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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


2 gennaio 2005


Jacques-Louis David - Il dolore di AndromacaQuando partisti, come è nostra usanza,
inzepparono la cassa dei tuoi piccoli oggetti cari.
Ti misero l'ombrellino da sole
perché andavi in un torrido regno
e ti vestirono di bianco.
Eri ancora una bambina,
una bambina difficile a crescere.
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Fin dall'antichità l'idea che la morte è inesorabile e che, di fronte a lei, tutti siamo uguali, ha dato vita a scritti ispirati e a concezioni che tendevano ad infondere nei sopravvissuti un mesto conforto. E' in questo modo che
Ettore cerca di consolare Andromaca, esortandola a non provare tristezza per la morte che potrebbe capitargli, visto che nessuno, comunque vada, può sfuggire al suo fato (Iliade VI, 487 ss.). Altrettanto consiglia Seneca al caro Lucilio quando lo induce a non provare pena per la propria malattia: "Morirai non perché sei malato, ma perché sei vivo. Questo ti attende anche da sano; guarendo sfuggirai non alla morte, ma alla malattia" (Ep. 78, 6).
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Pure fosti accolta con rassegnata dolcezza,
custodita e portata alla luce
come matura la spiga di un campo esausto.
Io ricordo, sorella, il tuo pigolìo
quando ti chiudevi a piangere sulla loggia
perché volevi andare sul tetto a stare.
Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra.

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E come non ricordare le parole di
Teti a Peleo al termine dell'Andromaca di Euripide: "Il fato va seguìto fino in fondo. E' il volere di Zeus. Per i tuoi morti non ti dolere più. La loro sorte è quella che per tutti è segnata dagli dèi. Perché non morire non si può" (v. 1270). E, ancora, il conforto che Admeto riceve dalle parole del coro in morte della sua cara Alcesti. Anche piangendola, recitano i corifèi, essa non riemergerà dal Regno delle Ombre. E' così, muoiono persino i figli degli dèi... (Alcesti, vv. 985-87). E sempre in Alcesti, Eracle, pronuncia una significativa sentenza: "E' impossibile non morire. Nessuno tra i mortali saprà mai se vivrà anche il prossimo giorno..." (vv. 782-784).
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Ti misero nella cassa gli oggetti più cari,
perfino una monetina d'oro nella mano
da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata
all'altra riva. Noi restammo di qua
nella grande casa che tu sapevi rivoltare come un sacco.
Per un po' di giorni nessuno ebbe voglia di riassettarla.
Ci raccogliemmo intorno al camino
pensando al tuo grande viaggio,
alla tristezza di mandarti sola in un paese sconosciuto.
La nonna stava ad aspettarci da anni.
Da anni nessuno di noi era stato chiamato.
Nell'immensa plaga, in quella lunga quarantena
come avete fatto a riconoscervi?

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Demostene dice che la morte giunge per tutti, anche se uno "si chiude in una gabbia" (Apof. 97), e Properzio invita a non farsi troppe illusioni, nemmeno "corazzandosi" con ferro e bronzo... ("Ille licet ferro cautus se condat et aere,/mors tamen inclusum protrahit inde caput..." III, 18[16], 25). E questo perché il genio della nostra morte è senza pietà, come sentenzia Lisia (Ep. 78, ò te daímon emetéran moīran eilekòs aparaítetos...) o, come ribadisce Orazio, consigliando di offrire fiori e vino al genio che è consapevole della brevità del tempo (Ep. II, I, 144; ...floribus et vino Genium memorem brevis aevi...).
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Ti avevamo messo dentro la cassa gli oggetti più cari,
il tuo ombrellino, il tuo pettine, un piccolo mazzo di fiori.
Mia madre ti seguiva ad ogni tappa, dalla casa
alla chiesa, dalla chiesa al cimitero.
dava ricetto nella sua stanza ad ogni farfalla,
e tenne per lungo tempo la casa aperta
nella speranza che tu potessi tornare.

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Da un'iscrizione sulla via Appia annotai una volta questo epitaffio (che non credo necessiti di traduzione): "Quid, mater, ventrem laceras, quid pectoras plangis(?) Carere fatum ne(mo) mortalis potes(t)". Ed è un sentimento, questo, che trova albergo nei poeti più grandi che l'antichità abbia avuto.
Ovidio, per esempio, che nelle Metamorfosi (X, 32-35) fa dire ad Orfeo (rivolto ai luoghi "da dove non si torna"): "Tutti gli esseri mettono capo a voi: dopo la breve sosta del vivere, chi tardi o chi presto, tendiamo rapidi verso un'unica sede. Qui tutti noi siamo diretti; questa è l'ultima dimora, e voi reggete il regno senza fine del genere umano...".
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Un giorno una donna venne a bussare alla porta,
a dirci che ti aveva sognata.
La donna aveva una bimba malata, una tua compagna,
e tu l'avevi visitata.
Parlasti in sogno a quella donna, chiedesti qualcosa
che ella non sapeva; perché non sentiva in sogno
e tu parlavi e pareva che chiedessi una cosa
che nella confusione del distacco era stata dimenticata.
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E, per concludere, come non ricordare qui, in questo florilegio che raccoglie ciò che oggi, presi da un eccesso di (forse) incomprensibile vitalismo, tendiamo quasi sempre a rimuovere, quelle che, a mio avviso, sono forse le più belle parole che mai poeta abbia pronunciato sulla "sola notte" che tutti aspetta e su quell'unica strada che, con infinita tristezza (per chi resta), dovremo tutti percorrere: "Soles occidere et redire possunt;/ nobis cum semel occidit brevis lux,/nox est perpetua una dormienda" [Il sole può calare e ritornare,/per noi, quando la breve luce cade/resta un'eterna notte da dormire]. (
Catullo, Carmina V, 5-6)²
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Mia madre rovistò tra le carte,
stette a lungo a cercare i tuoi quaderni a uno a uno.
Guardammo per l'ultima volta
la tua scrittura tenera, il tuo esile nome
scritto dalla tua piccola mano.
Furono legati con un nastro bianco i tuoi quaderni
che avevamo dimenticati. La bambina te li avrebbe portati.
Aggiustammo i tuoi quaderni nella cassa
della compagna prediletta.
Anch'essa venne vestita di bianco
nel torrido regno da cui nessuno è mai tornato.
¹
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¹Leonardo Sinisgalli
, Epigrafe, da "I nuovi Campi Elisi", Mondadori, 1947
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Non domandare tu mai
quando si chiuderà la tua
vita, la mia vita,
non tentare gli oroscopi d'oriente:
male è sapere, Leucònoe.
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l'ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come si ci odiasse!
Così cogli
la giornata, non credere al domani.

Quinto Orazio Flacco, Carmina I, 11

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