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Il blog di Clelia Mazzini


Diario


20 agosto 2006

Gli infiniti ritorni

                                             >>>Gli infiniti ritorni









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19 maggio 2005


Volo

...tra la folla che non sa
cosa vive di un giorno? di noi o di noi due?
Il distacco, l'andarsene
sul filo di una musica che è già d'altro tempo
guardando in ogni volto...


Vittorio Sereni
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Purtroppo le cose non stanno andando come mi auspicavo
>>>qui, anche se questo era per me ampiamente prevedibile, e il precipitare di esse mi impone quindi di compiere un grande sforzo e di volare immediatamente a Firenze. Non è solo il giuramento di Ippocrate che mi obbliga a farlo ma soprattutto una grande amicizia che è giusto che io onori fino in fondo.

Con rammarico devo quindi comunicarvi che, per qualche tempo, alètheia e la
Biblioteca sospenderanno le "pubblicazioni". Spero di ritrovarvi tutti al mio ritorno.

Un caro saluto, unito all'augurio di ogni bene per voi,

Clelia

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P.S. Chiedo scusa per la sospensione momentanea dei commenti anonimi (ed è bene che sappiate che vengono considerati anonimi anche tutti quelli di coloro che non sono iscritti al Cannocchiale), lo faccio per evitare e, soprattutto per evitarvi, certe letture "poco edificanti" che, nell'impossibilità di presenziare e controllare giornalmente, resterebbero qui per troppo tempo. A presto, C.



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18 maggio 2005


M.C. Escher, Sphere (autoritratto)A distanza di alcuni anni oggi ho riletto questa frase di Cristina Campo: "La passione della perfezione viene tardi". L'avevo curiosamente appuntata su una vecchia edizione de El libro de arena di Borges ed oggi mi rendo conto quanto sia stata casualmente appropriata questa congiunzione letteraria.
Una congiunzione che, oltretutto, ben si addice al mio stato d'animo attuale, ben disposto verso ogni forma di utopia...
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Bruno Munari, Curva di Peano (1977)Il nostro tempo ha dato cittadinanza e rigore alla creatività, all'inventiva, ma la fantasia è comunque sempre esistita. Solo che oggi un movimento di idee può essere una meteora che dura pochissimi anni. Un secolo tutto classico non è più pensabile; e non da ieri, ma almeno dalla Rivoluzione francese, ed è un'accelerazione in continuo aumento. Oggi la "creatività" è diventata persino una professione con tanto di aggettivo divenuto repentinamente sostantivo: "creativo". Ma anche qui, a pensarci bene, nulla di nuovo
Pensiamo al
Leonardo della Gioconda che progettava però anche macchine militari (ma anche per altri usi), alle architetture di Giotto, nato pittore, ai famosi conii del (pittore) Pisanello, a Michelangelo, che disegnò, pare, la divisa delle guardie svizzere, all'architetto Alvar Aalto, partito come pittore espressionista, oppure a Le Corbusier che dipingeva alla Fernand Lèger,  per non parlare di Munari e di altri grandi grafici che sono stati anche grandi pittori.
Spesso uscire dai canoni rigidi dell'ispirazione per dare spazio (sfogo?) alla cosiddetta "creatività" è, per un'artista, quasi una necessità, uno "stratagemma" per tornare ad immergersi in quella realtà da cui egli trae linfa per la sua Arte e senza la quale vivrebbe in una specie di torre d'avorio, senza alcuna speranza, né possibilità, di gestire una pur minima forma di relazione con il suo "presente".
Sarà per questo motivo che, quando sento parlare (anche spesso) in maniera poco lusinghiera dei cosiddetti "creativi", la mia mente corre subito indietro ai loro "predecessori" che, sicuramente, non avrebbero mai immaginato di avere simili "figli"; ma, a pensarci bene, quale "genitore" sa di preciso quale sarà la prole che gli toccherà in sorte?
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George Eliot (1819-1880)- ...Essere poeta significa avere un animo così pronto a comprendere che non gli sfugge nessuna sfumatura di ordine superiore, e così pronto a sentire che quella comprensione non è che una mano che fa vibrare con modulazioni armoniche e diversificate le corde dell'emozione - un animo in cui la conoscenza si trasforma all'istante in sentimento, e il sentimento torna a rivivere come un nuovo organo di conoscenza. Ci si può trovare in quella condizione solo a momenti.
- Ma voi trascurate le poesie - disse Dorothea - Penso che siano necessarie per completare il poeta. Capisco ciò che intendete dire riguardo alla conoscenza che si trasforma in sentimento, perché credo che sia ciò che provo io stessa. Ma, nonostante questo, sono sicura che non sarei mai in grado di comporre una poesia...

George Eliot da Middlemarch
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17 maggio 2005


El Greco - L'Espolio (1577-79, part.)Benché morto da secoli, El Greco continua ad essere uno tra gli artisti più vivi e più inquietanti del nostro tempo. Molte sono le mostre che gli sono state dedicate in tempi recenti, e gli storici dell'arte continuano a scrivere pagine su pagine sulla sua pittura, pagine che però quasi mai ci offrono un quadro esaustivo della sua persona. Chi era realmente quest'uomo, nato nel 1541 a Creta, l'isola degli enigmi, e morto a Toledo, città non meno misteriosa della Cnosso del Minotauro, nel 1614?
Tutti lo presentano come un essere immateriale, quasi un santo da paragonare a
Teresa d'Avila e a Giovanni della Croce. A leggere gli scritti dei numerosi panegiristi si direbbe che l'Arte del Greco scaturisce dalla fervida devozione che lo  portò a raffigurare continuamente la tremenda religiosità controriformista della Spagna di Filippo II, piuttosto che dal genio creativo che anticipò di tre secoli la moderna pittura europea.
Era un santo o un agnostico? Gli argomenti per affermare l'uno e l'altro si equivalgono. Certamente, nel suo inconscio c'era una profonda religiosità, poiché era nativo di Creta, l'isola che aveva dato i natali al padre degli dei,
Zeus, e dove, molto prima che venisse al mondo la Madonna, era fiorito il culto della Grande Madre. Ma quale religiosità? El Greco non era un semplice uomo "di fede", che crede e tace, ma un uomo di profonda cultura, che pensa e grida: un umanista, amico di umanisti. Possedeva lo spirito indagatore dei Greci e la mente critica dei viaggiatori i quali, avendo conosciuto paesi e culture diverse, sono in grado di confrontarle.
L'immagine del
Greco che ci è stata tramandata è sicuramente convenzionale e falsa, frutto di conformismo e di pigrizia. Qualcuno, nell'antichità, prese il vezzo di considerarlo "un mistico della pittura" solo perché dipingeva divinamente santi e madonne e i critici moderni sembrano ripetere spesso quest'errore. Nessuno pare domandarsi che cos'altro avrebbe potuto dipingere nel suo tempo e in una città come Toledo, dove il potere e il denaro erano quasi esclusivamente nelle mani degli ecclesiastici. El Greco viveva di ciò che guadagnava dipingendo, e nessuno lo avrebbe mai pagato perché dipingesse cortigiane. I suoi clienti erano le chiese e i conventi. Costretto dalle circostanze a dipingere santi, li dipingeva come sapeva: cioè prodigiosamente.
E' forse indispensabile essere santi per dipingere un santo? Non credo.
Sarebbe come pretendere che solo pittori morti siano in grado di dipingere efficacemente una natura morta. Cosa umanamente impossibile...
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W.M. Thackeray (1811-1863)...Aveva un gusto innato per qualunque genere di libro non previsto dai suoi corsi scolastici. Era solo quando gli affondavano a forza la testa nelle acque del sapere che egli si rifiutava di bere...

William Makepeace Thackeray da Pendennis

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16 maggio 2005


Illustrazione tratta dalla prima edizione del Tristram ShandyAvrei desiderato che mio padre o mia madre, o meglio tutti e due, giacché entrambi vi erano egualmente tenuti, avessero badato a quello che facevano, quando mi generarono. Se avessero debitamente considerato tutto quanto dipendeva da ciò che stavano facendo in quel momento [...] ed agito di conseguenza, sono fermamente persuaso che io avrei fatto al mondo una ben diversa figura da quella in cui forse apparirò al lettore.
- Scusa, caro, - disse mia madre sul più bello, - non hai dimenticato di caricare l'orologio?
- Buon Dio - esclamò mio padre, sbottando, ma sforzandosi nello stesso tempo di moderare il tono della voce: - Ha mai donna, da Eva in poi, interrotto un uomo con una domanda così sciocca?... -

Potrà sembrare strano e paradossale eppure è proprio da questo inopportuno disturbo dell'atto generativo che trae origine la "biologia" del romanzo moderno.
Tristram Shandy, frutto di un atto disturbato, è infatti il bambino terribile, incapace di agire per linee rette, caratterizzato da movimenti serpentini ed ellittici che, con il suo racconto non raccontato, col suo continuum mobile di digressioni e variazioni, di opinioni impedenti le azioni, col suo calibratissimo caos strutturale (pur a lungo emarginato e spesso vanamente imbrigliato) si riaffaccia con prepotenza a inizio secolo quale indiscutibile riferimento per ogni narrare che intenda rifiutare il meccanismo causa-effetto del romanzo tradizionale.
Vita e opinioni di Tristram Shandy gentiluomo di Laurence Sterne diviene all'alba del XIX secolo il modello dell'infrazione, l'antiromance (o addirittura, qualora si attribuisca tale qualifica al Don Chisciotte, l'anti-antiromance) cui si rifanno creativamente autori quali Joyce, Musil, Svevo...
Una gioia leggerlo nella sua disconnessione spazio-temporale, un piacere anche il semplice aprirlo a caso per lasciarsi portare dall'onda anomala della sua intemperanza verbale, della sua musicalità, del suo non essere mai nel punto dove dovrebbe essere.
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Charles Dickens (1812-1870)
- ...Ah! La poesia sta alla vita come le luci e la musica al palcoscenico: private questo dei suoi falsi ornamenti, e quella delle sue illusioni, e cosa resta di vero che valga la pena di vivere o di amare?...

Charles Dickens da Il circolo Pickwick

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15 maggio 2005


Iain Faulkner - Girl readingCosì, continuiamo ad esistere. Sospesi tra i profitti e le perdite di un gesto che pare labile ed invece si dimostra eterno, privi di tutto ciò che è stato il nostro passato e completamente ignari di cosa ci riserverà (se mai ce lo riserverà) il futuro.
Di ciò che ero solo pochi anni fa non si conserva più nemmeno l'epidermide... Leggi della fisiologia, più volte lette e assimilate, ora finalmente comprese.
Se sollevo le braccia verso il buio che ho davanti posso finalmente stringere ciò che voglio. Spazio e tempo ora mi sono amici, so riconoscerli anche quando non fanno nulla per manifestarsi. Ma ci sono e li conservo con cura, perché sono preziosi. Nel vago andare di un gesto ripetuto ora raccolgo la definitiva certezza dell'esistere; mi mancava il ritornello, la strofa era pronta da tempo.
Vado al piano, eseguo a memoria. Il canto esce spontaneo, si rapprende nell'aria e ricade sui miei vestiti come rugiada. Se socchiudo gli occhi ora rivedo tutto con estrema precisione, ma non posso andare oltre; non posso descrivere con tratti noti quello che è il confine della beatitudine.
Taccio e sorrido, mentre un piccolo alito d'aria mi porta di nuovo parole segrete.
Le leggo con cura e le ripongo nel petto, dove potrò ritrovarle ogni volta che voglio, nell'andare e venire veloce del respiro che accompagna, come un amico fedele, il manifestarsi inatteso di un'emozione.
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Clara JanésRipeto che ti amo,
voce occulta,
sorgente della musica,
bellezza assoluta che ha colmato il mio arco,
allegria senza fine.
Foglia d'edera sono
sopra la mia lastra tombale,
immarcescibile,
scolpita con un solo nome:
Poesia.


Clara Janés
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14 maggio 2005


Conference at night

Che io ricordi Conference at Night è uno dei rari quadri di Edward Hopper dove i protagonisti del dipinto dialogano. Ma osservando bene i volti mi rendo conto che si tratta di una conversazione molto "sui generis"; infatti al di là del semplice gesticolare dell'uomo sulla destra, gli altri due interlocutori sembrano del tutto immobili, come rapiti da un'innaturale fissità (soprattutto la donna).
La "conversazione" di cui reca traccia il titolo del quadro si svolge in una stanza priva di illuminazione artificiale (e che sia notturna lo ricaviamo dal titolo del quadro); la luce, in realtà, proviene dall'esterno, e di per sé è sufficiente per non lasciare nell'oscurità la stanza e i suoi abitanti. E' opportuno notare come l'emissione luminosa esterna provochi una quasi netta divisione in più parti del quadro, (la parte inferiore del dipinto è illuminata, quella superiore no, ma anche fra le figure umane solo due sono investite dal fascio di luce, l'uomo in piedi resta invece in un cono d'ombra).
Sono rimasta per lungo tempo ad ammirare la perfetta armonia dei colori, la luce non solo "fisica" che promana dall'ignota fonte luminosa esterna, le non-espressioni dei personaggi, il loro dialogare muto, la vaga gestualità che accompagna le parole di uno di loro, il tormento che si legge sul volto della donna, l'oscuro silenzio dell'altro uomo. Non accade nulla dentro la tela, se qualcosa è avvenuto esso è da cercare fuori di lì, forse verso la luce dalla quale la donna sembra rapita.
Ci sono opere che hanno il potere di coinvolgere, di farsi "sceneggiare"; io, sulla scorta delle scarne note scritte qui sopra, ho pensato ad una storia per i tre ignoti protagonisti della magnifica opera di
Hopper. E' una storia di passioni e segreti, di desideri e sconfitte. Un giorno forse la metterò per iscritto.
Magari proprio qui.
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Sogno di gioiaTanto sembra mancare la gioia che vivere la sua esistenza nella storia è soprattutto sogno. Ogni credo la profetizza, ogni uomo ne lamenta l'assenza. Anche nella vita individuale la gioia è soprattutto pensata, in forma di ricordo, di aspettativa, di desiderio.
Chi è, o meglio, cos'è la grande assente? E' solo un'esplosione oltre la crosta dell'abitudine delle nostre potenzialità vitali oppure è solo conoscenza?
(Vago fra la "selva oscura" delle risposte possibili; l'utopia è dietro l'angolo, la speranza di cogliere un barlume di traccia da seguire è remotissima; ma non demordo, la curiosa ostinazione - e il tempo che ho messo da parte - mi aiuteranno nell'impresa. Forse.)


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Antonella AneddaAspetta che scenda la temuta notte, che scompaia
la luce del crepuscolo, e ruoti
la terra sul suo asse.
Questa è la verità di questa sera incerta
sui cespugli di acacie e sulle case
questa è la sua misura - un acro di deserto.

Sopporta i tuoi pensieri dentro il buio
che avanzino in fitte di memoria.
Puoi schierarli fino a crinali di spavento
fissarli vacillare quando la pianura si oscura
attenderne il ritorno ora che il cane tace
e la mente si spegne
per un attimo forma senza male
anima del geranio
tesa sulla ringhiera.


Antonella Anedda, da Notti di pace occidentale
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13 maggio 2005


Anime a Spoon RiverRiprendendo il buon gusto classico di porre parole sulle labbra dei morti, come avviene nelle epigrafi greco-romane reali o fittizie, Edgar Lee Masters delinea in un centinaio di storie, al di fuori di un particolare luogo e momento storico, il problema dell'esistenza umana nei suoi livelli più vasti; pescando nell'America profonda, dà voce all'uomo e alla donna comuni e delle loro svariatissime esistenze condensa l'arco in pochi versi; ne assicura e mostra il significato nel momento supremo in cui esse si concludono.
Tali erano esattamente gli 
addii alla vita che popolavano i cimiteri pagani e che nel libro VII dell'Antologia Palatina ricostruiscono una cittadina o un paese ellenistici non di celebri politici o gloriosi generali, ma di vedove desolate, fanciulle in fiore, cortigiane, giocatori, bevitori, mercanti, filosofi, poeti, suonatori, sposi felici e spose infelici.
Lee Masters, che aveva avuto sentore di quel libro dal cólto direttore di un giornale di St. Louis, ne prosciugò gli epitaffi delle formule rituali, delle apostrofi, dei lamenti dei vivi, della metrica chiusa del distico elegiaco. Lasciò le fisionomie e le vite, come in alcuni sorprendenti epigrammi di Marziale, e le fece scorrere in prima persona, malinconico per ragioni metafisiche, ma fuori scena e impassibile.
L'Antologia di Spoon River è un distillato di filosofia e di indagine sociologica che, come ebbe giustamente a dire l'autore è "qualcosa meno della poesia e qualcosa di più della prosa". Per noi, ancora oggi, un punto di riferimento unico nel panorama della letteratura mondiale; conosciutissimo in Europa (e in special modo in Italia, grazie alla
felicissima traduzione di Fernanda Pivano) e praticamente dimenticato negli Stati Uniti (e, leggendolo, il motivo è ampiamente comprensibile).
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In rotta verso l'origineNostos, il viaggio che ognuno di noi ha intrapreso in un tempo più o meno lontano.
Questo viaggio è un cerchio. La sua meta è il luogo mitico nel quale ha avuto inizio: l'infanzia, le radici, la memoria. Circolare è anche la struttura che ci porta ad elaborare uno "stile", una strategia, uno "strumento" che ci permetta di (ri-)avvicinarci ai momenti che sentiamo lontani nel tempo, ma prossimi a noi a livello animico (quello che si è stati, anche il fanciullo, è ancora ben vivo in noi, ben più di quanto si è soliti immaginare).
Per
Nietzsche, la vita e tutta la realtà non sono altro che uno splendente anello d'oro che tutti noi possediamo. C'è chi lo custodisce con cura, chi lo vende per ricavarne un utile e chi, infine, se lo dimentica riposto in qualche cassetto mai più aperto.
Il Nostos è la nostra condizione di viaggiatori inquieti. Essere individuo, infatti, significa diventarlo, percorrere le strade ignote della quotidiana costruzione di sé, sempre finché la vita ci è lasciata in "uso".
Quando sarà il momento di "restituirla" saremo fortunati se, in lontananza, come novelli
Odisseo, riusciremo a vedere, per un attimo la sagoma incerta ma ambìta di ciò che un tempo siamo stati, di ciò per cui abbiamo viaggiato tanto.
Prima di reclinare il capo sereni, baciati da un refolo di vento che porterà con sé il profumo e il sapore della nostra "terra d'origine".
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Cristina Campo (1923-1977)E' rimasta laggiù, calda, la vita,
l'aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi...

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l'infinita
mia sapienza in frantumi. E tu, parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi...

Torno sola
tra due sonni laggiù, vedo l'ulivo
roseo sugli orci colmi d'acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.


Cristina Campo, La tigre assenza
(da leggere assolutamente Belinda e il Mostro. Vita segreta di Cristina Campo di Cristina De Stefano)
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12 maggio 2005


Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, 1917Se il mondo avesse un senso, non scriverei: così Albert Camus. In questo, l'esistenzialista, antimetafisico per antonomasia, viene a trovarsi d'accordo con chi invece ha fatto del periscopio metafisico il proprio strumento d'indagine privilegiato. Pur assestato su tutt'altre coordinate poetiche e ideologiche, Giorgio de Chirico avrebbe senz'altro sottoscritto il senso dell'operazione pittorica come correlato dell'assenza di senso del mondo: in modo più specifico e intrigante, dipingere proprio questa assenza di senso, dichiararla, reificarla.
L'operazione metafisica in pittura prende infatti le mosse da una visione radicalmente negativa dell'uomo nel cosmo, nutrendosi della semente nichilista
nietzschiana e della filosofia schopenhaueriana.
De Chirico sonda quello che
Nietzsche, con un'immagine ossimorica, chiamava l'abisso sereno e terribile del meriggio: la metafisica delle architetture, delle statue, degli stralci di portico non è altro che la tranquilla testimonianza di un non-senso. Un non-senso che però, grazie a De Chirico, si è trasformato in "sollecitazione ai sensi", arricchendo (e non di poco) il nostro sguardo (reale) sul mondo e sulla vita.
Un'arte che si nutre di filosofia e che ci restituisce immagini filosofiche è un tratto d'unione prezioso fra lo spirito e i sensi. Il colore si trasforma in pensiero ed i pensieri, prodigiosamente, ricostruiscono impalcature fantastiche.
In mezzo alla "piazza metafisica" ci siamo noi, stupefatti, sgomenti, a volte smarriti, di fronte a tanta forza e a tanta beatitudine.
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Ludwig van Beethoven (1770-1827)Odisseo piange alla corte del
re dei Feaci ascoltando l'aedo Demodoco che canta la guerra di Troia; Beethoven mi fa versare le stesse lacrime quando le parti armoniche e melodiche del suo Quartetto op. 130 si effondono.
Sulla partitura si legge che è composta sul ritmo della battuta di un cuore oppresso. Ascoltando l'opera capisco anche cosa l'artista ci ha voluto dire (e far provare).
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John Williams Waterhouse, 1889Come un lampo - rividi quel sentiero
fra le magnolie. E mi toccò il pensiero
che la nicchia nell'edera ancora
non avesse scordato la mia schiena,
che il nido di verbena
non si fosse riavuto.
Da poco era piovuto, e i grandi fiori
dissetati splendevano, che un tempo
come piccoli pugni si serravano
per resistere a un marzo di gran vento.
Passando, in un barbaglio lo rividi.
O mi parve. Talora la memoria
volta lo specchio:
non più freccia - bersaglio.


Fernanda Romagnoli,
Il tredicesimo invitato
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11 maggio 2005


Jospeh Turner - Snowstorm (1842, part.)Spesso la poesia esprime l'angoscia di un'esperienza individuale, e così facendo non alberga in sé una realtà "oggettiva", bensì l'altra faccia della poesia stessa, quella cioè della soggettività avvolta nel dolore, che in fin dei conti altro non è che il momento stesso dell'abbandono del "pensiero poetante". Poiché la poesia, nella pienezza creativa, non conosce questi vuoti, se non nel silenzio. Il fare poesia, come scrive Leopardi, sostituisce l'allegria, l'ebbrezza della forza vitale.
Si può ascoltare efficacemente il nulla soltanto da una ricca pienezza. Giacché l'energia informa il pensiero e genera amore, che, a sua volta, ricostituisce la pienezza, oltre la pratica del dolore, dello smarrimento, del dubbio.
E dunque, come ha ben visto
Kant, l'uomo non può vedere oggettivamente il reale essendovi immerso (condizione tra l'altro già ben espressa da Dante nei celebri versi: ...la vista che riceve il vostro mondo,/ com'occhio per lo mare, entro s'interna; / che, ben che da la proda veggia il fondo, / in pelago nol vede; e nondimeno/ èli, ma cela lui l'esser profondo...).

Ecco allora parole che discendono dal silenzio di un desiderio insoddisfatto e differito. Parole che non sono divinità immutabili sottratte alle intemperie dell'esistenza: che resistono alll'aria e che ci restituiscono il colore, il tempo, il vento, l'incanto fragile come neve sospesa tra la notte e le strade. Parole che affidano alla pietà di un verso il sapore amaro dei sorridenti addii.
Un tempo si sentiva il poeta come un vate che chiamava le cose per nome come nel primo giorno della creazione: oggi abbiamo l'impressione che i poeti contemporanei si accomiatino da loro.
Il libro che si va scrivendo non è la narrazione della vita, ma il congedo da essa. Le luci degli oggetti e dell'esistenza sono poca cosa rispetto al silenzio di quello che non è accaduto.
Forse nella fine della scrittura, la parola verrà consegnata allo sguardo senza confini del nulla che si manifesterà, minaccioso e ultimativo, nell'assenza di canto, nel vuoto torpore dell'inespresso, nella calma piatta dell'occhio del ciclone, che manterrà intatta una piccola parte del mondo dell'anima mentre, tutto intorno, la forza distruttrice della Natura (che noi siamo) raderà al suolo ogni residuo di speranza.
Dalle macerie dei giorni tornerà forse a sorgere la luce di una parola creatrice.
Ma saranno altri a darle un nome.
Un nome che, probabilmente, non sarà più Poesia.
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Margherita Guidacci (1921-1992)Se il muro fosse di pietra e non d'aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d'ombra che ti rigano l'anima
fossero l'ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d'una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell'orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s'aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d'ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l'aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.


Margherita Guidacci, Il vuoto e le forme, Rebellato, 1977
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