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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


11 maggio 2005


Jospeh Turner - Snowstorm (1842, part.)Spesso la poesia esprime l'angoscia di un'esperienza individuale, e così facendo non alberga in sé una realtà "oggettiva", bensì l'altra faccia della poesia stessa, quella cioè della soggettività avvolta nel dolore, che in fin dei conti altro non è che il momento stesso dell'abbandono del "pensiero poetante". Poiché la poesia, nella pienezza creativa, non conosce questi vuoti, se non nel silenzio. Il fare poesia, come scrive Leopardi, sostituisce l'allegria, l'ebbrezza della forza vitale.
Si può ascoltare efficacemente il nulla soltanto da una ricca pienezza. Giacché l'energia informa il pensiero e genera amore, che, a sua volta, ricostituisce la pienezza, oltre la pratica del dolore, dello smarrimento, del dubbio.
E dunque, come ha ben visto
Kant, l'uomo non può vedere oggettivamente il reale essendovi immerso (condizione tra l'altro già ben espressa da Dante nei celebri versi: ...la vista che riceve il vostro mondo,/ com'occhio per lo mare, entro s'interna; / che, ben che da la proda veggia il fondo, / in pelago nol vede; e nondimeno/ èli, ma cela lui l'esser profondo...).

Ecco allora parole che discendono dal silenzio di un desiderio insoddisfatto e differito. Parole che non sono divinità immutabili sottratte alle intemperie dell'esistenza: che resistono alll'aria e che ci restituiscono il colore, il tempo, il vento, l'incanto fragile come neve sospesa tra la notte e le strade. Parole che affidano alla pietà di un verso il sapore amaro dei sorridenti addii.
Un tempo si sentiva il poeta come un vate che chiamava le cose per nome come nel primo giorno della creazione: oggi abbiamo l'impressione che i poeti contemporanei si accomiatino da loro.
Il libro che si va scrivendo non è la narrazione della vita, ma il congedo da essa. Le luci degli oggetti e dell'esistenza sono poca cosa rispetto al silenzio di quello che non è accaduto.
Forse nella fine della scrittura, la parola verrà consegnata allo sguardo senza confini del nulla che si manifesterà, minaccioso e ultimativo, nell'assenza di canto, nel vuoto torpore dell'inespresso, nella calma piatta dell'occhio del ciclone, che manterrà intatta una piccola parte del mondo dell'anima mentre, tutto intorno, la forza distruttrice della Natura (che noi siamo) raderà al suolo ogni residuo di speranza.
Dalle macerie dei giorni tornerà forse a sorgere la luce di una parola creatrice.
Ma saranno altri a darle un nome.
Un nome che, probabilmente, non sarà più Poesia.
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Margherita Guidacci (1921-1992)Se il muro fosse di pietra e non d'aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d'ombra che ti rigano l'anima
fossero l'ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d'una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell'orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s'aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d'ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l'aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.


Margherita Guidacci, Il vuoto e le forme, Rebellato, 1977
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