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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


16 febbraio 2005


Pathos e tragedia...Anticamente, come si può leggere nell'Agamennone di Eschilo, il sapere umano era strettamente legato al pathos, cioè alla "passione" del mondo. Il sapere dunque penetrava nell'uomo, come esperienza e passione, anche se egli non voleva; attraverso il sonno, per esempio.
Con un gesto "prometeico" di hybris sconfinata, la filosofia ha rotto il rapporto dell'umanità con il pathos.
L'uomo ama soprattutto il sapere, scrive
Aristotele all'inizio della Metafisica. L'uomo vuole sapere, e trasforma tutte le cose del mondo in "oggetti" di conoscenza. Tutte le cose. Nulla rimane estraneo alla grande macchina conoscitiva aristotelica: passioni, animali, stelle, idee, parole, umori, costituzioni, leggi, poesie, gesti...
Forse un retaggio di quell'antico pathos è rimasto solo nella poesia che, grazie al suo moto alogico, ci consegna un sapere destituito da ogni certezza e, soprattutto, un conoscere che non ambisce alla ricerca della verità.
A questo pensa ancora la filosofia, o magari la scienza, per i pochi (come me) che ancora ci credono (visto che la "fede" - o un suo simulacro - sta avendo un così largo séguito da "consigliare" persino ai parlamenti le "giuste" leggi da approvare e ai presidenti le "giuste" guerre da dichiarare...).
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Vasco Pratolini (1913-1991)Fu di quell'inverno il mio amore per Clara. Lavoravamo nella stessa fabbrica, lei al reparto confezionatura. Eravamo ragazzi ancora. C'incontravamo di fronte alla vetreria. Lei abitava da quelle parti, nelle baracche sul torrente, e se mi parlava della sua casa: "Ho delle tendine ricamate alle finestre" diceva, o diceva: "Il babbo ha comperato sei bicchieri a calice, belli", come per farsi perdonare il peccato di abitare nelle baracche sul torrente. Mica era bella, mi piaceva come camminava, e forse mi piaceva che portasse digià i tacchi alti e che al bar dove ci fermavamo, nello stradale delle fabbriche, la chiamassero signorina senza ironia, come se davvero lo fosse. Sapevo che non era bella, non bella come dicevo io insomma: eppure, vedendola di lontano traversare l'argine per arrivare più presto a me che l'aspettavo, un'emozione sempre nuova mi si scioglieva nel petto. Essa avanzava in fretta, accelerando il passo quando s'avvicinava.
"E' tardi?" mi chiedeva. A sera tornavamo insieme, ridevamo di coloro che si ostinavano sulle biciclette nella neve; e siccome era buio, andavamo al lampione davanti la vetreria, per guardarci ancora in viso prima di salutarci. Il nostro amore significò lo stradale lungo delle fabbriche, lo scambio del buongiorno e della buonasera con gli operai che ci raggiungevano oltrepassandoci, e l'indugio a ridosso dei muri delle officine, le mani nelle mani, i baci furtivi, povere parole.

Tramonto a FirenzeSalendo sul tram per raggiungere la città, la mia amica diventava ogni sera un'immagine lontana, un ricordo: col ricordo il rimorso, come di una finzione durata a lungo, cattivamente. La città con le sue luci accese, i tram, le automobili; mi specchiavo nelle vetrine per ravviarmi i capelli. Ero felice dei miei guanti di lana, del tre-quarti col bavero di coniglio, della mia tuta che mi faceva parer grande, operaio veramente. I cartelloni dei cinema, i grandi ristoranti luminosi, le edicole dei giornali, nella città ove la neve era sparita durante la giornata. Allora un senso della vita allegro era in me; non più rimorso della mia piccola amica nella neve della periferia, pietà se pensavo a lei, come per una creatura inibita alla speranza che s'apriva nel mio cuore...
Ma ogni mattina un'emozione nuova si scioglieva in me al suo apparire, di cosa perduta e ritrovata.


Vasco Pratolini - Diario sentimentale
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