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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


15 novembre 2004


...la complessità del neurone...Trovo sorprendente una natura in cui esistono, contemporaneamente, un'enorme entropia legata all'irraggiamento residuo, dell'inizio dell'universo, e il cervello umano con miliardi e miliardi di neuroni che interagiscono. E l'interrogativo al quale non ci possiamo sottrarre è questo: come possiamo comprendere tutto ciò? Voglio dire che per capire questa grande varietà (irraggiamento, cervello, biologia, e via dicendo...) sotto l'aspetto sperimentale, è necessario che la materia sia plastica; che possa in qualunque modo adattarsi a situazioni estremamente differenziate, a limiti o condizionamenti diversi, così che in certi casi si approda all'equilibrio, in altri al contrario dell'equilibrio. Quindi è necessaria una dinamica diversa da quella della traettoria o delle funzioni, una dinamica che, considerando non integrabili i grandi sistemi (non almeno nel senso di Poincaré) approdi ad una simmetria spezzata, temporanea, che si arresti al livello della probabilità.
Questo tipo di impostazione pone alla base della fisica il cambiamento, il tempo, la simmetria spezzata; concetti difficili da accettare per la tradizione razionalista occidentale (platonica
, einsteniana, spinoziana...) che concepisce l'universo come un qualcosa di statico.
Bisognerà che mutino le nostre equazioni, ma anche la nostra fenomenologia e il nostro modo abituale di descrivere le cose (compresi i cambiamenti, poiché altrimenti anche questi ultimi diverrebbero presto illusori, approssimativi, finendo per introdurre variabili "scomposte" o, peggio ancora, errate).
La nuova frontiera riguarderà una matematica e una fisica del tempo, dove anche il cambiamento assumerà un ruolo diverso: non meramente "evolutivo", ma costruttivamente e fenomenologicamente "razionale" secondo nuovi criteri di probabilità.
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Novità in Biblioteca: Le radici nell'aria
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Segnalo: Dissipatori del tempo dal blog Colti sbagli© da Maestro
             La teoria del "Missing half second" dal blog taniwha

                 Vie strane prendeva il cavaliere fra tetre montagne
dal blog Io ballo da sola
                 
f come farfalla dal blog to drown a rose



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15 novembre 2004


Jean Raox - Giovane che leggeNel mondo di Henry James, diceva Andrè Gide, "il peso della carne è assente", le sue passioni ardono senza consumarsi. E il critico Edmund Wilson parla di "romanzi d'amore dove i protagonisti non vengono mai a capo dei propri desideri né si vedono mai in veste di amanti".
In realtà non si tratta di giudizi negativi. Sono osservazioni necessarie per comprendere il pianeta cifrato di un autore che privilegiò spesso l'arte alla vita, la letteratura alla passionalità. In una delle pagine conclusive del
Carteggio Aspern il narratore si ferma ad osservare, in una piazza di Venezia, il monumento a Bartolomeo Colleoni - il condottiero che "siede risoluto in sella al suo enorme cavallo di bronzo". "Ma il Colleoni, scrive James, continuava a guardare lontano, oltre la mia persona, e se a battaglie e stratagemmi stava pensando, erano di una specie diversa da quelli di cui io volevo parlargli".
Una scena risolutiva. Quel personaggio, come tanti altri di
James, è un uomo che riflette ma non agisce, non è "condottiero" ma è condotto, e rispetto alla vita quotidiana è semplice astante, spettatore e non protagonista. Una figura ambigua in cui il rapporto tra presente e passato, privacy e luci della ribalta, arte e denaro crea tortuosi drammi di coscienza dove la vittima può trasformarsi in prevaricatore e viceversa. Non a caso James escogita il meccanismo del "punto di vista", per cui il narratore non si pone mai come un personaggio intero, a tutto tondo, ma è una figura mutevole, tormentata, che sotto gli occhi del lettore si trasforma, cambia faccia, si maschera, colora le proprie avventure. E tutto questo avviene con una fusione di toni narrativi che, a mio modesto parere, è il segno dei grandi scrittori.

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Da leggere
: Il carteggio Aspern - Edizioni Einaudi
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Novità in Biblioteca: Vocabolario greco della filosofia
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Segnalo: 
Auspicio da BlogGal: Le affinità casuali
             L'ultima spiaggia dal blog Tre metri sopra il cielo



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15 novembre 2004


Michelangelo Merisi detto il Caravaggio - La Gorgone MedusaFra tutti i dialoghi senechiani il De ira è senza dubbio quello che, oltre ad avere una maggiore articolazione, mi pare sia il più indicativo di un certo modo di concepire la vita da parte del filosofo romano.
In esso c'è tutto un rincorrersi di battute che, normalmente, potremmo definire "lecite" (per esempio "è logico restituire il male"), e, di conseguenza, grande è il piacere nel leggere come
Seneca smonti pezzo per pezzo l'idea che sta alla base dell'ira: cioè la vendetta.

La parola vendetta è disumana anche se ritenuta giusta. E la "legge del taglione" non è molto diversa dall'offesa se non per la successione dei fatti: chi restituisce un male commette anch'egli una colpa, solo che normalmente ne è scusato.

Molteplici sono gli esempi che il filosofo usa per avvalorare le proprie tesi, che ai suoi lettori  dovevano apparire  inconcepibili (e non solo a loro; sono convinta infatti che molti le trovino implausibili anche ai giorni nostri, nononstante le presunte radici "cristiane" del nostro continente...). Per far colpo sul suo uditorio allora Seneca cerca di pescare in quelli che furono i "padri nobili" dello Stato romano.

Un tale, ai bagni, colpì Catone senza riconoscerlo (chi, infatti, si sarebbe permesso di offenderlo di proposito?). Quando costui lo riconobbe, si affrettò a scusarsi, ma Catone gli rispose: "Non ricordo di essere stato colpito".

Seneca ci dice dunque che, il "Censore" preferì non riconoscere il fatto piuttosto che vendicarsi. Egli indusse l'avversario a porsi nella condizione di colui che risulta "debitore" e, per questo, implicitamente soggetto agli occhi di coloro che assistettero alla scena o che conoscevano i contendenti.

A fronte di argomentazioni "pratiche" Seneca batte anche sul tasto dell'eticità, dei valori che sono propri ontologicamente dell'uomo a prescindere da quelle che si ritengono leggi codificate solo perché "usualmente" applicate. E dunque ecco che, laddove la logica sembra lasciare il posto allo "scandalo" di un comportamento immotivato, il filosofo riesce a far sembrare nobile (e dunque "coraggioso") un comportamento mansueto (se non addirittura remissivo), con un atteggiamento che non ha alla base il "merito", ma il riconoscimento dell'altrui inferiorità. E in questo caso l'esempio della "belva" è particolarmente calzante:

...la vendetta più oltraggiosa è quella di non ritenere degno della nostra vendetta chi ci offende. Molti quando si vendicano, non fanno che rendere più gravi offese di poco conto: è grande e nobile colui che allo stesso modo di una grossa belva se ne sta indifferente mentre attorno a lui dei botoli ringhiano e abbaiano senza freno...

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Da consultare:
Lucio Anneo Seneca - L'ira - Ed. Bur
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Novita in
Biblioteca:
Salmon boy
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SegnaloPsiche, mito, letteratura da Carmilla
             
Bret Easton Ellis - Meno di Zero dal blog sbloggata




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