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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


27 febbraio 2005


A caminho do futuro, foto Diamantino-MendesIn Orazio tutto vive in virtù dell'attimo presente, che appare come il presidio supremo grazie al quale l'uomo può arrivare a convincersi della propria sostanziale libertà, una libertà che gli consente persino di affrontare a viso aperto il futuro (che il poeta vede sostanzialmente come un nemico, perché foriero senza dubbio di insidie assai perniciose per l'uomo - non a caso il "tempo che arriva" ha in serbo la sua arma più micidiale: la morte).
Ed è così che, al di là dei suoi più celebri versi:

...Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero

[...mentre si parla il tempo astioso è già in fuga:
dunque cogli l'oggi e credi meno che puoi al domani.]

possiamo notare in tutta la sua opera una quasi maniacale adesione al principio della "consapevolezza" del vivere presente. Ecco qualche esempio.
Nella sua lettera più ispirata (Ep. I, 11) il poeta latino ci offre un chiaro segno del suo manifesto:

...Se la volontà divina ti elargisce comunque un'ora fortunata, prendila in mano con riconoscenza. La gioia non devi rimandarla ad un altr'anno. In questo modo, dovunque tu sarai, confesserai che t'è piaciuto vivere. Giacché, se l'anima è placata non da un panorama di mare sterminato, ma da un saggio ricorso alla ragione, allora quelli che solcano impazienti il mare cambiano il cielo ma non il loro cuore... (23-27)

Ed anche nel canto 9 del I libro dei Carmina, Orazio chiarisce assai bene il suo pensiero:

...Sàlvati dal sapere il tuo domani.
Ogni giornata che la sorte aggiunge
abbila come un dono...

Quello di Orazio non è un futuro a cui anelare, ma un futuro da temere e la sua poesia compie un costante sforzo per "frenare" l'arrivo del prossimo giorno, che potrebbe contenere in sé il germe della fine.
Una fine sulla quale il poeta non lascia molte speranze:

...L'anno e l'ora che rapiscono i giorni felici
ti ammoniscono a non nutrire mai speranze nell'immortalità...

Dunque non è solo il futuro "prossimo" che Orazio rinnega; anche in quello "eterno" egli non nutre in realtà alcuna speranza.
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Fuoco bruca con me...Io, mia Delia, non inseguo la gloria:
pur di restar con te non m'importa
che mi chiamino incapace e indolente.
Voglio specchiarmi in te quando verrà la morte
e in fin di vita tenerti con la mano che s'abbandona.
Mi piangerai, Delia, e composto sul letto del rogo
coi baci verserai lacrime amare.
Piangerai perché il tuo cuore non è di ferro duro
e nel tenero petto non hai di sicuro una pietra.
Nessun giovane, nessuna fanciulla potranno tornare
a casa da quelle esequie con gli occhi asciutti.
Ma tu non soffrire la mia ombra, risparmia, o Delia,
i tuoi capelli sciolti e le tue tenere guance...


Sono versi di Tibullo (El. I, 1, 57-68) che ci restituiscono forse la traccia di un'emozione remota e anche oggi, che molta acqua è passata sotto i ponti della Poesia, ci riportano nella ineffabilità profonda e misteriosa del sentimento poetico.Tibullo non aveva forse la profondità lirica di Catullo, e senz'altro non sapeva nemmeno cosa fosse quella mondanità tanto cara ad Ovidio; nella sua poesia non è ravvisabile il pathos di Properzio e nemmeno l'ironia di Orazio; non c'è, infine, traccia del latente dolore di Virgilio. In Tibullo, una segreta armonia smorza i colori, i toni, i gesti sonori, i contrasti. Gli spaesamenti dell'anima e il moto spesso impetuoso della storia si acquietano in una cadenza, in un disegno rituale: dell'inquietudine è rimasto il velo di una ruggine. Tutto è affidato al respiro della forma come accettazione, laica e religiosa, di una realtà immanente che spesso ci supera, ma che comunque appaga:

...Non desidero sapermi invidiato: via da me la gloria del volgo;
chi è saggio sappia gioire nel segreto del suo animo.
Così potrei vivere felice anche nei boschi solitari
dove nessuna via sia segnata da orme umane.
Tu, placa per me gli affanni, luce di una notte tenebrosa,
tu infinita compagnia anche in luoghi solitari...
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Da consultare:
Quinto Orazio Flacco - Odi ed Epodi
Quinto Orazio Flacco - Epistole
Albio Tibullio - Elegie
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Gérard Depardieu e Catherine deneuve in una scena tratta da L'ultimo metrò di  françois Truffaut- L'amore fa male, forse?
- Sì, l'amore fa male. Come un grande avvoltoio plana sopra di noi, si immobilizza e ci minaccia. Ma la minaccia può essere anche promessa di gioia. Sei bella, Hélèna, così bella che guardarti è una sofferenza.
- Ieri dicevate che era una gioia.
- E' una gioia e una sofferenza...

Bernard (Gérard Depardieu) e Marion (Catherine Deneuve) in
L'ultimo metrò di François Truffaut
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Da visitare e leggere: I blog e gli articoli segnalati oggi
Ultima recensione inserita in Biblioteca: Il Novecento segreto di Giacomo Debenedetti
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