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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


10 aprile 2005


Rovine nel Foro RomanoC'è stato un periodo nella storia dell'uomo che sono convinta non tornerà più, non almeno nei modi in cui noi potremmo immaginarlo. Di solito i manuali di storia lo individuano come il periodo della decadenza romana, l'autunno di una certa dimensione dell'uomo. Lo fu per i filosofi, i maghi, i generali, gli scrittori, i poeti. Probabilmente chi abitò quei tempi, che corsero dal secondo al quinto secolo della nostra era, avrà vissuto un'angoscia che poi si è fatta Medioevo. Un'angoscia storica, che ci è dato di conoscere anche (e soprattutto) attraverso alcune pagine importanti della letteratura e della poesia di allora.
L'imperatore
Adriano, per esempio, che Marguerite Yourcenar riteneva "responsabile della bellezza del mondo", ci lascia alcuni famosi versi sulla morte, versi che lasciano intravedere non solo l'angoscia di un uomo impaurito per la sua prossima fine, ma anche pensieroso per i destini di un mondo che egli ha retto nelle sue mani e che con lui potrebbe esaurirsi:

Piccola anima smarrita e soave
compagna e ospite del corpo
ora t'appresti a scendere in luoghi incolori,
ardui e spogli
ove non avrai più gli svaghi consueti.
Un istante ancora
guardiamo insieme le rive familiari
le cose che certamente non vedremo mai più...
cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti...

Ecco invece un anonimo del quarto secolo, autore dei
Distici di Catone (in pdf), un poeta gonfio di saggezza. Ci lascia versi mirabili:

Nella felicità, attento ai crolli,
poiché non sempre il termine risponde all'inizio...

E ancora:

Non paventare la fine della vita:
a temere la morte, va perso quanto si vive...

A volte è addirittura sublime:

Cerca di leggere molto,
e dopo letto dimentica altrettanto:
mirabilia
ma non da credere cantano i poeti...

Sinfosio (v. alla voce "aenigmata" nel collegamento), anch'egli poeta del quarto secolo, amò gli indovinelli. Nella piacevolezza dei suoi versi ci avvisa anche di quel che vive, che prova nel suo mondo, forse inconsciamente:

Mi pasce l'alfabeto, ma ignoro cosa sia.
Son vissuta in mezzo ai libri ma senza diventare più studiosa.
Mi sono cibata di scienza, ma senza fare progressi...

La soluzione è abbastanza semplice: si tratta della tignola.
Ma nell'indovinello c'è un mondo che produce, produce senza voler lasciare, corroso da qualcosa che lo ignora e che riuscirà ad avere la meglio.

Forse solo in questo la nostra epoca pare somigliare a quella decadente e polverosa che vide le fine del mondo antico.
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Humphrey Bogart
- ...Non vorrei dimostrarmi un pauroso.
- Siamo tutti paurosi, il coraggio è una cosa inesistente.
C'è solo la paura: paura di farsi male, paura di morire.
E' per questo che gli esseri umani vivono così a lungo...

Vincent Parry (Humphrey Bogart) e Walter Coley (Houseley Stevenson) ne
La fuga di Delmer Daves


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10 aprile 2005


Reinserisco oggi il pezzo sui diari che avevo scritto ieri e che, per i soliti problemi di HTML che affliggono questa piattaforma era "scomparso". Purtroppo all'atto dell'inserimento del nuovo articolo (che seguirà subito questo) non me n'ero accorta. Ringrazio Cristina per avermelo fatto notare e chiedo scusa ai molti che ieri avevano commentato lo scritto qui sotto; purtroppo le loro note sono irrecuperabili, ma le ho ben presenti nella mia mente e nel mio cuore.

Scusate per il disagio.

Clelia

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Tempo di DiariTempo di weblog, tempo di diari.
Non più scritti privati, ma appunti pubblici scritti "a voce alta" nei quali si possono leggere anche parole molto intime, a volte persino imbarazzanti, tanto pare di entrare nel recesso più segreto di colui (o colei) che apre le porte della sua anima.

Antonio Delfini ci ha lasciato un bellissimo diario. Il pensiero che chiude le sue "parole scritte a se stesso" è questo:

Correte e tacete e pensate alla speranza. Solo alla speranza. La Chimera non è, non sarà...

Un altro notissimo redattore di pagine diaristiche fu Elias Canetti che così spiega la ragione che lo ha portato a redigere con costanza delle note giornaliere:

Un uomo come me, il quale conosce la violenza delle sue impressioni, sperimenta ogni particolarità di ogni giorno come se si trattasse del suo unico giorno, vive di vere e proprie esasperazioni - non si potrebbe dire altrimenti - e d'altronde non combatte questa sua natura poiché ciò che gli preme è lo spicco, l'acutezza e la concretezza di tutte le cose che compongono una vita - un uomo del genere esploderebbe o in qualche modo andrebbe in pezzi se non si calmasse in un diario...

Mi piace tanto l'idea di placarsi attraverso delle parole scritte, che hanno senz'altro (poiché ben più ponderate) un'irruenza molto minore rispetto a quella dette.
Sento molto mio questo pensiero e sono lieta di condividerlo con una grande maestro della parola scritta.
Raccontarsi è importante, ci pone ogni giorno di fronte ad uno specchio implacabile. Che senso ha, infatti, "barare" a se stessi, nascondere ciò che noi per forza dobbiamo sapere di noi? Il belletto, il fondotinta, il rossetto non servono di fronte a questo specchio impietoso. Se si decide di usarlo occorre essere sinceri con lui.
Tempo di WeblogE' naturale però che, in quest'epoca di "diari pubblici", vi siano anche "utilità" diverse, meno intime, per scrivere e mettere le proprie parole a disposizione di altri. Non siamo molto lontani dal pensiero di Gombrowicz, per il quale il diario è scena, un modo per rappresentare l'Io e confrontarlo con gli altri. Per Herling (più umilmente forse, ma anche molto ambiziosamente - a pensarci bene) è cronaca della propria epoca (ed è recente la diatriba su quanto l'informazione via blog, negli ultimi anni, si stia piano piano sostituendo a quella "ufficiale" delle testate giornalistiche.
Ma qui il discorso si allargherebbe a dismisura e, a dire il vero, non avrei neanche gli strumenti per un'analisi sociologica del problema; altri ne hanno i mezzi, e ad essi rimando.
Stendhal scriveva che, attraverso il diario, egli si applicava alla "creazione di sé". Mi sento di sottoscrivere questo pensiero; io il mio lo scrivo (grazie ad una sollecitazione provvidenziale di mia madre) fin da quando ero fanciulla. Spesso rileggere le pagine più "antiche" mi appassiona, a volte rivedo idealmente volti dimenticati, altre volte mi stupisco dell'importanza data ad eventi risultati poi irrilevanti per la mia vita (e viceversa). I giorni (a volte poche note, altre volte fiumi di parole), i mesi, gli anni hanno lasciato una traccia su centinaia di quaderni. Ora anche queste pagine "virtuali", a volte, ospitano qualcosa di me.
Non tutto, non sempre, ma molto e spesso.
Un'esperienza nuova, diversa dalla precedente, ma forse anche più ricca.
Perché, in coda alle mie, si aggregano altre parole; diverse, feconde, intelligenti.
Un monologo che si fa dialogo. Uno specchio che acquista una dimensione; che non mi restituisce un'immagine piatta, ma una molta più preziosa. Forse anche più vera.
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Harriet Andersson in COme in uno specchio di Ingmar Bergman... Mi trovo in un ambiente enorme. Tutto è illuminato e tranquillo. Diverse persone vanno avanti e indietro e quando mi rivolgono la parola le capisco. Tutto è splendido e io sono serena. Alcuni volti irradiano attorno una luce quasi abbagliante. Tutti aspettano chi deve arrivare, ma senza nessuna ansia. E dicono che io devo essere presente quando tutto ciò avverrà... A volte provo un'ansia irrefrenabile, un desiderio violento del momento in cui la porta si aprirà e tutti si volgeranno verso di lui che si fa avanti... dev'essere la realtà. Io non sogno e quello che dico è vero. A volte mi trovo in questo mondo e a volte nell'altro senza che io possa impedirlo...

Karin (Harriet Andersson), schizofrenica in Come in uno specchio di Ingmar Bergman
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