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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


11 febbraio 2005


Giacomo Leoaprdi (1798-1837)Ho sempre pensato a Leopardi come ad un "poeta di confine", o meglio, come lui stesso scrive in una prima stesura dell'Infinito, del "celeste confine". E proprio questa sua celebre poesia svela, oltre all'ultimo orizzonte, anche un limite precedente che è quello di "questa siepe" che "da tanta parte/dell'ultimo orizzonte il guardo esclude".
E' così che Leopardi ci fa entrare dritti nel territorio ardito del paradosso che, etimologicamente parlando, fuorvìa, disorienta, ci allontana da ogni possibile frontiera, oppure, come in questo caso, ce ne indica addirittura due. Una inclusa ed una ulteriore. Ma non è tutto: la siepe che è lì, di fronte al poeta ("questa siepe..."), si fa nel testo improvvisamente più lontana ("...di là da quella") perdendosi così, indefinitamente, in quella zona "oscura" che chiamiamo (non potendola in alcun modo contenere) infinito. In questo modo, osservando quella siepe, è possibile "immaginare", oltre il suo primo confine, "interminati spazi". Ed ecco che allora la voce reale, presente e concreta del vento diventa l'annuncio di quell'infinito silenzio che di per sé è invece irreale, in quanto solo immaginato, ma che possiede comunque un linguaggio, poiché riesce a narrare al poeta le "morte stagioni" ed anche quella "presente", più viva, perché più prossima nel ricordo. La voce del silenzio giunge dall'infinito, racconta dunque sia il tempo concreto che quello astratto; sia la Storia che l'assenza di essa (cioè l'eternità che è infinito tempo, senza limiti).
E' a questo punto che, spinta
verso vette vertiginose di lirismo, la ragione del lettore sembra "naufragare", incapace di districarsi logicamente fra un tangibile limite reale ed un celeste confine che è prodromo di un mistero più profondo.
Mistero che racchiude in sé l'infinità dello spazio e l'eternità del tempo.
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John O'Hara (1905-1970)...Caroline Walker si era innamorata di Julian English quando già era un po' stanca di lui. Si era nell'estate del 1926, uno degli anni meno importanti nella storia degli Stati Uniti e quello in cui si era resa conto che la sua vita aveva raggiunto il massimo dell'inutilità. Aveva ormai terminato gli studi da quattro anni e si sentiva terribilmente vecchia, avendo raggiunto il suo ventisettesimo compleanno. Si era scoperta a pensare sempre più e sempre meno agli uomini e credeva nella verità di questo apparente paradosso senza prendersi il disturbo di analizzarsi più a fondo. Pensava a loro più sovente e pensava a loro meno sovente, ecco tutto. Si era già innamorata parecchie volte, sempre in modo diverso, ed i suoi sentimenti erano stati quasi sempre ricambiati. Gli uomini - tutti accettabilissimi - si innamoravano di lei con confortante regolarità e gli sforzi che aveva dovuto fare per liberarsene avevano finito col convincerla di non avere un aspetto spiacevole. Si era rammaricata di non essere veramente bella fino al giorno in cui un vecchio e simpatico pittore di Filadelfia, che faceva il ritratto alle signore dell'alta società, le aveva detto di non aver mai visto una donna veramente bella...

John O'Hara - Appointment in Samarra
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