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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


25 febbraio 2005


Il cosiddetto Sarcofago degli Sposi, Roma, Museo Naz. Etrusco di Villa Giulia
Giro del sole nelle nostre stanze,
da finestra a finestra da mattino
a sera.


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Per il comico greco
Alessi
la vita è come una festa, alla quale si giunge dai regni delle tenebre, come stranieri o ospiti, per ritornare poi nel paese dei morti (Ateneo, XI, 463).
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Quanti giorni, quante
stagioni, e poi anni...
Le nostre figlie bambine, poi donne.
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Ma già il paragone della vita come se fosse un banchetto si trova adombrato in un passo di Aristofane: "Io pago il mio tributo al banchetto della vita, perché io partorisco gli uomini" dice il Coro delle donne nella Lisistrata (V. 651)
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Diego Valeri (1887-1976)
Tu sempre più stanca e lontana,
poi finita, una mattina all'alba.



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Secondo
Bione (in Stobeo, Floril. V, 67) si doveva ritenere fortunato colui che poteva uscire dalla vita dopo averne gustato tutte le delizie, ed un pensiero analogo è ravvisabile in Orazio: "Ecco che ben di rado riusciamo a trovare qualcuno che ammetta di essere stato felice e, finito il suo tempo, se ne vada tranquillo, come un ospite sazio" (Satire I, 1, 117)
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Io qui ancora, a guardare stupito
il tempo che gira
col vecchio sole da finestra a finestra.
¹

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¹
Diego Valeri, Giro di sole nelle nostre stanze, da "Calle del vento", Mondadori, 1975. (Gli inserti sono ovviamente estranei alla poesia citata).
[
Qui e qui le parti precedenti del "progetto" ...we, the memories...]
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Giorgio Bassani (1916-2000)...Scendemmo giù nella tomba più importante, quella riservata alla nobile famiglia Matuta: una bassa sala sotterranea che accoglie una ventina di letti funebri disposti dentro altrettante nicchie delle pareti di tufo, e adorna fittamente di stucchi policromi raffiguranti i cari, fidati oggetti della vita di tutti i giorni, zappe, funi, accette, forbici, vanghe, coltelli, archi, frecce, perfino cani da caccia e volatili di palude. E intanto, deposta volentieri ogni residua velleità di filologico scrupolo, io venivo tentando di figurarmi concretamente ciò che potesse significare per i tardi etruschi di Cerveteri, gli etruschi dei tempi posteriori alla conquista romana, la frequentazione assidua del loro cimitero suburbano.
Esattamente come ancor oggi, nei paesi della provincia italiana, il cancello del camposanto è il termine obbligato di ogni passeggiata serale, venivano dal vicino abitato quasi sempre a piedi - fantasticavo - raccolti in gruppi di parenti e consanguinei, di semplici amici, magari in brigate di giovani simili a quelle da noi incontrate testé per istrada, oppure in coppia con la persona amata, e anche da soli, per poi inoltrarsi fra le tombe a cono, solide e massicce come i bunkers di cui i soldati tedeschi hanno sparso invano l'Europa durante quest'ultima guerra, tombe che certo assomigliavano, all'esterno non meno che all'interno, alle abitazioni-fortilizi dei viventi. Tutto, sì, stava cambiando - dovevano dirsi mentre camminavano lungo la via lastricata che attraversava da un capo all'altro il cimitero, al centro della quale le ruote ferrate dei trasporti avevano inciso a poco a poco, durante i secoli, due profondi solchi paralleli -. Il mondo non era più quello d'una volta, quando l'Etruria, con la sua confederazione di libere città-stato aristocratiche, dominava quasi per intero la penisola italica. Nuove civiltà, più rozze e popolari, ma anche più forti e agguerrite, tenevano ormai il campo. Ma che cosa importava, in fondo?
Varcata la soglia del cimitero dove ciascuno di loro possedeva una seconda casa, e dentro questa il giaciglio già pronto su cui, tra breve, sarebbe stato coricato accanto ai padri, l'eternità non doveva più sembrare un'illusione, una favola, una promessa da sacerdoti. Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere. Lì, tuttavia, nel breve recinto sacro ai morti famigliar!; nel cuore di quelle tombe dove, insieme coi morti, ci si era presi cura di far scendere molte delle cose che rendevano bella e desiderabile la vita; in quell'angolo di mondo difeso, riparato, privilegiato: almeno lì (e il loro pensiero, la loro pazzia, aleggiavano ancora, dopo venticinque secoli, attorno ai tumuli conici, ricoperti d'erbe selvagge), almeno lì nulla sarebbe mai potuto cambiare...


Giorgio Bassani - Il giardino dei Finzi-Contini
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