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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


23 novembre 2004


...Quando lo scrittore ha riempito il foglio, i freghi neri si sono moltiplicati, il corpo è fitto di pagine, le parole rifiutate occhieggiano sotto le cancellature come rivoli di sangue raggrumato...

Vasco Pratolini (1913-1991)Così recita un brano di Vasco Pratolini, tratto dal
 capitolo 40 di Cronaca familiare, e subito forte emerge la tentazione di una lettura psicoanalitica o almeno psicologica di questo brevissimo passo.
Non so se la letteratura nasca davvero da dei traumi e se farne sia un modo per riassorbirli, quel che mi pare abbastanza probabile è che la narrativa di quest'autore, forse troppo presto messo ai margini della nostra storia letteraria recente, mette continuamente in evidenza i traumi che stanno alla base della sua vita: la malattia e la morte dei congiunti, l'estrema povertà, la separazione dal cerchio protettivo (piccola comunità, casa, strada, rione).
Di fronte alla palese ingiustizia che presiede alla vicenda umana si aprono davanti allo scrittore due strade: o spiegare, o raccontare; o anche, ma più raramente, tutte e due le cose insieme.
Pratolini scelse per sé la strada del raccontare. E lo fece in due modi: o soffermandosi con insistenza sulle proprie, dolorose ferite, oppure ponendo al centro del proprio narrare una "teoria della liberazione" che consentisse ai suoi protagonisti di uscire dalla propria condizione di infelicità. E' vero che, in questo modo, gli rimarrà per sempre impedito l'accesso ad una comprensione "filosofica" della tragedia umana, e del male che questa sempre accompagna. Il fatto è che Pratolini credeva a quello che aveva vissuto e a quello che vedeva: i mali del mondo. Il suo limite (o la sua virtù, naturalmente dipende dai punti di vista) fu quello di non aver fatto tesoro della lezione di Leopardi, di non riuscire a vedere, una volta messosi su questa strada, il mondo come male. Insomma non riuscì a diagnosticare la forma assoluta dell'esistenza e della società ma, secondo le illusioni politiche di molti scrittori del suo tempo, credette in un altro assoluto: quello della liberazione. I suoi personaggi partono spesso da posizioni di svantaggio, o comunque negative, ma hanno sempre davanti a loro una speranza forte, qualcosa che li proietta, spesso loro malgrado, verso l'illusione di un avvenire migliore.
Curiosamente, però, Cronaca familiare appare non in linea con questa tendenza, che è invece vivissima in
Cronache di poveri amanti
o in Metello (solo per fermarmi a due titoli tra i più noti di Pratolini), e forse anche per questo il libro fu accolto più tiepidamente da certa critica più "militante" (gli fu perdonata questa, peraltro breve, "involuzione", solo perché la vicenda era legata al doloroso evento della morte del fratello).
A leggere il romanzo oggi si potrebbe correre il rischio di sentirlo "datato", farcito com'è di quella prosa poetica, di quel ritmo ternario e di quel tono elegiaco che erano una caratteristica precipua del miglior Pratolini ma che oggi appaiono così lontani dai gusti attuali. Eppure il lettore intelligente dovrebbe sempre sapersi abbandonare al testo, lasciarsi catturare dal suo ritmo. Se lo farà, se ne avrà il coraggio, allora sarà "rapito" da questo libro e, vista anche la sua relativa brevità che consente una lettura ininterrotta, sprofonderà in una sorta di "trance estatica" da cui si risolleverà solo al termine del romanzo. Magari con l'intenzione di rileggerlo immediatamente.
Come conviene sempre fare con le grandi opere, per le quali una volta sola non basta mai.
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