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Il blog di Clelia Mazzini


alba pratalia aràba


16 maggio 2005


Illustrazione tratta dalla prima edizione del Tristram ShandyAvrei desiderato che mio padre o mia madre, o meglio tutti e due, giacché entrambi vi erano egualmente tenuti, avessero badato a quello che facevano, quando mi generarono. Se avessero debitamente considerato tutto quanto dipendeva da ciò che stavano facendo in quel momento [...] ed agito di conseguenza, sono fermamente persuaso che io avrei fatto al mondo una ben diversa figura da quella in cui forse apparirò al lettore.
- Scusa, caro, - disse mia madre sul più bello, - non hai dimenticato di caricare l'orologio?
- Buon Dio - esclamò mio padre, sbottando, ma sforzandosi nello stesso tempo di moderare il tono della voce: - Ha mai donna, da Eva in poi, interrotto un uomo con una domanda così sciocca?... -

Potrà sembrare strano e paradossale eppure è proprio da questo inopportuno disturbo dell'atto generativo che trae origine la "biologia" del romanzo moderno.
Tristram Shandy, frutto di un atto disturbato, è infatti il bambino terribile, incapace di agire per linee rette, caratterizzato da movimenti serpentini ed ellittici che, con il suo racconto non raccontato, col suo continuum mobile di digressioni e variazioni, di opinioni impedenti le azioni, col suo calibratissimo caos strutturale (pur a lungo emarginato e spesso vanamente imbrigliato) si riaffaccia con prepotenza a inizio secolo quale indiscutibile riferimento per ogni narrare che intenda rifiutare il meccanismo causa-effetto del romanzo tradizionale.
Vita e opinioni di Tristram Shandy gentiluomo di Laurence Sterne diviene all'alba del XIX secolo il modello dell'infrazione, l'antiromance (o addirittura, qualora si attribuisca tale qualifica al Don Chisciotte, l'anti-antiromance) cui si rifanno creativamente autori quali Joyce, Musil, Svevo...
Una gioia leggerlo nella sua disconnessione spazio-temporale, un piacere anche il semplice aprirlo a caso per lasciarsi portare dall'onda anomala della sua intemperanza verbale, della sua musicalità, del suo non essere mai nel punto dove dovrebbe essere.
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Charles Dickens (1812-1870)
- ...Ah! La poesia sta alla vita come le luci e la musica al palcoscenico: private questo dei suoi falsi ornamenti, e quella delle sue illusioni, e cosa resta di vero che valga la pena di vivere o di amare?...

Charles Dickens da Il circolo Pickwick

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8 maggio 2005


Umberto Saba ritratto da Carlo Levi (part.)Al giovane Giovanni Giudici, che gli inviava in lettura un suo libretto di poesie così rispondeva Umberto Saba: "...l'unica cosa che possa augurarti è una qualche esperienza di vita: un grande dolore, un grande amore, qualcosa insomma che ti faccia fare un passo avanti dalla letteratura alla poesia...".
Ed a
Giacomo Debenedetti: "...Sto molto male ed ogni parola umana non puo' che farmi stare peggio, anche, amico mio, una tua. E' difficile spiegare...".
Mario Luzi ci ha restituito in pieno il senso di questa figura così problematica nell'àmbito dello scenario letterario italiano del Novecento: "Nella sua umiltà di cronista del valore eterno Saba ha tolto alla sua poesia l'umiliazione di dirsi moderna, perché moderna è tutto sommato una delimitazione".
Nel doloroso esistere dei versi di
Saba possiamo, senza sforzo, ritrovare i nostri pensieri, il cuore, le ore di desolazione, l'inguaribile bisogno di amare, la tristezza disillusa della vita:

Spunta la luna.
Nel viale è ancora
giorno, una sera che rapida cala.
Indifferente gioventù s'allaccia
sbanda a povere mète.

Ed è il pensiero
della morte che, in fine, aiuta a vivere.

Nei suoi versi desolati fa a volte capolino, come un raggio di sole da una densa coltre di nubi, la timida e amara consapevolezza dell'ineluttabilità del destino che, in un certo qual modo, "assolve" l'uomo dal "probabile errore" che è proprio del vivere:

...da quei sogni e dal quel furore tutto
quello ch'hai guadagnato, ch'hai perduto,
il tuo male e il tuo bene, t'è venuto.

Ed infine il canto puro, che
Saba ha lasciato in dote ai poeti che l'hanno seguìto; una liaison che ha le sue radici nell'Ottocento leopardiano e nel primo Novecento pascoliano; un percorso che non cede mai alle lusinghe di una certa lirica "decadente" e, a tratti, assolutamente declamatoria e di maniera (e in questo caso il nome di D'Annunzio sorge spontaneo).
Saba si affida in pieno solo al verso e, quasi sempre, alla sua dolorosa biografia, come in questa lirica dal titolo significativo, "Ulisse":

Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d'onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d'alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l'alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo
per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Di
Umberto Saba io amo la malinconia, ma anche la risolutezza nell'affrontare il proprio destino e, infiine, una certa joie de vivre. Sentimenti, questi, in apparenza contraddittori, ma solo in superficie.
Sfogliando le pagine di quel libro della (e per la) vita che è il
Canzoniere, chiunque potrà, da solo, rendersene conto.
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7 maggio 2005


Ludovico Ariosto ritratto da TizianoGiovan Battista Nicolucci, detto il Pigna, parlando ne I Romanzi della vita e delle opere di Ludovico Ariosto, scrive che messer Ludovico era "dolcissimo e principalmente con le donne nella conversazione delle quali era pronto e svegliato e gratissimo a tutta la compagnia". L'indicazione è preziosa; che un uomo sia "dolcissimo" con le donne può in realtà rivelare assai poco del suo atteggiamento intellettuale, ma che ne gradisca la conversazione rivela una forma mentis essenzialmente contraria a quegli atteggiamenti che noi ora raccogliamo sotto la parola, forse impropria ma efficace, di "maschilismo". Un uomo che predilige la conversazione femminile si rivela assai di rado maschilista. Quanto ad Ariosto, invece, in molti punti dell'Orlando furioso si rivela addirittura quasi "femminista". Basta osservare innanzitutto che "le donne" è la parola che apre il poema e che se Ariosto avesse voluto mettere in cima all'opera "l'arme" (parola in teoria più adatta, visto il tema) non avrebbe violato alcuna regola metrica. Un ipotetico "L'arme, i cavallier, le donne, gli amori" non può sicuramente definirsi un endecasillabo eccelso, però è passabile. Si può dunque pensare che Ariosto volesse dare il primo posto alle donne non per motivi meramente metrici, ma per indicare un primato femminile nell'economia del poema. E che egli non lo abbia fatto per semplice cortesia lo rivela l'atteggiamento tenuto lungo tutto l'Orlando.
Significativamente, il poema lo narrò per la prima volta ad una donna,
Isabella Gonzaga. Particolare doppiamente significativo, perché Ariosto narrò, non lesse (né avrebbe potuto, non essendo stata l'opera ancora scritta). Narrò al modo in cui si narra la vicenda di un romanzo di cui si debba ancora completare, o iniziare, la stesura: egli stesso sentiva dunqua il peso della storia e della narrazione in qualche modo superiore al peso del verso.
Che poi Isabella abbia apprezzato la narrazione ben più di quanto il fratello
Ippolito apprezzasse il poema compiuto può lasciarci credere che la marchesa di Mantova, donna ricordata per la gran cultura ed il gran carattere, possa avervi ravvisato un'inclinazione, se non "femminista", almeno favorevole alle donne.
E' un'illusione un po' anacronistica? Può darsi, ma nulla ci vieta di farla nostra rileggendo i versi sublimi del grande emiliano.
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Duello tra paladiniLe donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

Dirò d'Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa ma né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d'uom che sì saggio era stimato prima...

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22 aprile 2005


Ivan Kalcina - Il vascello fantasma (part.)...Siamo tutti degli espatriati, siamo tutti dei condannati a morte...
Un giorno bisogna partire da un porto su un mare nero, cacciati via dal destino, lasciare per sempre questo molo e sbarcare altrove, su altri moli, arrivare in città straniere, rifarsi una vita, come gli esuli russi del 1920 o come i miei genitori quando lasciarono Savannah nel 1893 e come tanti altri...
E viene il giorno dell'ultimo molo per la destinazione misteriosa. Il viaggio sulla terra volge al termine, l'ombra sul muro è cancelllata, ma sappiamo che c'è un paradiso in cui tutti i nostri vagabondaggi saranno finiti per sempre...
Gli eventi che cito di sfuggita nelle pagine di questo Diario mi colpiscono per la loro monotonia nell'orrore, rari sono quelli che permettono di sorridere o di sentirsi felici. Mi è stato chiesto spesso perché ricusavo qualunque commento sulla politica; lo faccio semplicemente perché muore di mediocrità e di noia...
Il XXI secolo esisterà veramente solo quando saranno scomparsi i parolai e i loro discorsi che tracciano confini e instaurano finte gerarchie. Il più delle volte, gli uomini di Stato suscitano unicamente quanto vi è di più basso e fazioso. Magari se il secolo a venire fosse quello dell'anima...


23 settembre 1984

Julien Green - L'Expatrié. Journal, 1984-1990
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Julien Green (1900-1998)L'Expatrié è il quattordicesimo volume (in totale ne saranno pubblicati diciassette) del diario di
Julien Green; lo scrittore (nato nel 1900 da genitori statunitensi emigrati in Francia e morto nel 1998), sin dal 1919, affidò al proprio Journal raffinati appunti spesso sospesi tra acume mondano e riflessione spirituale.
Green esordì come romanziere nel 1926 con Mont Cinère, confermando poi il suo talento di narratore con una lunga serie di opere che comprende tra l'altro Adrienne Mesurat (1927), Leviatan (1929) fino a Chaque homme dans sa nuit (1960) e Terre lontaine (1966).
Nonostante la lunghissima serie di opere narrative e saggistiche il capolavoro di
Green rimane probabilmente il Journal, scritto ininterrottamente per quasi settant'anni; un'opera travagliata che documenta limpidamente l'evoluzione personale dell'artista e che solo parzialmente è stata pubblicata in Italia (da Mondadori negli anni '40/'50 e da Mursia negli anni '90).
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19 aprile 2005


Thomas De Quincey (1785-1859)Mi sono spesso raffigurata lo scrittore (ogni scrittore) come un imputato a vita (non un "condannato", ma proprio un imputato, cioè uno che non sa se, come e quando verrà giudicato colpevole) chiamato a discolparsi con le proprie opere, a sfuggire con esse ai fantasmi che di frequente lo tormentano. Con la scrittura non fa che trasferirli sulla pagina bianca, imprigionandoli per mezzo dell'inchiostro che, coi suoi tratti, dipinge (spesso) segni di paura. Scrivere allora significa crearsi degli alibi, trasformando un'eccitazione (a volte) dolorosa in una fonte di piacere per sé e per altri. Ma tutto questo è il risultato di un atto di coraggio e di una guerra interiore. Lo scrittore deve avere il coraggio, appunto, di affrontare i propri fantasmi, per evocarli ed espellerli, per trasformarli in familiari, anche se magici, segni scuri. Quando il coraggio manca, lo scrittore si blocca. Vittima di una codardìa più radicale, talvolta lo scrittore gli alibi preferisce non inventarseli con la scrittura ma in altro modo. E qui molteplici potrebbero essere gli esempi (fino ai più estremi, legati in questo caso non solo alla paura dello scrivere ma anche a quella di vivere; realtà, questa, ahimè ben più complessa e complicata), laddove i "fantasmi" assumono una "corporeità" che va ben oltre i cinque sensi, che tocca un senso incompiuto e all'apparenza illogico: quello dell'immaginazione, della "visione", della paurosa espressione di un'anima che si "materializza" in una "proiezione". Come un'enorme e minacciosa ombra cinese frutto del delirio...
Riflettevo su questo, fino a poco fa, mentre davanti ai miei occhi scorrevano, lente e sontuose, le righe di un libro sublime. Uno di quelli che cambiano la vita.
E non solo quella di chi scrive.

Maurizio Berton - Le parche...queste Signore sono i Dolori; e sono tre di numero, come tre sono le Grazie che adornano di bellezza la vita dell'uomo; e tre sono le Parche, che tessono nel loro misterioso telaio il cupo arazzo della vita umana sempre con colori in parte tristi, talvolta accesi di tragico cremisi e di nero; e tre sono le Furie, che portano l'espiazione invocata dall'al di là per gravi colpe che ancora si aggirano su questo mondo; e solo tre un tempo erano perfino le Muse, che intonano l'arpa, la tromba o il liuto al grave fardello delle appassionate creazioni dell'uomo. Queste sono i Dolori, tutte e tre Signore a me note... Chiamiamole Nostre Signore del Dolore...
La maggiore delle tre è chiamata
Mater Lachrymarum
, Nostra Signora delle lacrime... E' questa sorella, la maggiore, che porta alla cintura chiavi più che apostoliche che aprono ogni capanna e ogni palazzo... E' grazie al potere di queste chiavi che Nostra Signora delle Lacrime s'insinua, intrusa spettrale, nelle camere degli uomini insonni, delle donne insonni, dei bambini insonni, dal Gange al Nilo, dal Nilo al Mississippi...
La seconda delle sorelle è chiamata
Mater Suspiriorum
, Nostra Signora dei Sospiri... Questa sorella è la visitatrice del paria, dell'ebreo, dello schiavo al remo nelle galere mediterranee; del criminale inglese nell'isola di Norfolk, cancellato dal libro dei ricordi nella dolce, lontana Inghilterra; di chi si è pentito ormai invano e sempre ritorna con lo sguardo a una tomba solitaria che gli appare come l'altare demolito di un passato e sanguinoso sacrificio, altare su cui ogni offerta è ormai vana, sia per implorare il perdono, sia per tentare una riparazione...
Lawrence Alma-Tadema (Ai bagni, part.)Ma la terza sorella, che è anche la più giovane...  Il suo regno non è grande, altrimenti non vi sarebbe più vita; ma dentro quel regno il suo potere è assoluto... Non si china mai; e i suoi occhi sollevandosi così in alto potrebbero essere nascosti dalla distanza. Ma, quali essi sono, non possono essere nascosti; attraverso il triplice velo di crespo che ella porta, la fiera luce di un'ardente sofferenza, che mai non ha posa al mattutino o ai vespri, al mezzodì o alla mezzanotte, alla marea crescente o alla marea calante, può esser veduta da terra... Ella sfida Iddio. Ella è anche la madre delle follie; l'ispiratrice dei suicidi. Molto si affondano le radici del suo potere; ma ristretto è il numero di coloro su cui domina. Poiché ella può avvicinare solo coloro in cui una natura profonda è stata sconvolta da un'intima convulsione; coloro in cui il cuore trema e il cervello vacilla sotto i colpi combinati di tempeste interne ed esterne. La Signora delle Lacrime si muove con passi incerti, rapidi o lenti, ma sempre con tragica grazia. Nostra Signora dei Sospiri si trascina timida e furtiva. Ma questa più giovane sorella si muove con moti imprevedibili, a scatti e con salti da tigre. Non porta chiavi; poiché sebbene venga di rado fra gli uomini, apre a forza tutte le porte che le è permesso di varcare. Il suo nome è
Mater Tenebrarum
, Nostra Signora delle Tenebre...

Thomas de Quincey - Suspiria de profundis
(In Italia pubblicato come appendice alle
Confessioni di un oppiomane)
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2 aprile 2005


Arnold Böcklin - L'isola dei mortiMi piace l'idea del marinaio che, nell'omonimo dramma di Fernando Pessoa, dopo essere naufragato su un'isola solitaria, ed essersi reso conto che non gli sarebbe mai stato più possibile tornare in patria, si costruisce ineluttabilmente una patria mentale interamente immaginaria; un "luogo" che finisce per concretizzarsi a tal punto dentro di lui da eliminare del tutto (e per sempre) il ricordo della sua vera terra d'origine.

[Sento sempre più mia quest'idea, ogni giorno che passa, e mi accompagno da sola verso questo nuovo futuro].
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George Grosz - Scena di strada a Berlino"Quanti sei? Sei uno?" Si domanda un bel giorno Nikolaj Brandeis. E nel rispondersi deve riconoscere che ogni persona è, al contempo, almeno altre dieci, venti, cento possibili persone diverse; ognuno è infatti il risultato di infinite trasformazioni. Lui è stato contadino, insegnante, traditore, assassino, soldato, zarista... Sì, perché Brandeis viene dall'Oriente, dalla Russia. Ai borghesi di Berlino fa l'effetto di un mongolo, anche se in realtà egli è figlio di un ebreo. Ma anche agli occhi ebrei orientali dello shtetl, da cui si è allontanato, lui appare come un transfuga. Nikolaj Brandeis è uno dei due protagonisti del romanzo politico che
Joseph Roth scrisse nel 1929, Destra e sinistra, è anche un uomo che ripercorre all'indietro l'esilio dalla comunità, eppure è destinato a rimanere straniero fra gli stranieri, straniero fra i suoi simili, e straniero persino a se stesso.

[
Il percorso attraverso le parole di Roth continua per me in maniera abbastanza sorprendente].
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Robin Williams ed i suoi allievi sul set de L'attimo fuggente- ...Ci teniamo tutti ad essere accettati, ma dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri, anche se ad altri sembrano strani e impopolari, anche se il gregge dice "Non è beee...".
Come ha detto Frost: "
Due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta. Ed è per questo che sono diverso"...

John Keating (Robin Williams) ai suoi allievi ne
L'attimo fuggente di Peter Weir
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31 marzo 2005


...Le mille e una notte...Siamo abituati a pensare ad Aladino con la sua lampada magica o a Sindbad il marinaio come ai più noti personaggi delle Mille e una notte, mentre invece le loro antichissime storie, in origine, non facevano affatto parte della celebre raccolta. Esse furono aggiunte più tardi, da ignoti trascrittori che cercarono, in questo modo, di arricchire un "piatto" per altro già ricco di suo. E dunque prima ancora che le peripezie dell'Ulisse d'Oriente e alle magie del ragazzo che diventò sultano, i lettori dell'antichità leggevano le avventure di Hasan di Basra, un viandante più nostalgico che temerario, che si muoveva fino alla Cina e al Giappone.
I filologi hanno da tempo acclarato che queste storie, che prolungano all'infinito i piaceri delle notti, non sono sgorgate dalle labbra rosate di Shahrazàd come vuole la tradizione, ma sono il frutto di stratificazioni successive anche se, ogni volta che rileggo (con sempre nuovo trasporto) l'antica "collana", mi sovvengono alla mente le parole che Pietro Citati ha scritto in proposito nella prefazione di questo volume:

Come nessun altro libro del Mondo Le Mille e una notte
sono inesauribili... Narrare è - all'origine - un dono femminile, una parola che una donna rivolge a un'altra donna, e che l'uomo ascolta. Shahrazàd comincia le sue storie quando l'oscurità annuncia, da lontano, il giorno: legato all'eros, ai demoni, ai fantasmi e alle lingue segrete, il racconto nasce dalla notte, vive della notte, ma vince le tenebre e fa nascere ogni volta il giorno per tutti noi che parliamo e ascoltiamo...

Ed a proposito di trascrizioni, stratificazioni ed "Ulisse d'Oriente" ho ripensato alla domanda che Calvino si pone in apertura di un saggio contenuto nel volume
Perché leggere i classici di cui ho recentemente parlato:

Quante Odissee contiene l'Odissea?

L'interrogativo è legittimato non soltanto dalle versioni alternative o integrative del viaggio fornite nell'
Odissea dagli aedi, ma anche dallo stesso Ulisse. Ad esempio, l'incontro con gli esseri fantastici rivelato al re dei Feaci Alcinoo (Polifemo, i venti rinchiusi nell'otre donatagli da Eolo, Circe, le Sirene, ecc.) non ricorre nelle storie, molto più verosimili, di naufragi e di pirati che egli narra al suo arrivo ad Itaca. Così alcuni studiosi hanno ipotizzato che nell'Odissea siano confluite tradizioni diverse del nostos. Ma, contrariamente a ciò che potremmo sospettare, è proprio il mondo magico e favoloso a costituire la novità del poema, a staccarlo dalla misura dell'epica, dal suo "realismo". E non è il caso di concludere su una presunta "simulazione" di Ulisse perché, dice Calvino:

Forse per Ulisse-Omero la distinzione menzogna-verità non esisteva, egli raccontava la stessa esperienza ora nel linguaggio del vissuto, ora nel linguaggio del mito, così come ancora per noi ogni nostro viaggio, piccolo o grande è sempre Odissea
.

[Vago nella terra del mito, non importa "quale" terra e quale "mito"; mi basta percorrere strade che mi allontanano da quelle consuete. Vie antiche ma "nuove" che mi fanno sentire davvero (e finalmente) cittadina di questo mondo, di "tutto" il Mondo; lontana dalla "provincia" in cui sembrano muoversi (a loro agio?) molti uomini e molte donne di oggi.
Apparentemente incapaci di riconoscere l'altro e, a volte, persino di riconoscersi nella nebbia del troppo detto e visto e del poco ascoltato e compreso].

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Jeff Bridges in una scena di Tucker- ...Io sono arrivato in ritardo di una generazione. Perché nel sistema di adesso il solitario, il sognatore, l'eccentrico, che se ne esce con un'idea bizzarra di cui tutti ridono, ma che poi si dimostra valida e rivoluzionaria, viene schiacciato dall'alto prima ancora di tirare fuori la testa dall'acqua. Perché i burocrati preferiscono uccidere un'idea nuova piuttosto che vederla esplodere.
Se Franklin fosse vivo oggi, finirebbe in galera per aver fatto volare un aquilone senza permesso...


Preston Thomas Tucker (Jeff Bridges) in
Tucker-Un uomo e il suo sogno di Francis Ford Coppola
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29 marzo 2005


Italo Calvino (1924-1985)Ieri ho dedicato parte della mia giornata ad un "classico" relativo ad altri "classici"...
Al di là dell'apparente bisticcio di parole, mi sono abbandonata alla ri-lettura di
Perché leggere i classici, l'insuperato (ed insuperabile) vademecum di Italo Calvino, il più sobrio, il più giocoso, il più elegante e il più semplice dei nostri prosatori. L'unico che può permettersi di porsi davanti a Queneau e Dickens, a Candido, a Pasternak, Ovidio, Borges, concentrandosi solo sui suoi "arnesi da lavoro" critici, mantenendo sempre quell'aria onesta, assorta, caparbia, scevra da ogni esibizionismo. Con quel tono informale di chi si pone come semplice tramite tra l'autore, messo sul "banco da lavoro" e il pubblico, fornendo utili informazioni, precisando, spiegando, riassumendo (benissimo). Calvino è davvero grande nell'arte di lasciarti credere che a quel giudizio, a quella visione ci sei arrivata tu, da sola, mentre lui, socratico gentleman, tira indietro la sedia con un sorriso silenzioso. Guardandoti fissa negli occhi, come ha fatto stasera con me. Grazie, Maestro...
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E già che sono in tema mi permetto di segnalare
questo incontro con Luciano Canfora.
Mi sembra un degno corollario alla lettura precedente
.

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Marcello Mastroianni (1924-1996)- ...La morte, in se stessa, non esiste. Cancella forse quello che un uomo ha fatto in vita? No. Annulla i suoi meriti, la sua memoria? No. E allora, morte, ma chi sei? Ma chi ti conosce? Cosa conti? Tu non conti niente. Eh, tu vorresti essere importante, presa in considerazione come la vita. Ma la vita dura una vita, cara mia. Invece tu, morte, tu duri solo un momento: l'istante in cui ti presenti...

Antonio Jasiello (Marcello Mastroianni), in
Maccheroni di Ettore Scola

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27 marzo 2005


Ritratto di Édouard Dujardin (1861-1949)Non fu James Joyce (come pretende di affermare una certa vulgata corrente) a introdurre la tecnica del cosiddetto monologo interiore nel romanzo moderno, attraverso l'Ulisse, bensì Édouard Dujardin, nel breve (ma intensissimo) romanzo Les lauriers sont coupés.
Ed è proprio lo
scrittore francese, ormai quasi del tutto dimenticato, a rivendicare la paternità dell'artifizio nel suo Le monologue intérior, opera che l'autore diede alle stampe nel 1927.

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Una scena tratta da L'amore il pomeriggio di Eric Rohmer- ...In treno preferisco un libro al giornale, e non solo per la comodità del formato. Il giornale non fissa abbastanza la mia attenzione, e soprattutto non mi fa uscire dal presente. Il tragitto, mattina e sera, corrisponde più o meno alla quantità di lettura che mi piace soddisfare di getto. Anche a casa leggo, di sera, ma altre cose: mi piace avere più di un libro da leggere, ognuno con il suo tempo e il suo luogo, che mi portino fuori dal luogo e dal tempo in cui sono...

Frédéric (Bernard Verley) in
L'amore il pomeriggio di Eric Rohmer
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22 marzo 2005


Henry Miller (1891-1980)Criminale e santo, demoniaco e angelico, Henry Miller in Tropico del Capricorno percorre il suo itinerario dal caos alla società urbana, dal viaggio negli spazi aperti del West e del Sud fino ad incontrare, come in una grazia, la donna misteriosa che segna una tappa decisiva nel processo di salvezza privata, a sua volta violenta e apocalittica, punto estremo ed epifania di un libro paragonato dall'autore al Purgatorio dantesco.
Tropic of Capricorn, apparso nel 1939, segna una fase cruciale e sotto molti aspetti più complessa e ambiziosa di Tropico del Cancro, del 1934, libro di esordio di Miller.
Tra i due volumi si accumulano infatti frequentazioni con
Swedenborg, con il buddhismo Zen, la mistica ebraica, Dostoevskij, Otto Rank (quest'ultimo per il tramite di Anaïs Nin), senza contare una singolare e alquanto soggettiva interpretazione di Nietzsche e di Spengler, e naturalmente il rapporto con l'avanguardia Dada, mentre la nostalgia per un'America perduta rammenta curiosamente un classico ottocentesco quale Thoreau.
Da tutta questa commistione di autori, opere e pensieri è "sgorgato" uno dei più intensi capolavori del Novecento, dove il "bandito delle parole" viaggia attraverso il suo immaginario scatenato, fino a restituirci il senso ultimo di un cammino letterariamente rivoluzionario, che oggi sembra smarrito per sempre e del quale, forse, si prova persino una struggente nostalgia.

Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos...

Henry Miller - Tropico del Capricorno
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Klaus Kinski e Bruno Ganz sul set di Nosferatu di Werner Herzog- ...Il tempo è un abisso profondo con lunghe infinite notti, i secoli vengono e vanno... Non avere la capacità di invecchiare è terribile. La morte non è il peggio: ci sono cose molto più orribili della morte. Riesce a immaginarlo? Durare attraverso i secoli, sperimentando ogni giorno le stesse futili cose...

Il conte Dracula (Klaus Kinski) a Jonathan Harker (Bruno Ganz) da
Nosferatu, principe della notte
di Werner Herzog

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