi Greci, infatti, chiamavano in questo modo solo la parte continentale dell'Italia come ci testimonia
Strabone il quale scrive: I Greci a cominciare dal tempo della guerra di Troia occuparono molta parte del continente (e vi crebbero a tal punto che la chiamarono Magna Grecia) e la Sicilia (VI, 1, 2).
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Anne Tyler...Seduta dritta sulla poltrona della mamma, mi guardai intorno. In quel salotto c'era di tutto. Statuette scheggiate, un barometro, un orologio da tavolo Baby Ben che funzionava e una pendola rotta, una fila intera di Kahiil Gibran, una torre pericolante di riviste di maglieria, penne di pavone infilate dietro lo specchio. Bicchieri pieni a metà di acqua torbida, uno Scarabeo, un vaporizzatore, una spazzola zeppa di capelli castano chiaro, un telaio da ricamo, un tascabile di astrologia, uno scialle macchiato d'uovo, centrini su centrini, cataloghi di Sears, vecchi album di foto dalla copertina imbottita, un cigno di vetro pieno di bilie colorate coperte dalla polvere, piante che straripavano dai vasi e invadevano il davanzale. Sul tavolino accanto a me, una boccetta di lozione Jergens e una lente d'ingrandimento e un paio di forbici per ritagliare articoli di giornale. (Adorava ritagliare articoli di giornale! Li infilava in tutte le sue buste e per anni continuai a spiegarli a uno a uno cercando di capire quale importanza potessero avere per me. Senza mai riuscirci. Cuccioli recuperati dalle fogne, coniglietti rimasti orfani allevati da gatte, bambini caduti in piscina il primo giorno d'estate a Baltimora. Niente che avesse un significato. Imparai a buttarli via senza nemmeno guardarli, come se servissero semplicemente da imballaggio per le sue letterine striminzite.) Sotto tutte quelle cianfrusaglie, se riuscivi a distinguerli, c'erano i mobili con le gambe così sottili e stortignaccole che ti chiedevi come facessero a reggersi in piedi. Mi veniva l'ansia soltanto a vederli. Mi portai le dita alla fronte, sentendo arrivare uno dei miei mal di testa...


Anne Tyler - L'amore paziente
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16 dicembre 2004


Lord Oliver Cromwell (1599-1658)Forse non molti avranno sentito nominare Edward Sexby, di sicuro non sono tante le enciclopedie che lo menzionano ed anche Internet, in questo caso, non aiuta (a meno che non si conosca l'inglese).
Edward Sexby è l'autore di un pamphlet dal titolo significativo "
Killing no murder" (Uccidere non è assassinare) che fa parte di quella serie di pubblicazioni "antiautoritarie" che fiorirono (molto faticosamente) in Inghilterra nel periodo cromwelliano.
Lui stesso, dopo aver combattuto nell'esercito di
Cromwell contro il re, si schierò dalla parte dei Levellers, che rivendicavano una maggiore democrazia politica e giustizia sociale. Il movimento fu stroncato da Cromwell, che si appoggiava sulle classi proprietarie e mercantili. Dopo la sconfitta, Sexby non cessò mai di lottare e congiurare, in patria e in esilio, contro la dittatura del Lord Protettore.
"Killing no murder" uscì nel 1657 e la polizia di Cromwell riuscì a sequestrare solo una parte della tiratura. Con quel libello Sexby definiva lucidamente i caratteri della tirannia, ne denunciava la presenza nel governo di Cromwell, incitava i suoi concittadini a ribellarsi (senza lasciarsi fermare da alcun timore o pregiudizio di ordine morale, religioso o giuridico), contro l'ingiusta autorità che, con la scusa dell'ordine, era divenuta sempre più liberticida.
A sostegno delle sue tesi citava la Bibbia (che evidentemente è un testo valido per ogni stagione politica...), la storia greca e romana, la dottrina ebraica prima (a partire dall'esempio di Mosé) e cristiana poi.
Dopo aver confutato le possibili obiezioni con grande vigore logico ed espressivo, Sexby giungeva alla (senz'altro opinabile) conclusione che il tirannicidio non solo era lecito, ma doveroso e meritorio.
Purtroppo quell'incitamento non gli portò fortuna; infatti era passato poco tempo dalla pubblicazione della sua opera quando venne catturato e rinchiuso in carcere dove, pochi mesi dopo, morì, con ogni probabilità per cause non naturali.
Non "ucciso", ma sicuramente "assassinato".

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Novità in
Biblioteca: La fine della strada
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SegnaloMorte e rinascita della Biblioteca di Weimar da Corriere.it (grazie a Stefania)
             La campana di vetro di Sylvia Plath dal blog nuvolediparole
                 I fantasmi dei Natali passati dal blog Le botteghe color cannella
                 La maschera e il volto: l'indicibile dal blog viaggio
                 Sterne: Proemio nella 'Désobligeante' dal blog i Miserabili
                 Philip Kindred Dick dal blog Romanzieri.com
                 Sulla misteriosa Percebar dal blog Percebar
                 Cose da leggere in Italia dal blog vibrisse
                └(correzione a cosa si legge in Italia)
             Anabasi dal blog thewreck
             Semper ero si meminisse voles dal blog zapisnaya knizhka
             L'ultima è quella che conta dal blog Variazioni
                 Chris Bachelder - Orso contro squalo dal blog Il tempo di leggere
                 Materiali di estetica dal blog LaretedellaSociologia
                
Massimo Cacciari: Il pensiero di Guénon da Dissidenze
                 changing new york dal blog to drown a rose
                 Parvenza di intero dal blog anellomancante
                 Un libro dal blog Caravanserraglio
                 Marginalia da Black blog
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Da visitare: il nuovo blog di Nessuno.tv sul Cannocchiale (grazie a Massimo) 
                 mind the blog - blog crossing (curiosa iniziativa segnalata da Squonk)
                 Thinking With Type (grazie a Luisa)




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15 dicembre 2004


Una, due, Mille BaghdadCome è facile immaginare, Baghdad non è sempre stata la città caotica ed insanguinata che siamo abituati a frequentare attraverso i reportages degli (ormai pochi) cronisti rimasti sul campo di battaglia, tra il fuoco di bande sanguinarie e quello delle truppe d'occupazione. Sembra incredibile, eppure c'è stato un tempo in cui, senza tema di smentita, la capitale dell'odierno Iraq era considerata una delle città più importanti del mondo. Ma questo avveniva in un'epoca purtroppo molto lontana; infatti già al tempo in cui furono scritte le Mille e una notte (che pure trasmettono l'idea di quella città da sogno) la Baghdad "fatata" non esisteva più.
Per trovarla nella realtà bisogna risalire all'VIII secolo, ai tempi del califfo Harun al-Rashid (di cui ho avuto modo di parlare anche qui), epoca in cui è ambientata la maggior parte dei racconti della raccolta.
A quell'epoca Baghdad era la città di tutte le ricchezze. La cultura che vi si respirava era molto avanzata, ed era una cultura liberale, che realizzava un equilibrio fra la tradizione araba e le altre tradizioni di cui gli intellettuali si appropriavano traducendone i testi ed assimliandoli.
Dagli scritti degli storici arabi sappiamo che esisteva un istituto per la ricerca scientifica, la "Casa della Saggezza", alla cui edificazione contribuì il grande filosofo arabo Al-Kindi. Era da qui che partivano le missioni archeologiche per il recupero di manoscritti greci che poi venivano tradotti.
Come ai tempi d'oro di Roma o di Babilonia nella capitale irachena ogni attività era fiorente e la povertà praticamente non esisteva. Baghdad aveva un commercio avanzatissimo per via marittima con Ceylon. Gli unici "meno ricchi" erano quei mercanti che avevano impiantato i loro scambi con la Cina per via di terra; le guerre con l'Asia infatti, interrompendo la via della seta, li avevano costretti a ridimensionare il loro giro d'affari. Un altro fatto rilevante è che non c'era separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale: la maggior parte degli scrittori, a quell'epoca, esercitavano mestieri artigianali: erano mercanti di stoffe, calzolai, barbieri.
E' questo un contesto storico e culturale assai brillante ed importante ma, ripeto, è anteriore all'epoca in cui furono scritte le Mille e una notte. La Baghdad del XIII secolo è infatti solo un pallido ricordo di quella dei tempi d'oro (e per certi versi alcuni racconti della raccolta sembrano farne cenno, come ad esempio la famosissima Storia di Sinbad il marinaio, il cui inizio, confrontando le miserie di Sinbad il facchino con le ricchezze del protagonista, sembra metaforicamente far riferimento alla condizione della città al momento della stesura del racconto in rapporto a quella, ben diversa, in cui il racconto si svolge).
Ma sono convinta che oggi, i suoi abitanti, si accontenterebbero anche della Baghdad del XIII secolo, pur di tornare a poter guardare con serenità, e senza incertezza, verso il futuro che li attende.
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Novità in
BibliotecaMondo pessimo
                             Mi domando che madri avete avuto...
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Segnalo: Le monde selon blog da Libération (grazie ad Jacopo)
             Desiati: Le luci gialle delle contraerea dal blog i Miserabili
             L'addio di Socrate dal blog Associazione Machiavelli
             A blog is a blog is a blog Reprise dal blog Piccoli equivoci senza importanza
             37. dal blog brevitas
             Racconto di Natale: 'Ma non fu così' dal blog arsenico
             Polvere gran confusione da manteblog
             Il cosmo interrotto di Ivano Fermini da Dissidenze
             A cena con Serge Quadruppani da Carmilla
             Greetings from Ginevra 1, 2, 3 e 4 dal blog Squonk
L'epistemologia contemporanea (in pdf) da Università Virtuale (grazie a RetedellaSociologia)
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Da visitare: Fiabesque (grazie a Gianni Biondillo)
                  El-Ghibli (grazie a Giulio Mozzi)




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11 dicembre 2004


Linciaggio di streghe ad Edimburgo (da una stampa del 1678)Si sente un gran parlare in questi giorni (a proposito, a sproposito, non saprei) di "linciaggio morale".
Ognuno tira l'acqua al suo mulino e, fra tanti "linciati", non sono riuscita ad identificare bene il profilo del protagonista di questa odiosa "pratica" che pare così frequente per le strade della nostra beneamata Repubblica.
Parlo del linciatore, naturalmente.
Non avendo particolari doti investigative non mi metterò alla ricerca delle sue tracce bensì, con i modesti strumenti che ho a disposizione, lascerò libero corso alla mia curiosità per cercar di sapere da che parte di mondo sia mai giunta a noi questa parola così truce che, nella mente di molti cittadini timorosi (anche se ormai, temo, si tratti di un'esigua minoranza), evoca il peggio che si possa pensare.
E' ovvio che, sin qui, abbia parlato di "linciaggio" in senso figurato. Nella sua accezione concreta, come è ben noto, il linciaggio è un'esecuzione capitale violenta e immediata per impiccagione, percosse, pestaggio, lapidazione ed altri mezzi brutali, eseguita da privati cittadini contro individui ritenuti responsabili di gravi delitti. Il linciaggio non tiene conto delle normali procedure giuridiche, trattandosi di un giudizio sommario da parte di gente spesso esasperata e incontrollata.
L'origine della parola è alquanto discussa, pur essendo quasi certo che si tratti di una voce di origine anglosassone. Alcuni sostengono infatti che derivi dal verbo to lynch (punire) altri invece, e sono i più numerosi, collegano il vocabolo al nome di un certo Lynch, identificato con un borgomastro irlandese vissuto nel XV secolo, altri ancora infine lo fanno derivare dalla città di Linchburg, in Virginia, il cui fondatore nel 1792 avrebbe instaurato questo spicciativo sistema di giustizia barbara e primitiva.
Tra queste ipotesi le più attendibili sono forse quelle del borgomastro e del governatore.
Il primo,
James Lynch, borgomastro della città irlandese di Galway, ebbe il gravoso compito di condannare a morte il proprio figlio colpevole di furto e di assassinio. Siccome il boia si rifiutava di eseguire la sentenza, il giudice procedette all'esecuzione del figlio, impiccandolo con le proprie mani. Questo esempio si ripeté frequentemente nella storia delle conquiste in America dove si videro i fratelli, Bibbia alla mano, votare contro i fratelli e attribuirsi il diritto di gettare la prima palata di terra e di piantare la croce sulla tomba dell'impiccato.
L'altra storia, quella del giudice
Charles Lynch, racconta invece che per combattere la delinquenza dei numerosi assassini e degli schiavi fuggiaschi che avevano i loro rifugi nelle zone inaccessibili di Dismal-Swamp, il tutore della legge esercitò il potere con estrema energia, condannando senza alcuna pietà coloro che venivano colti in flagrante delitto. Li faceva impiccare alla svelta al primo tronco d'albero alto cinque metri da terra, alla presenza di tutti, affinché il macabro spettacolo servisse da lezione. Se però le infrazioni non erano gravissime, allora la condanna poteva essere limitata all'allontanamento del colpevole dalla carovana con cavallo e fucile. Per furto di viveri o munizioni c'era l'allontanamento senza cavallo e senza fucile. La qual cosa spesso corrispondeva alla morte di fame e di stenti nel deserto. Purtroppo, in nome di questa legge, detta appunto la legge di Lynch, furono commessi abusi e violenze di ogni specie, in particolare contro uomini di colore. Ma questa non credo sia una novità.
Bene. Ora sono più tranquilla, ho scoperto che dal suolo "anglosassone" non sono partiti soltanto bastimenti carichi di democrazia, ma anche qualcos'altro di ben più riprovevole.
Parlo di un vocabolo, naturalmente, non vorrei essere fraintesa, visto che per la pratica delle esecuzioni sommarie anche le nostre lande latine e mediterranee possono senza dubbio vantare una tradizione secolare.
Tradizione che, a quanto mi pare di ricordare, non si è mai del tutto perduta...
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Novità in
BibliotecaAl mio giudice
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Segnalo: I luoghi sensibili dal blog Colti sbagli© da Maestro
                 Affinati su Salmi e canti di Malcom Lowry da i Miserabili
                 As I want you to be da Roba postmoderna
                 Pottsville, ultima frontiera dal blog licenziamento del poeta
                 36. dal blog brevitas

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- Per l'affetto che mi lega a Lee Masters segnalo inoltre (pur con qualche comprensibile brivido) questo interessante progetto del quale debbo la conoscenza a Lizaveta
- Auguri ad Invarchi per la ricorrenza
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27 novembre 2004


Guercino - Il suicidio di Catone Uticense - Genova, Museo di Palazzo RossoLe fonti ci tramandano che Catone Uticense passò le ore che precedettero il suicidio a leggere brani del Fedone.
Non cercava certo coraggio o conforto nella filosofia, egli aveva infatti già dimostrato di averne da vendere quando, per più volte, aveva sfidato a viso aperto sia
Cesare che Pompeo.
Non erano nemmeno le dottrine sull'immortalità dell'anima, tanto lontane dal suo pragmatismo ateo di romano, ad interessarlo.
Il Fedone forse servì all'Uticense unicamente per "certificare" la sua "giusta" morte e il sereno distacco con il quale egli se la impose.
Un distacco che non venne meno neanche quando decise di strappare le bende che gli amici, prontamente accorsi, avevano stretto attorno alla ferita del suo gladio.
Dante comprenderà bene il gesto (e la citazione) ed in lui (che pure è un pagano ed un suicida) vedrà il prototipo del giudice giusto e imparziale, tanto da affidargli il ruolo di guardiano del Purgatorio.
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Da consultare:
Plutarco, Vite parallele - Focione e Catone Uticense
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Novità in
Biblioteca: I problemi del millennio
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Segnalo:
 La (mia) fortezza Bastiani dal blog Out
                 Piccole storie dal blog Il tempo di leggere
                
Il nero muove e perde in due mosse dal blog [falso idillio]<




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25 novembre 2004


Scena di tortura, acquaforte del XIII sec.Con l'urteil (sentenza, giudizio) divenuto poi nel latino medievale ordàlium, alcune popolazioni barbariche costringevano i presunti colpevoli di reati a prove fisiche estreme (passaggio nel fuoco, immersione in olio o acqua bollente, appendimento a lacci con pesi ecc...) che, con il loro eventuale (e assai raro) esito positivo, avrebbero dovuto dimostrare, di fronte a dio, l'innocenza di chi veniva sottoposto a tali prove.
L'ordalìa (detta anche giudizio di dio) era in antico considerata rigorosamente personale, essa riguardava cioè sempre e solo un individuo. L'applicazione ad interi villaggi, città, o addirittura ad intere popolazioni non era compendiata nel rito.
Quest'ultima è pratica moderna.

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Novità in 
BibliotecaLa mano e l'anima
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20 novembre 2004


Carlo Magno (747-814)Carlo Magno regnò contemporaneamente ad un altro grande sovrano, anch'egli molto amato e rimasto nella memoria dei posteri: Harun al-Rashid, califfo di Baghdad dall'anno 786 all'anno 809; molti lo ricorderanno come protagonista delle Mille e una notte. Le relazioni tra l'imperatore cristiano e quello musulmano (ricordato dalle cronache franche con il nome di "Aaron rex Persarum") furono sempre abbastanza cordiali. Eginardo ci racconta che, nell'anno 801, alcuni ambasciatori di Harun al-Rashid sbarcarono a Pisa e che con loro rientrò in Europa anche l'ebreo Isacco, che Carlo aveva inviato in Oriente quattro anni prima come proprio messo personale. Altri tempi, davvero. I messaggeri del sovrano abbaside portavano in dono al re cristiano un elefante che destò talmente tanta sorpresa e ammirazione da essere ricordato per ben due volte negli altrimenti assai scarni Annali regi della corte di Aquisgrana. Eginardo narra che il pachiderma era stato richiesto espressamente da Carlo, curioso com'era di vederne uno per la prima volta, e dice anche che il califfo era talmente felice di esaudire la richiesta del "collega" che si privò dell'unico esemplare in suo possesso pur di accedere al suo desiderio. Sulle cronache di Eginardo è comunque sempre opportuna una valutazione di prudenza...
Sappiamo anche che, nell'anno 807, una nuova spedizione di ambasciatori portò dall'Iraq dei doni preziosissimi (stoffe, profumi, unguenti, un orologio, candelabri in oro e lapislazzuli, alcune tende e molti altri mirabolanti doni sui quali i cronisti dell'epoca diedero, nel descriverli, libero corso alla loro fantasia).
Questa cordialità fra i due monarchi era legittimata dal fatto che fra loro non si temevano affatto, nessuno dei due, infatti, vista la lontananza delle rispettive aree di influenza, poteva in alcun modo recare nocumento all'altro. Ben diversa è invece la valutazione dei loro rapporti se li osserviamo in relazione al comune nemico che ambedue vedevano nell'
impero bizantino, alle cui spie, forse, non era sfuggito questo via vai continuo di ambasciatori fra la corte franca e quella abbaside.
Comunque, sappiamo dalle cronache che Carlo Magno era cordiale sì, ma alquanto diffidente. Un rescritto imperiale infatti vietava rigorosamente l'esportazione delle micidiali spade franche verso tutti i territori del califfato di Harun al-Rashid. Queste armi erano infatti l'unico bene occidentale che godesse di un mercato sicuro in Oriente.
Si vede che, già da allora, i nostri progenitori godevano di molta reputazione come fabbricanti ed esportatori di armi, anche se, evidentemente, dimostravano un po' più di acume e di prudenza, onde evitare che gli stessi spadoni fossero usati "impropriamente" contro coloro che li avevano fabbricati...
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